martedì 10 gennaio 2017

John Dickson Carr : Un colpo di pistola (The Witch of The Low Tide, 1961) – trad. A.M. Francavilla – I Classici del Giallo Mondadori N. 700 del 1993

Romanzo poco conosciuto, se non addirittura sconosciuto, è invero uno dei più affascinanti di Carr.
Pubblicato nel 1961, cioè negli stessi anni di In Spite of Thunder e di The Demoniacs, sembrerebbe per la collocazione temporale, un Giallo storico. Tuttavia, collocare un romanzo 50 anni prima del suo tempo, a me non sembra scrivere un romanzo storico; semmai è un tentativo intelligente di spostare indietro il tempo e poter descrivere minutamente la società: non solo le costumanze, ma anche l’abbigliamento, l’architettura, le scoperte, le automobili, le prime forniture di elettricità per la casa. Descrizioni minute così accurate da lasciare a bocca aperta e nello stesso tempo capaci di far calare il lettore nell’atmosfera dei fatti narrati.
La vicenda, inoltre, nasconde varie situazioni iumpossibili.
David Garth è un famoso medico, neurologo. Ha un segretario, Michael Fielding, ed una fidanzata con cui è in procinto di sposarsi (Betty Calder). Suoi amici sono Vincent e Marion Bostwick, tra loro sposati. Betty Calder, bella ragazza già vedova di un governatore della Giamaica, molto più anziano di lei, ha un passato un po’ oscuro: faceva la ballerina quando fu notata dal suo ex marito che le propose di sposarlo. Ha 3 sorelle ed una di loro, Glynis, pure ballerina, per guadagnare molto di più non ha esitato a spogliarsi, ad accalappiare uomini per poi ricattarli. E c’è chi, per sfuggire al disonore, s’è pure sparato! Ora senza soldi, e ricercata dalla polizia, non ha esitato a farsi passare per la sorella: per di più, recatasi da lei, non ha esitato a ricattarla. E’ quanto rivela Betty agli amici di David e a David stesso, a casa di Marion dove la governante del suo tutore, il colonnello Selby, Lady Montague, è stata aggredita da una donna, vestita come Betty, da lei apostrofata più volte “puttana”, che ha tentato di strangolarla, quasi riuscendovi. Interrotta per intervento di Marion stessa, a suo dire, è fuggita attraverso la cantina, dove una uscita secondaria comunica con l’esterno: questo perchè davanti all’uscita principale stava sostando in quel momento un poliziotto. Però, quando Garth la esamina, la trova chiusa da due pesanti chiavistelli i cui occhielli sono tirati fino in fondo.
Le possibilità che mette in risalto la Camera Chiusa (perchè è quella che è) sono:
  1. Che Garth abbia mentito (avremmo il caso di Carr che copia la Christie)
  2. Che Garth abbia detto la verità.
In questo caso avremmo:
  1. che Marion ha mentito dicendo che l’attentatrice è fuggita da lì
  2. che Marion ha mentito affermando che vi era una seconda persona che ha tentato di uccidere Lady Montague
  3. che la presunta strangolatrice sia svanita, riuscendo ad uscire da una cantina le cui finestrelle sono sbarrate dall’interno e sbarrata è anche l’unica uscita verso l’esterno.
Al primo enigma insolubile – uscita dalla cantina sbarrata dall’interno da due pesanti chiavistelli e finestrelle chiuse dall’interno – segue un secondo altrettanto ostico ad essere decifrato coi mezzi dell’intelletto: Betty Calder, dopo aver litigato in maniera plateale con la sorella Glynis che l’ha raggiunta nella sua villetta sul mare, e dopo essersi allontanata in bicicletta, quando si presenta all’appuntamento che le ha dato Garth alle 18 , lo trova già nel padiglione che si affaccia sulla spiaggia. Garth ha però intanto fatto una scoperta terribile, dopo essersi fatto accompagnare alla villetta e al padiglione sul mare, dal nipote in auto: ha trovato Glynis strangolata, col corpo ancora tiepido, ed il tè, contenuto in una teiera ancora bollente (?). La ragione vorrebbe che l’omicida fosse ancora presente sul luogo del delitto, visto che le sole impronte sulla sabbia sono solo quelle prodotte da Garth, quando si è avvicinato al padiglione sul mare, e da Betty quando l’ha raggiunto. Garth ha stabilito trattarsi della sorella di Beth, in quanto le si è inginocchiato davanti e l’ha voltata, e dopo ha rimesso le cose apposta e poi senza volontà ha provocato la rottura di una tazza di porcellana. Come ha fatto l’assassino a strangolarla lì, se impronte non ve ne sono, e se l’unica persona che sia stata vista allontanarsi verso il padiglione era la stessa Glynis che indossava un costume da bagno di Betty, origine di una ennesima litigata fra le due sorelle?
Pur avendo controllato l’attendibilità delle dichiarazioni di Betty circa l’identità della sorella, e avendole confermate, la polizia non è sicura che l’assassino di Glynis non sia stato commesso da Betty, magari con il favoreggiamento di Garth.
Nella persona di Abbot Cullingford, vicecapo del CID, si fa strada la proposta a Garth, da lui conosciuto precedentemente, che in cambio dell’accettazione delle versioni proposte, lui riveli tutto quello che sa a riguardo del tentato strangolamento della governante di Marion e del perchè lui non creda alla di lei versione. Ma Garth è un medico integerrimo, che avendo avuto in cura Marion, non vuole rivelare cose che possano danneggiarla, oltre che per amicizia. Ma il rifiuto di Garth, provoca il risentimento del vicecapo del CID, che gli toglie il suo appoggio e lo lascia nelle mani dell’Ispettore Twigg, che non lo può vedere.
David crede di sapere chi possa essere l’assassino e che non è Betty; così come immagina che la storia raccontata da Marion sul tentato strangolamento, abbia delle falle; nonostante ciò è intenzionato a tenere fuori dal giudizio sia Marion e Betty, e la fatica diventa improba, perchè Marion, fidandosi della sua parola, tenta però in tutte le maniere di far accusare Betty, dato che le due sono incompatibili l’una all’altra: David in un drammatico facia a faccia nel quale vengono alla luce non meglio precisate abitudini sessuali di Marion con un uomo non meglio specificato, a Parigi, la mette a nudo e la costringe ad ammettere delle cose, che sono preda non solo delle sue orecchie ma anche di quelle di qualcuno di cui lui sente i passi e che è stato ad origliare alla porta.
A questo punto è Garth a ricercare Abbot, ed in nome della loro amicizia, gli chiede di concedergli 24 ore, perchè lui possa tendere una trappola all’assassino e consegnarlo alla polizia, chiedendo in cambio come le due donne vengano esentate dal testimoniar e e rivelare fatti “scandalosi” del loro passato. Intanto si appura che il giovane Fielding abbia conosciuto Glynis, e come egli sia scampato ad una aggressione nel Grotto, cioè nella sala biliardo, posta nelo seminterrato di un famoso albergo.
In un serrato finale, l’assassino si rivelerà dopo che proprio Garth gli avrà fatto capire di aver raggiunto la verità, ma sarà l?isepttore Twigg a indovinare come sia stata uccisa Glynis Stukeley e chi abbia confuso gli avvenimenti così da far intendere che il delitto fosse stato commesso nel padiglione, senza lasciare orme nella sabbia.
Innanzitutto ci troviamo dinanzi ad uno dei più grandi romanzi di Carr: si tratta di un autentico capolavoro! Divinamente scritto (le descrizioni, come ho accennato prima sono magnifiche: vedasi quella dell’Hotel, o addirittura quelle dell’abbigliamento dei soggetti coinvolti o anche dei passanti, e addirittura le descrizioni delle automobili! Carr, che si sa era abbastanza pignolo, quando si trattava di rievocare atmosfere che non gli appartenevano, documentandosi sui periodi e le vicende, deve aver fatto un intenso studio, non c’è che dire! In più d’una occasione pare quasi che egli le avesse vissute quelle atmosfere, che ci si fosse trovato a viverle: quasi un caso di reincarnazione che avrebbe potuto appassionare Paul Halter ( sempre che lui non ci abbia pensato).
Mi sono accorto di una cosa, di cui non mi ero mai accorto prima: un altro particolare stilistico di Carr. Quando vuole colpire con enfasi un certo particolare, un nome o un certo atteggiamento, Carr opera una cesura: fa riferimento a quello che vuole dire, poi si ferma e di solito descrive qualcosa (un caminetto per esempio con le fotografie di Betty e dei genitori di David, oppure un statua di dea o un candelabro con fiamme tremolanti o altro ancora) e subito dopo riprende da dove aveva lasciato, affermando con maggiore enfasi quando aveva prima detto. In un certo senso è sempre parte di quel meccanismo cosiddetto accrescitivo, che è presente in alcuni romanzi del primo periodo, per esempo It Walks By Night: per accrescere la tensione, si afferma qualcosa, poi ci si ferma e poi, quando si riprende il dialogo, accade qualcosa per cui quello che si era prima detto viene ingigantito, perchè magari si è cambiato il tono, che so la fontana che prima sembrava ridere in modo cristallino ora sembra farlo sinistramente o sogghignare, etc..
Mi piace sottolineare un altro particolare, anzi due: innanzitutto, la camera chiusa è ancora una volta frutto di una messinscena. Qui essa riguarda un dato spaziale ed uno temporale insieme: ricordatevi l’esemplificazione della Conferenza del dottor Fell sulle Camere Chiuse e quello che dice Leona in Nine Times Nine di Boucher a riguardo: si fa riferimento ad elementi spaziali (come una camera possa essere chiusa) e temporali (quando l’omicidio è stato compiuto prima, durante o dopo che la stanza fosse stata chiusa). Beh, in questo romanzo i due elementi vengono riuniti in un trucco veramente spettacolare: Carr in questo romanzo cerca in tutti i modi di mettere in bocca a Twigg e Garth Le mystère de la chambre jaune di Gaston Leroux, e in un certo senso questo suo romanzo può essere un omaggio. Ma…ci sono anche altre cose interessanti:
innanzitutto il detective che risolve l’arcano è Garth che è un neurologo, che ha letto le teorie sulla Psicanalisi di Freud (e qui Freud c’entra parecchio!), che è pero anche un autore di romanzi gialli, uno dei quali immagina che accada proprio quello che accade qui: è come se chiamato a risolvere il caso fosse un’estensione di Carr stesso, come se lui una volta tanto avesse detto: Ecco , lo risolvo io il caso! Costruendo un edificio assai complesso.;
in secondo luogo, se un romanzo c’è che possa essere preso ad esempio (non per la camera chiusa ma per il delitto impossibile) è Evil under the Sun di Agatha Christie, che mi sembra assai pertinente anche per il luogo utilizzato, una spiaggia;
in terzo luogo, il movente: è il ricatto, per qualche inconfessabile segreto. Qui c’entra la psicanalisi, e in realtà tutto ciò che nasce da un certo tipo di pulsione sessuale: si potrebbe quasi dire che questo sia il romanzo più attuale di Carr, ed uno dei più atipici: è molto raro trovare nei romanzi di Carr, allusioni a motivazioni di natura sessuale (mentre invece è molto più frequente in romanzi di Ellery Queen). Ma John Dickson Carr quando scrisse questo romanzo era andato via dall’Inghilterra, la patria del perbenismo,e quindi può essere che qualcosa l’abbia riguadagnato. Tuttavia il tema trattato è molto rognoso: la pedofilia. Un adulto che intrattiene rapporti sessuali con un’adolescente. Quello che è interessante notare è come Carr, un uomo, un conservatore, inquadrasse questa perturbazione di natura psichica e sessuale, non dalla prospettiva dalla quale siamo soliti noi, uomini del ventunesimo secolo, osservarla, cioè come una violenza dell’adulto nei confronti del minore, ma da quella tipica di quello scorcio temporale, cioè una perturbazione sempre di origine psicosessuale che interessasse un minore ed un adulto, ma in cui il minore  manifesta in un secondo tempo un certo potere sull’adulto: una sorta di parallelismo di quell’altro abietto atteggiamento per cui il carnefice diventa prigioniero della sua stessa vittima, secondo un meccanismo svelato già da Proust nella sua Recherche. Dobbiamo infatti ricordare che la Lolita di Nabokov è del 1955, e che quindi Carr può esser stato benissimo impressionato da quell’opera! L’omonimo film di Kubrick, invece, succede al romanzo di Carr, essendo del 1962 ;
il quarto particolare che mi sembra utile sottolineare, è come ancora una volta, il John Dickson Carr avanti negli anni, pur confezionando un problema assolutamete magnifico (il delitto nel padiglione), nel momento in cui prevede un doppio problema (la camera chiusa in cantina), finisce per concentrarsi su uno solo, finendo per dare dell’altro immediatamente la soluzione più semplice possibile, anche se qui è direttamente in relazione con la natura della vittima della seduzione pedofila che in un secondo tempo diventa l’arma con cui lei in certo senso tiene avvinto a lei, lui, reagendo poi entrambi, il primo autoaccusandosi, la seconda negando, dinanzi ad una terza persona che li ricatti. In una situazione del genere, magari in un romanzo più giovanile, oppure se l’avesse svolto Paul Halter, una volta proposto il problema, si sarebbe fatto in modo da dare una spiegazione in linea con la difficoltà dell’asserto.
Un’ultima cosa.
Ancora una volta, il titolo in italiano è ingannevole: Un colpo di pistola fa riferimento all’epilogo, ma non c’entra assolutamente con la Camera Chiusa che è l’anima del romanzo, mentre il titolo inglese la asseconda in maniera assai furba.

Pietro De Palma

mercoledì 4 gennaio 2017

Carter Dickson: Persone o cose ignote (Persons or Things Unknown, 1938) in Delitti di Natale, trad. Dario Pratesi, I Bassotti, Polillo, 2004



A 13 anni fa risale quella che io reputo una delle migliori raccolte di racconti in assoluto, proposte da Polillo: Delitti di Natale. Fu tale il successo di questa raccolta (7 edizioni) , che qualche anno dopo fu proposto un sequel dal titolo “Altri Delitti di Natale” che ebbe anche un discreto successo (3 edizioni).  E’ una riprova – se mai ce ne fosse bisogno – del fatto che  quando qualcuno ha le capacità e ha la voglia supportata dalla passione nel proporre qualcosa di valido, la fortuna e il supporto di chi riconosce le fatiche e anche gli investimenti, non mancano.
In questa raccolta furono raccolti molti celebri racconti: di questi, via analizzerò alcuni, sia in questo blog, sia nell’altro che ho aperto da poco.
In primis, parleremo di un racconto del meraviglioso John Dickson Carr, firmato con lo pseudonimo Carter Dickson: Persons or Things Unknown, 1938.
La genesi editoriale è piuttosto travagliata.  
La raccolta originale in cui è attualmente compreso The Department of Queer Complaints, originalmente comprendeva sette racconti:
The New Invisible Man
Footprint in the Sky
The Crime in Nobody's Room
Hot Money
Death in the Dressing Room
The Silver Curtain
Error at Daybreak
in quanto altri due racconti, che originalmente avrebbero dovuto farne parte, The Empty Flat e  William Wilson's Racket, furono espunti nell’edizione del 1941, riapparendo in un’altra collezione carriana The Man Who Explained Miracles del  1963. 
Oltre però ai sette racconti originali, della raccolta facevano parte anche quattro racconti di vario genere:
The Other Hangman
New Murders for Old
Persons or Things Unknown
Blind Man's Hood
Quando nel 1990 uscì ne Il Giallo Mondadori l’antologia “Dipartimento Casi Bizzarri”, si apprestarono per essa i nove racconti originali del Colonello March, riuniti nell’occasione, che avevano dato il nome alla raccolta originale; tuttavia da essa furono espunti invece i quattro racconti di genere diverso, forse  per caratterizzare il volumetto con una serie ben precisa. Tuttavia, quando si procedette nel 2001 a realizzare il Supergiallo La porta sul delitto, unificando in esso sia la collezione nota sotto il nome “La porta sull’abisso” (The Door to Doom) pubblicata nel 1986 nella serie Altri misteri e andata esaurita (e ricercata dai collezionisti), sia quella Department of Queer Complaints, in quell’occasione si sarebbero dovuti recuperare i quattro racconti prima eliminati, ma invece essi restarono fuori dall’edizione. 
Conclusione ? 
I quattro racconti, chi voglia leggerli, è costretto a trovarli in quattro edizioni diverse:
Il cappuccio del cieco, traduzione Paola Campioli, Delitti di Natale (brossura), Ed. Riuniti, 1995

Persone o Cose Sconosciute, traduzione Dario Pratesi, Delitti di Natale (brossura), I Bassotti, Polillo, 2004

L'altro giustiziere, traduzione Marcella Dalla Torre, Ellery Queen Inverno Giallo, Mondadori, 1975 o I pericolosi anni trenta, Supergiallo Mondadori, 1997

L'orrore dei Marvell, traduzione Roberto Sonaglia , in: Ellery Qeen Estate Gialla , 1985
Il racconto che esaminiamo oggi fa parte quindi dei quattro racconti eliminati. Perché nel 2001 sia accaduto non lo so: ritengo che non si volesse spendere altri soldi commissionando la traduzione dei quattro racconti restanti,  avendo già le due raccolte approntate (chi mai in Italia sarebbe andato a controllare se nell’uovo ci fosse il pelo?).
E’ un racconto ambientato nel passato, senza personaggio fisso, del filone che attinge ad un falso soprannaturale (ricordiamoci che poi esistono romanzi e racconti di Carr che invece insistono nell’altro filone, quello del soprannaturale: benchè siano sempre gialli, sconfinano nel Fantastico): sono racconti in cui vi sono maledizioni, fantasmi, demoni e quant’altro e che invece poi si risolvono in storie spiegabili razionalmente. Nel nostro caso vi è una entità maligna.
Una grande casa, nei pressi di un bosco, nel Sussex, viene venduta e il nuovo padrone di casa con un amico storico, ed un altro vicecomandante di polizia metropolitana, vi si riuniscono con le rispettive mogli per Natale. In occasione della sera di Natale, il padrone di casa racconta una storia accaduta in quella casa, per cui – secondo alcune testimonianze e cronache risalenti al 1660 –una entità maligna avrebbe ucciso un uomo con tredici pugnalate senza che aggressore né tantomeno l’arma venissero trovati.
In sostanza, tre secoli prima, all’epoca della restaurazione, lo squirt del villaggio aveva promesso la propria figlia, Mary, ad un possidente, divenuto ricco in seguito ad acquisizioni durante l’era di Cromwell, tale Richard Oakley. Quando già i due  stavano per approntare seriamente le cose per sposarsi, era apparso nel villaggio un damerino, Gerard Vanning, ricco e con tanto di futuro titolo, che, avendo messo i propri beni al servizio della Corona affinchè ritornasse al potere, ora che v’era ritornata, aspettava di ottenere i privilegi che gli sarebbero stati dovuti. Pur essendo antipatico a parecchi e persino allo squirt e a sua moglie, figurarsi alla figlia, man mano aveva conquistato terreno nei confronti della ragazza, mentre l’altro stava perdendolo: sentiva il disagio per un divario di classe sociale, cultura e..anche ricchezza. Oakley infatti none era più sicuro, ora che era ritornato al potere il re (Carlo II), di mantenere le sue terre, per cui si sarebbe impoverito.
Accadde però un giorno un fatto che avrebbe scombussolato di nuovo le carte in tavola: Oakley in seguito ad una pronuncia dello stato tendente a legalizzare tutto quanto successo fino a quel momento, mantenne le sue proprietà, ridiventando un partito appetibile per la figlia dello Squirt. Così accade che una sera, dopo la cena, mentre lo Squirt e sua moglie si erano appisolati, e Oakley e la fidanzata erano su, nell’ultima stanza in cima alle scale, La Stanzetta delle signore, dove esse si spogliavano, arredata con una credenza, che esponeva una brocca dell’acqua, pochi piatti, un tavolo e poche sedie, arrivasse Vanning, tutto spaventato, il quale ordinò ai servi di armarsi di bastone e seguirlo per le scale: era lì perché intendeva supplicare Oakley, che aveva maturato una fama anche sinistra, per certe sue passeggiate nel bosco di notte, di togliergli la fattura e comandare ad una entità maligna che si era annidata nel suo armadio, di andare via.
Allorquando era salito in camera dove erano i due, improvvisamente la porta si era chiusa, la luce si era spenta, si erano sentiti i rumori di una colluttazione, i rantoli, l’odore del sangue, le urla della ragazza e poii quando finalmente gli occupanti della casa, servitori in testa, avevano sfondato la porta della camera, si erano ritrovati dinanzi ad uno spettacolo agghiacciante: Vanning era appoggiato alla parete, seduto sul pavimento con una espressione terrorizzata, la ragazza aveva segni di sangue sulla gonna, e infine Oakley giaceva per terra in un mare di sangue. Agli occupanti della casa lì per lì era venuto in mente che unico responsabile fosse stato Vanning e lo avrebbero trafitto se qualcuno non avesse rimesso tutto al coroner, non essendosi trovata l’arma del delitto: se fosse stato Vanning, giacchè era stato trovato dentro, ma anche l’arma vi si sarebbe dovuta trovare. E invece nulla.
Con la ragazza svenuta tra le braccia, nonostante gli altri avessero pensato ad altro rimedio, Vanning la portò dabbasso e la rianimò dopo averle versato tra le labbra qualche goccia di brandy.
Per di più, avendo sprangato la porta e non volendo alcuno dei presenti ritornare in quella stanza, si era offerto Vanning, uscendo però da essa correndo via con lo sguardo terrorizzato però. E quindi le ipotesi contro Vanning erano cadute. Per di più la fama sinistra di Oakley, quella figura che alcuni giuravano di aver attraversato il villaggio, avevano addossato al povero Oakley la fama di stregone. Ben presto venne dimenticato e qualche tempo Vanning e Mary si sposarono. Col tempo nessuno avrebbe potuto mettere in forse la bontà di quel matrimonio, perché i due andavano d’accordo e Vanning stesso era diventato baronetto e ricco.
Tuttavia una sera, dopo che si era sbronzato, molti anni dopo il primo assassinio, anch’egli fu ucciso, in sostanza sfasciando una finestra con la sua testa, e facendo così che morisse dissanguato, sgozzato.
Alla fine della storia, sia il poliziotto che il padrone di casa, concordano nella stessa soluzione che spiega quanto accaduto tre secoli prima: chi avesse ucciso Oakley, chi Vanning, e quale arma invisibile sarebbe stata utilizzata nel primo delitto tanto da non essere rinvenuta, pur dovendo essere un lungo coltello con una lama larga due dita e mezzo.
Dico subito che ci troviamo dinanzi ad un altro straordinario racconto di Carr: non è  innanzitutto un whodunnit, ma un howdunnit. Non è whodunnit perché è chiaro chi possa essere stato ad uccidere e perché, in entrambe le occasioni (e una entità maligna è da escludere, nonostante le conclusioni del coroner in occasione della morte di Oakley avessero seguito questa falsa pista). In questo il racconto in questione è molto simile nella struttura, howdunnit e non whodunnit – poche persone sospettabili e quindi in sostanza sicurezza di chi possa essere stato – ad altro racconto, sempre a firma Carter Dickson, La casa in Goblin Wood (1947).  Come in quel caso sussiste però una impossibilità manifesta che tinge la vicenda di un velo soprannaturale: in Goblin Wood era stata la sparizione della vittima, nel nostro caso è la sparizione dell’arma. Ci sono però delle differenze: lì la vicenda presenta una altalenanza di situazioni prima comiche poi altamente drammatiche, qui una conduzione che è dall’inizio alla fine avvolta da una cappa di terrore puro, che si stempera, come nella catarsi alla fine della tragedia, nel finale rivelatore. E’ una maniera di trattare il racconto che Carr conduce in parecchi esempi della sua produzione: lo troviamo tanto per dirne una anche in Hag’s Nook(1933:  un fatto attinente al passato, che attiene a qualcosa di oscuro, viene raccontato nel presente:  qualcosa che ad esso è legato, accadrà ancora.
Per quanto attiene alla soluzione, che è sensazionale, devo purtuttavia ricordare che una tale soluzione  fu usata e adattata a seconda dei luoghi e delle occasioni: infatti, la stessa soluzione, pur presentando differenze minime, viene utilizzata con effetti veramente sorprendenti, anche in un radiodramma successivo, del 1944, The Dragon in the Pool, contenuto nella raccolta THE DEAD SLEEP LIGHTLY (1983), laddove l’arma usata è verosimilmente un pugnale, solo che di pugnali non ve n’è neanch l’ombra.
Non dico qui quale sia l’arma e dove  si sarebbe trovata se si fosse fatto un certo ragionamento(tenuto conto che si setacciò la stanza senza trovare nulla, e che alle due persone al di dentro della stanza, Mary e Vanning, non era  stato trovato addosso alcunchè di compromettente).  Dico solo che anche Carr risponde pienamente a quel detto secondo cui, se vuoi nascondere qualcosa così bene da non farla ritrovare devi saperla nascondere mettendola sotto lo sguardo di chiunque. E gioca sempre ad armi pari col lettore fornendo infatti tutti gli indizi: tra gli altri dice con nonchalance una cosa, che il lettore esamina non nel suo giusto valore, proprio perché Carr abilmente lo dissimula, quando afferma cosa accadde a Mary, la promessa sposa , dopo la morte di Oakley. Se si esaminasse con occhio attento quella sezione, ma la si dovrebbe esaminare almeno con l’occhio di Carr, si troverebbe l’indizio centrale.
Ovviamente il lettore medio non è Carr. E quindi quando viene risolta la questione, ognuno di noi si batte la fronte con la mano e dice: Come ho fatto a non pensarci anch’io?
Perché noi non siamo John Dickson Carr, Il Magnifico. 

Pietro De Palma

lunedì 2 gennaio 2017

John Dickson Carr : La parola al dottor Fell (The locked room, 1940) – trad. Hilia Brinis – ELLERY QUEEN PRESENTA: “Natale Giallo 1965″, Mondadori, pagg. 67-81


Il racconto che presento oggi, "The Locked Room" proposto anche nell’ Omnibus Mondadori “I delitti della camera chiusa” del 1974 e nello Speciale del Giallo Mondadori del 2003 “Delitti in camera chiusa”, è contenuto in Ellery Queen presenta Natale Giallo 1965, una strenna particolarmente brillante, in quanto oltre a Carr, conteneva racconti di Vickers, Stout, Boucher, Woolrich, Rufus King, Patrick Quentin, Stuart Palmer e altri ancora.
“La parola al dottor Fell” è un racconto assai singolare, perchè innanzitutto non prevede un omicidio, ma si basa su una rapina conclusasi con un tentato omicidio, con sparizione di denaro e libri di pregio da una camera ermeticamente chiusa, e per di più sulla deposizione della vittima che non morta, conferma quella dei suoi due impiegati, uniche persone presenti nella casa assieme alla vittima, e perciò ritenute complici in un primo tempo dalla polizia, nella rapina.
In sostanza Francis Seton è un grande collezionista di libri rari e antichi. Vive in una grande e vecchia casa di Kensington, assieme alla sua segretaria Iris Lane e al suo bibliotecario Harold Mills. Un bel giorno, mercè la crisi, annuncia ai due che sta per partire per un lungo viaggio che lo porterà per un anno in California, dove l’aria salubre e il profumo dei prati spera che portino giovamento all’alta pressione di cui soffre. Per questo ha ritirato dalla banca tremila sterline in tagli anche piccoli,che ha provvisoriamente versato nella cassaforte di casa.
Una sera, in cui attende il suo medico Charles Woodhall, che a sua volta è innamorato ricambiato di Iris Lane (medico e segretaria di Seton, per un caso fortuito, si sono conosciuti durante le vacanze di Iris in Cornovaglia, mentre lui dipingeva degli orribili sgorbi), mentre è solo nel suo studio, chiuso da una porta in cui il legno gonfiato dall’umidità tende ad incastrarsi nello stipite, e le cui finestre lui stesso si è assicurato di chiudere, dopo che ha visto una scala appoggiata al davanzale del balcone, qualcuno lo aggredisce alle spalle e gli ruba tutto ciò che possiede in cassaforte, colpendolo ripetutamente alla nuca, con un pezzo di manico di scopa riempito di piombo.
Accorsi, richiamati dai rumori, nella stanza, i due dipendenti si accorgono delle condizioni gravi del loro ex-datore di lavoro e mentre Mills rimane a vegliare l’uomo, Iris corre a chiamare Woodhall, che invece stranamente trova tutto bagnato di pioggia, con cappello e soprabito inzuppati, mentre sta salendo le scale portando l’immancabile valigetta. E’ lui a visitare il paziente diagnosticandone una grave commozione cerebrale e a chiamare soccorsi e polizia.
Il Sovrintendente Hadley, trovandosi dinanzi ad un caso in cui la deposizione delle uniche due persone presenti in casa, viene confermata dalla vittima riavutasi dopo l’aggressione, in ogni minimo particolare, e in  cui non solo la porta dello studio era chiusa ma anche le due finestre, e dall’interno, non credendo ai fantasmi, non può far altro che rivolgersi al dottor Gideon Fell che, basandosi sull’acume, e su un sifone per il seltz, abbandonato nello studio i cui sigilli erano stati messi dalla polizia dopo il tentato omicidio, riuscirà a inchiodare il colpevole, in mezzo a coloro che erano stati lì presenti quella sera, accanto a Seton esanime.
Capolavoro di Carr, The locked room, racconto del 1940, riesce a stupire il lettore con una soluzione geniale. Quindici pagine in cui ci sono tutti gli indizi, anche quelli ignorati, che poi saranno quelli che alla base della soluzione finale: per esempio il sifone per il seltz, non di quelli già approntati e non riusabili, ma uno professionale, che si riempie di acqua di rubinetto e poi con una apposita bomboletta eroga acqua frizzante per un cocktail a base di whisky. L’assassino che era a conoscenza del fatto che la vittima metodicamente, ogni sera beveva alle 23 prima di mettersi a letto un whisky con seltz, e quindi anche la sera del fattaccio avrebbe ripetuto la sua abitudine, ha aggiunto la Mickey Finn variety of knockoutdrops, drogando il whisky. Cosa poi sia successo, verrà spiegato da Fell. Non svelo la soluzione, perchè Carr qui raggiunge una delle sue vette.
Dico solo che la soluzione di Carr è anticipata da una assai simile di Vindry, concepita sette anni prima in Le Piége aux diamants, in cui ricorre esattamente la stessa situazione poi narrata da Carr, cosa assai singolare: una rapina, una vittima uccisa con un corpo contundente che gli fracassato il cranio, e dei diamanti scomparsi; e la stessa identica actio delicti. Il dubbio che sorge è che Carr avesse letto Vindry. La cosa ancor più singolare è che la stessa actio delicti si trova in un romanzo celeberrimo di Agatha Christie del 1941,  The Evil Under The Sun. A questo punto sorge il dubbio che Agatha Christie avesse letto Vindry oppure Carr. Io pensavo tempo fa che avesse letto Vindry. Oddio la cosa è possibilissima, e d’altronde si sa che spesso la Christie attinse ad autori minori per le sue storie. Ma il fatto che abbia potuto attingere da Carr sarebbe per me ancora più interessante in quanto c’è un altro legame tra il Carr di questo racconto ed uno degli ultimi romanzi di Agatha Christie con Hercule  Poirot: The Clocks, 1964. Infatti in “Sfida a Poirot” si ipotizza che un Mickey Finn sia stato propinato alla vittima.
Il Mickey Finn che Hilia Brinis probabilmente non sapeva neanche cosa fosse (infatti nella sua traduzione, a pag. 79 si legge “..sta nel fatto che la “Mickey Finn” variety of knockoutdrops produce nella vittima la stessa sensazione che…”), è  nient’altro che un drink addizionato con sostanze psicotrope, di solito Idrato di cloralio, allo scopo di far perdere conoscenza al malcapitato (knockoutdrops=droghe da perdita di conoscenza). Prende il nome da un certo Mickey Finn, che alla fine dell’Ottocento-inizio Novecento, fu proprietario di un Saloon a Chicago, dove serviva queste misture rinforzate  ad ignari e danarosi clienti (erano le sue donnine ad aggiungere al whisky il cloralio), che poi, storditi, venivano alleggeriti dei loro portafogli e abbandonati in vicoli, dove si riavevano non ricordando assolutamente nulla di quanto loro accaduto. Cosa che avviene anche a Seton.

Al di là del propinamento del Mickey Finn, la soluzione qui si avvale di una messinscena preparata precedentemente (la scala appoggiata al davanzale dall’esterno per simulare l’azione di un ladro) che però sfugge all’intenzione del colpevole, il quale non aveva meditato alcuna Camera Chiusa; anzi, le finestre dovevano essere aperte, e in tale stato sarebbero dovute essere trovate  da coloro che sarebbeo entrati nella stanza, se lo stesso padrone di casa, all’insaputa del suo aggressore, non le avesse chiuse.
Insomma qui ricorre una situazione simile a quella che ricorre in La mort vous invite di Paul Halter in cui un avvenimento non previsto dall’aggressore trasforma una certa scena di un delitto in una Camera Chiusa.
Per certi versi, in The locked room, la casualità gioca a sfavore dell’ aggressore in duplice maniera: non soltanto verrebbe esclusa a priori la possibilità che qualcuno fosse uscito da quelle finestre (ma poi vengono trovate orme nella terra, vicino alla scala), ma anche la situazione impossibile porta il Sovrintendente Hadley a rivogersi a Fell che ovviamente scopre il colpevole: se Seton non avesse chiuso le finestre, si sarebbe pensato ad un ladro e non entrando in scena Fell il colpevole non sarebbe stato acciuffato. Semplice.

Pietro De Palma

giovedì 29 dicembre 2016

John Russell Fearn : La stanza degli orrori (Within That Room!, 1946) – trad. Massimiliana Brioschi – I delitti della Camera Chiusa n.1 – Garden Editoriale – 1992

Pubblicato nel 1946 con nome e cognome propri, Within That Room!, viene tutt’oggi, presso alcuni, definito più che un mystery, un romanzo dell’horror. Ma più che altro è un romanzo mystery con una forte e decisa connotazione di genere gotico.
John (Francis) Russell Fearn nacque nel 1908 a Worsley nel Lancashire (U.K.). Pubblicò moltissimi romanzi, soprattutto di ambito western e fantascientifico. In quest’ambito eccelse, conquistando masse di lettori, con lo pseudonimo di Vargo Statten. Con altri pseudonimi, firmò romanzi di genere diverso: Thornton Ayre, Polton Cross, Geoffrey Armstrong, John Cotton, Dennis Clive, Ephriam Winiki, Astron Del Martia, etc..
Fearn pubblicò anche 26 romanzi polizieschi sotto molteplici firme, di generi diversi: tra questi, parecchi contenevano Camere Chiuse.
Fearn morì nel 1960.
Within That Room! Parla in sostanza di una stanza che uccide. E’ il vecchio soggetto inventato da Eden Phillpotts con The Grey Room, e poi rinfrescato da altri autori, tra cui per esempio il John Dickson Carr, autore di The Door to Doom.
Qui c’è un’eroica infermiera dell’ Auxiliary Territorial Service (ATS) che, immediatamente dopo il secondo conflitto mondiale, eredita piuttosto inaspettatamente, da uno zio bislacco, famoso entomologo, una proprietà circondata da un’aura strana ed inquietante: Sunny Acres. Vera Grantham, non crede affatto alle vecchie storie di fantasmi che circondano il castello ereditato dallo zio Cirrus; eppure, si trova subito dinanzi all’ostilità della gente, quando si sa in giro che è lei la nuova proprietà del maniero: nessuno vuole accompagnarla, così la giovane, finisce con l’accettare l’offerta di un giovane che non conosce, un aviere della RAF, reduce di guerra quanto lei, Dick Wilmott, che sta tentando di aprire un negozio di riparazioni radio. Sulla scalacagnata auto di lui, raggiungono il maniero, abitato solo da due domestici, i coniugi Failworth, lui maggiordomo, lei cuoca e governante.
La giovane, appena arrivata, si aspetterebbe di trovare un’atsmosfera serena, ed invece da subito, comincia l’estenuante e pressante richiesta dei due domestici, a che la ragazza venda la proprietà, per evitare di avere problemi, così come ne aveva avuti lo zio della ragazza, Cirrus Merriforth, che era finito per avere seri problemi psichiatrici, indotti dal luogo e dall’atmosfera, e dalla presenza di fantasmi. Più però, i due domestici, ed in particolare la moglie, cercano di terrorizzare la giovane, più ottengono come risultato la sua apatia. Una sera la ragazza sorprende senza essere vista, i due servitori intenti in cantina a pompare un liquido misterioso da un tombino nel pavimento di pietra della cantina e a riapre ogni sorte di recipienti a loro disposizione: i due indossano delle maschere antigas, per proteggersi dalle venefiche e mefitiche esalazioni, che convincono immediatamente la ragazza che li sta spiando, a cercare un qualche aiuto. Così l’indomani mattina si reca a Godalming, un posto vicino dove sta il negozietto di Dick Wilmott e prega il giovane, che di lei è segretamente innamorato, di andare con lei al castello, spacciandosi per fidanzati. La signora Failworth non crede minimamente che i due lo siano, ma deve fare buon viso a cattivo gioco, capendo ben presto che il gioco del terrore e della vendita del castello non riesce nel modo auspicato: la giovane non vende, anzi, assieme al giovane, vuole visitare la stanza maledetta, quella che aveva portato alla pazzia lo zio, e in cui si dice si manifesti un fantasma, e il 21 giugno, anche uno spirito malvagio: fatta schiodare la porta, i cui stipiti sono inchiodati e le cui fessure sono tappate con nastro adesivo, i due vi entrano: è una stanza completamente vuota, piena all’inverosimile di polvere e dominata da un grande camino, il cui fondo è franato. Ben presto avvertono un’aria malsana e cominciano ad avere seri problemi di respirare, ed inoltre vedono materializzarsi un fantasma ghignante. Devono uscire dalla stanza, per ritornare a poter respirare e a poter soprattutto riflettere  mente fredda.
Sempre più convinti, dall’atteggiamento dei domestici che essi siano coinvolti ij una specie di macchinazione ai loro danni, vogliono andare in fondo e così, recandosi allo studio legale che ha curato il passaggio di proprietà dallo zio alla nipote, vengono a sapere che un tale chimico analista, Harry Castairs, ha offerto per rilevare il castello e la proprietà intorno, circa quindicimila sterline; collegando alla professione del compratore gli indizi concernenti il misterioso liquido pompato dal sottosuolo e il puzzo mefitico che accompagna l’estrazione, si convincono dell’esistenza di qualche fonte sotterranea, corroborata dalla scoperta in un libro della biblioteca del castello, di notizie riguardanti il castello, costruito pare su un’antica faglia vulcanica.
I due sospettano ora che quelle sensazioni di soffocamento e il puzzo di uova marce, sia dovuto ad anidride solforosa ed acido solfidrico, due sostanza presenti nei gas vulcanici, e che il gas venga fatto salire nella camera tramite il condotto della canna fumaria del camino: provano innanzitutto che l’atmosfera malsana nella camera non esiste quando i domestici sono impegnati in altra attività e non sospettano che i due giovani siano penetrati nella stanza. Tuttavia il fantasma si manifesta e allora per trovarne la spiegazione, prima i due addebitano la causa ad una misteriosa sostanza presente sul soffitto della stanza, poi aggrappandosi all’edera rampicante della torre, il giovane si issa fuori fino a vedere dall’esterno il vetro della finestra, e trovando disegnata una figura corrispondente a quella che si manifesta nella stanza cosiddetta maledetta. Nel volume trovato nella biblioteca del castello manca la piantina del maniero, strappata da qualcuno, così il giovane si da da fare fino trovare presso un conoscente, una copie del libro da cui accede alla pianta del castello e così capendo che alle cantine non si accede solo dalla scalinata principale , ma anche da una scaletta di servizio.
Accadrà ancora molto, e rivelazioni continue si accavalleranno fino alla fine drammatica, nella stanza delle torture del castello.
Romanzo con una grande atmosfera,e con un ritmo serrato, non mantiene sino alla fine le promesse, sgonfiandosi presto, e soprattutto dando le risposte troppo presto, cosicché l’attesa della rivelazione finale viene sostituita da quella concernente la vita dei due giovani. I colpevoli si sanno sin dall’inizio e comunque una qualche sorpresina riguarda solo il ruolo di uno dei due coniugi rispetto all’altro, e quello del chimico analista. Per di più, i due giovani non vincono con pieno merito la tenzone con i colpevoli e assassini dello zio, in quanto riescono ad avere la meglio solo perché uno dei due coniugi si ribella all’atro mentre Dick e Vera sono inermi, incatenati e sul punto di venire torturati con i tizzoni roventi.
Un finale liberatore, tuttavia dominato dalla vetustà dell’impianto, anche piuttosto elementare e puerile: fantasmi, cattivi domestici (ovviamente come nella tradizione del romanzo mystery super-antiquato), eredità contese, tesori, radici misteriose, veleni infernali. E tuttavia non appartenente ad un tempo lontano, e per questo scusabile, ma addirittura al 1946, come se gli anni trenta non fossero mai esistiti: Fearn realizza una ghost comedy, infilando il motivo della camera che uccide, ma troppo presto rivelandone i meccanismi mortali, e quindi togliendo mordente alla storia. Ed impostando il romanzo al modo delle storie di Nancy Drew, in cui le donne sono sempre esseri indifesi, i fidanzati sono cavalieri che accorrono in difesa della pulzella e se vi sono castelli, sicuramente i domestici devono essere persone infide.
E’ interessante leggerla solo per gli amanti delle Camere Chiuse, che ne vogliano aggiungere un’altra, all’elenco delle opere lette e conosciute. Rimandiamo il giudizio su Fearn ad altre opere.

Pietro De Palma

P.S.
Di Fearn, alias Vargo Statten, alias innumerevoli altri pseudonimi, mi aveva fato le lodi Igor Longo, dieci anni fa. Ma è anche vero che Igor, citandomi i suoi capolavori (tutti editi da Garden), non aveva fatto menzione di questo romanzo. Mi era rimasto il dubbio che lui non lo conoscesse (essendo una Camera Chiusa): ora invece so,che non me ne aveva parlato perché evidentemente non lo riteneva di valore pari agli altri citati.

mercoledì 21 dicembre 2016

Pierre Boileau – Uno strano cliente (La Promenade de minuit, 1934) – trad. Aldo Albani -I Grandi Gialli Pagotto n.14, anno III, 1951


C’erano una volta I Grandi Gialli Pagotto. Già, i Pagotto. Il nome di una collana mitica per i collezionisti di libri gialli in Italia.
Tanti anni fa, alla fine degli anni ’40, c’è chi puntò tutto su una serie che proponesse autori non anglofoni ma francofoni. E’ bene dire che questa scommessa non pagò i risultati voluti, perché il bacino di lettura italiano, sin dall’origine fortemente anglofilo, non reagì entusiasticamente; tuttavia, quell’atto di presunzione, ci donò un patrimonio che ancor oggi, con notevoli difficoltà, per la rarità del materiale cartaceo in circolazione e quindi anche per il costo, ci dona momenti di grande lettura.
E’ il caso del romanzo che propongo questa volta, “Uno strano cliente” del francese Pierre Boileau. Il titolo dice poco a prima vista: direbbe di più se si fosse tradotto quello originale: La Promenade  de minuit, “La passeggiata di mezzanotte”, titolo che fa diretto riferimento ad un episodio di cui si narra nel romanzo e che condurrà alla soluzione.
Pierre Boileau è conosciuto per il sodalizio che lo legò all’altro scrittore francese Thomas Narcejac, di cui felici risultati furono tanti romanzi (anche conosciuti per le felici riduzioni cinematografiche): Les diaboliques (I Diabolici) oppure per esempio D’entre les morts (La donna che visse due volte), Maléfices, L’ingénieur aimait trop les chiffres, Les veufs (I Vedovi),  e anche per i romanzi che egli scrisse prima che incontrasse l’amico, tra cui il recentemente ripubblicato da Mondadori, Six Crimes sans Assassin (1939), “Sei delitti senza assassino”.
Tuttavia prima che scrivesse quest’ultimo, ne scrisse altri due, entrambi nel 1934, La Pierre qui tremble (La pietra che trema, 1950) e La Promenade de minuit (Uno strano cliente, 1951): quindi il romanzo di cui parlo in quest’occasione, anticipò direttamente Six Crimes sans Assassin: Perché lo metto in rilievo? Perché troviamo già nel romanzo precedente delle strane anticipazioni che verranno riprese e ampliate nel romanzo successivo.
Andrè Blunel è alle prese con una delle sue crisi di identità: vorrebbe avere per le mani un bel caso, che gli dia la possibilità di mettere in moto le sue cellule grigie; invece nulla gli viene proposto. Il fatto che la stampa locale lo definisca  benefattore dell’umanità, lo fà star male, perché egli non si sente tale: egli non combatte i criminali per affermare il senso della giustizia, ma solo per affermare il suo egocentrismo. In sostanza è una specie di Philo Vance, che cerca i migliori criminali per battersi con loro, sfidandoli sul piano della logica e della deduzione. Qunado meno se l’aspetti, ecco che gli capita un altro caso: gli si presenta alla porta un certo Lucien Blaisot, un tale secco secco e lungo che verrà chiamato per tutto il romanzo coll’appellativo di “Il trampoliere”. Lucien gli racconta una storia: suo padre, Auguste, un bel giorno è scomparso. Conduceva una vita tutto sommato tranquilla: aveva solo il pallino delle costruzioni meccaniche, e per quello s’era fatto costruire, accanto alla casa, una specie di laboratorio-deposito, dove passava le notti. Né lui, né la madre, né tantomeno lo zio, Charles, immaginano dove possa essere finito. Non hanno avvisato la polizia, anche per evitare di finire in bocca alla gente. Il fatto è che Lucien rivela che suo padre doveva avere una doppia vita: infatti una volta che sarebbe dovuto essere in laboratorio, era scomparso, e con lui il calesse, non l’auto. Dove andava di notte, per poi ritornare di mattino presto e infilarsi a letto come se avesse lavorato in laboratorio tutta la notte?
Andrè Brunel e l’amico (il narratore) partono alla volta di Coteville (Seine-Inférieure), vicino Dieppe, dove Blaisot vive. Appena arrivati, ricevono una gravissima notizia: lo zio Charles, il fratello del padre, è stato ritrovato dalla domestico morto: causa della morte una profonda ferita all’addome. Il fatto è che quando si recano sul posto e trovano il vecchio morto, notano: l’assenza di tracce evidenti di sangue, nonostante l’imponenza dell’emorragia, segno che il ferimento è avvenuto altrove; e che dev’essersi trattato di omicidio, perché lo strumento per mezzo del quale è stato ferito a morte, un’arma da fuoco, non è stato trovato.
Brunel, sulla base del fatto che al momento del ritrovamento del cadavere e anche qualche tempo prima, spirava vento contrario, e in base al fatto che la villa dello zio Charles abbia due uscite contrapposte (una davanti ed una dietro alla villa) deduce la possibile direzione che deve aver seguito lo zio, trascinandosi ferito fin dove è stato trovato morto, sulla base che il vecchio ogni giorno, ad una determinata ora, soleva fare un giro a piedi nella sua tenuta, anche per controllare che nelle sue terre non girassero bracconieri, con cui aveva una sorta di guerra privata.
Il tenente Perruchet della gendarmeria, che già è in loco, di buon grado accetta la collaborazione di Brunel.
Che possa essere stato forse un bracconiere, viene avvalorato dal fatto che viene trovato, nel posto che Brunel indica come possibile per l’omicidio, un bossolo calibro 16, di un fucile a pallettoni, un’arma che benissimo può aver colpito orribilmente all’addome il vecchio Charles. E trova anche una serie di impronte, che all’inizio sembrano indirizzare verso uno zoppo, zoppo che però, dopo un certo numero di passi, all’imboccatura di un sentiero che porta ad una casa abbandonata, scompare: evidentemente un depistaggio.
Dopo una serie di abboccamenti, decidono di penetrare in quella casa e vi trovano nascosto un fucile che potrebbe essere stata l’arma dell’omicidio. La casa è abitata da un certo Raymond Roujard, che alla loro vista fugge ma è acchiappato dopo un breve inseguimento: è un cacciatore di frodo, uno zoticone, mezzo vagabondo. Arrestato, viene portato in guardina. E’ lui l’assassino dello zio di Lucien Blaisot? E c’entra qualcosa con la scomparsa di Auguste Blaisot? Brunel è convinto del fatto che, se davvero come sembra, la morte e la scomparsa (ma sospetta un’altra morte) sono collegate, Roujard dev’essere stato sicuramente manovrato da qualcuno: insomma è stato il braccio, come è oramai sicuro, ma sicuramente non la mente, essendo un individuo alquanto stolido.
Brunel convince Perruchet a tendere un tranello a Roujard: allenteranno la sorveglianza in maniera che fugga, e lo seguiranno, sicuri che così sorprenderanno i complici. Tutto fila come previsto: Roujard fugge e si rifugia a casa sua . Brunel, l’amico e il tenente della gendarmeria si dividono le uscite della casupola: la porta e le due finestre, ognuno di guardia ad una di esse. L’evaso è alla loro mercè. Tuttavia mentre tendono l’assedio alla casa arrivano due ciclisti, e mentre uno dei due rifiuta di qualificarsi, assalta il tenente, e fugge, vedono anche l’altro che fugge, proprio mentre si sente un grido orribile e Roujard viene trovato in un mare di sangue con la gola squarciata: i due non possono essere stati, non è stato visto altro avvicinarsi alla casa, eppure Roujard è morto. Sembrerebbe un mistero da Camera Chiusa. Accanto al cadavere un coltello, che viene identificato come appartenente a Charles Blaisot. Cosa significa? Che sicuramente Roujard deve avere ucciso Blaisot, ma..chi ha ucciso a sua volta lui? Come ha fatto un coltello con le iniziali di Charles Blaisot ad essere trovato nella gola di Roujard?
Brunel sospetta che c’entri qualcun altro. Ma non ha prove di alcun genere. Sa solo che l’unico testimone del mistero che grava sull’intera faccenda non parlerà mai, perché parlare proprio non sa. Semmai sa..nitrire. E’ il cavallo che tira il calesse. Possibile che lui sappia la strada che il vecchio Auguste faceva di notte? Brunel si affida all’unica pista che ha a disposizione: convinto a seguirlo Lucien, partono di notte sul calesse e lasciano che il cavallo segua un suo itinerario. Li porterà ad una casa abbandonata, dove Brunel avrà una grande sorpresa che per poco non si concluderà con la sua morte prematura. Questa volta dovrà dire grazie al suo aiutante, che a sua volta, novello Sherlock Holmes, avrà capito come nella faccenda c’entri qualcun altro di casa Blaisot, tra la fidanzata di Lucien, Hélène Dorance, il custode Bertrand, e la moglie di Auguste, e proprio nell’istante in cui Brunel sta per andar a far visita, legato mani e piedi, alle rane di uno stagno, pardon, a San Pietro, ecco che l’amico interviene, vero deus ex machina e lo salva.
In un finale liberatore, si spiegherà tutto, e più d’uno dovrà rivelare la sua verità.
Romanzo delizioso, con tratti assai godibili (il modo come senza indizi di sorta, ma solo affidandosi all’acume e all’intuito, Brunel capisca dove è avvenuto veramente l’omicidio di Charles Blaisot, e gli indizi che lo portano a sospettare di un bracconiere, è veramente un pezzo di bravura), il romanzo gioca ancora una volta su quella che è la caratteristica comune dei romanzi francesi del periodo, di cui Boileau incarna la leadership indiscussa: disinteressarsi di atmosfera e descrizioni psicologiche, per presentare al lettore una storia basata esclusivamente su un mistero, che porterà, allorchè venga risolto brillantemente, alla spiegazione del tutto. E’ un modo assai semplicistico di scrivere ma che consente di concentrare tutte le proprie energie sull’intreccio e sul mistero, senza occuparsi di altro.
In un certo senso questo romanzo è anche assai interessante, non solo perché è uno studio rivolto alla Camera Chiusa, ma anche perché in certo senso, è uno studio preparatorio, una sorta di cartone su cui Boileau fissa alcune delle idee che riprenderà nel romanzo del 1939: innanzitutto il motivo della casa sorvegliata da tre persone diverse (Brunel, l’amico assistente ed il poliziotto di turno) che sorvegliano ognuna una delle uscite possibili della casa, e il motivo della Camera Chiusa conseguente, visto che colui che si è chiuso in casa, muore in circostanze impossibili.
Interessante è anche l’intreccio che avviluppa assieme, due storie completamente diverse, presentandoci un due cadaveri, morti per cause diverse, in seguito a fatti completamente estranei, che coinvolgono persone che neanche si conoscono, in un intreccio che non sente il bisogno di seguire le idee classiche del romanzo poliziesco di quegli anni, quelle delle 20 regole di Van Dine.
In un mondo ancora una volta d’altri tempi: un’ambientazione bucolica (ma non troppo), personaggi quasi surreali, un animale che porta gli uomini a scoprire un intreccio neanche immaginato, carrozze e auto d’epoca, malfattori che fuggono inforcando due biciclette, mezze verità e mezze bugie, un detective osannato che deve la vita al suo aiutante improvvisatosi a sua volta detective, una bella fanciulla di cui l’amico di Brunel si innamora. E due assassini che stanno per diventarlo spinti dalla necessità, ma in realtà ladri di polli; ed un ladro di polli che diventa assassino.
Insomma tante sorprese con un finale a sorpresa che sorprenderà non poco e non pochi.

Pietro De Palma

domenica 18 dicembre 2016

Agatha Christie : Sipario (Curtain – Poirot’s Last Case, 1975) – trad. Diana Fonticoli - Il Giallo Mondadori N.1403 del 1975. Ristampato in I Classici del Giallo Mondatori N.1287 del 2011.




Styles Court ebbe sempre una certa importanza per Agatha Christie.
Lo testimonia l’avervi ambientato 2 romanzi importantissimi nella sua carriera di scrittrice: The misterious affair at Styles , il suo esordio nella carriera di scrittrice (1920), per di più col personaggio che la rese universalmente celebre, Monsieur Hercule Poirot, investigatore belga; Curtain – Poirot’s Last Case (1975), romanzo d’addio di Poirot.
Curtain – Poirot’s Last Case comincia laddove il primo era finito: a Styles Court. Ora la dimora dei Cavendish è diventata una pensione: lì ha affittato una stanza Poirot, invecchiato e consumato dall’artrite, che vive in pratica su una sedia a rotelle. Ma Poirot non è a Styles per nostalgia, bensì per un fine molto più stringente: come scrive al suo vecchio amico Hastings, anche lui solo, dopo la morte della moglie, lì in quella pensione, dimora un assassino, o…Mr. X come lui lo chiama, non volendosi più di tanto sbilanciare; nel tempo stesso, la reticenza è una misura precauzionale nei confronti dell’amico e dei suoi, non essendoci alcuna prova che indichi in maniera inconfutabile che X sia un assassino. Lo dimostrerebbero, solo, incredibili coincidenze, avvenimenti che, presi singolarmente, non hanno alcun valore, e poi, invece, raffrontati gli uni agli altri e tutti e ciascuno rispetto a delle determinate circostanze, assumono sinistri contorni.
In altre parole…c’è stata una serie di morti molto strane.
Leonard Etherington: morto apparentemente per cibi guasti, in seguito all’autopsia si scopre essere stato assassinato con topicida a base di arsenico. Accusata la moglie, essa era stata assolta. Tuttavia l’opinione generale le era sfavorevole e dopo due anni dal processo, si era suicidata con barbiturici.
Signorina Sharples: morta in seguito a dose eccessiva di morfina. Insufficienza di prove a carico della nipote, Freda Clay.
Ben Craig : assassinato assieme alla signora Riggs con un fucile appartenente al di lei marito Edward Riggs, geloso della relazione tra i due. Riggs era stato condannato all’ergastolo, dopo la condanna a morte.
Derek Bradley: minacciato dalla moglie per la sua relazione con una ragazza, era stato ucciso con del cianuro di potassio sciolto nella birra. La moglie era stata condannata a morte e impiccata.
Matthew Litchfield : padre tirannico di quattro figlie, ucciso da Margaret la figlia maggiore, che voleva così permettere alle sorelle di rifarsi una vita: internata a Broadmoor perché incapace di intendere e volere, vi era morta successivamente.
Casi che non sembrerebbero aver avuto alcunché in comune, troppo diversi per suggerire una matrice comune. Eppure Poirot vi ha scorto quello che altri non avevano notato: questo fantomatico Mr. X  aveva “abitato per un certo periodo nello stesso paese di Riggs”, “era in rapporti di amicizia con Etherington”, “conosceva la signora Bradley”; conosceva (e una foto lo testimoniava) Freda Clay; si trovava vicino a casa Litchfield quando il padrone di casa era stato ucciso.
Ora si trova a Styles Court, divenuta una distinta pensione. E anche Poirot è lì.
Poirot nonostante sia su una sedia a rotelle, si sente in dovere di entrare in azione, perché sospetta, in base a tutte le coincidenze preesistenti, che un altro omicidio stia per avere luogo lì, a Styles Court, dove cinquant’anni prima, era stata uccisa Emily Inglethorp.
La dimora dei Cavendish è stata venduta ed ad averla acquistata e trasformata in pensione è stato George Luttrell, colonnello a riposo. La amministra e vi vive assieme alla moglie Daisy. Ospiti della pensione, e quindi in sostanza personaggi del romanzo, oltre a Poirot, sono, al momento in cui arriva con sua figlia Judith, Hastings: Sir William Boyd Carrington, Stephen Norton, Elizabeth Cole, lo scienziato John Franklin (che vi ha un laboratorio) e sua moglie Barbara; il cameriere di Poirot, Curtiss, e la signorina Crafen, infermiera. Tutti i personaggi, chi più chi meno, avranno un ruolo nel dramma. Tra questi si cela l’assassino, Mr. X, e la sua vittima.
Poirot vorrebbe salvare l’agnello sacrificale, che non sa chi sia, e proprio per questo chiede l’aiuto di Hastings, che corre, assieme alla figlia, in aiuto dell’amico. Ma di lì a poco avverrà un omicidio, sulla base della massima poirotiana: “..una rondine non fa primavera. Ma un assassino, Hastings, fa un delitto” (pag. 46). Ma prima ci sarà un tentativo andato a vuoto di uccidere la moglie del colonnello Luttrell: lui spara ad un coniglio e un proiettile sfiora la moglie. Il proiettile pare sia stato sparato dal fucile del colonnello; ma è davvero così, oppure è stato sparato da un fucile simile, di uguale calibro?
Fatto sta che, successivamente, una morte avviene: la signora Franklin viene avvelenata con una dose mortale di solfato di fisostigmina. La dose proviene dal laboratorio del marito, di cui possiede una chiave sia lui che l’assistente. Si chiarisce che la vittima soffriva di depressione, e c’è per di più un testimone oculare al di sopra di ogni sospetto che giura di averla vista uscirne stringendo in mano un flacone: è Hercule Poirot. Il verdetto dell’inchiesta del coroner è di suicidio. Ma davvero Poirto ha visto quello che ha confessato? Il punto nodale è che il buon Poirot una ne fa e cento ne pensa: egli sa che la signora è stata assassinata, ma siccome non ha prove su X, fa in modo che l’inchiesta venga chiusa in maniera tale che lui e Hastings siano liberi di lavorare “sotto copertura”, diremmo oggi. Del resto, confessa di aver testimoniato ma “non sotto giuramento”.
Hastings ha paura che qualcos’altro avverrà. E in effetti un secondo omicidio avviene, e questa volta in condizioni impossibili: Norton viene trovato con una pallottola in fronte nella sua stanza, chiusa dall’interno; e la chiave gli viene trovata nella tasca della vestaglia, una volta che la porta viene forzata. Anche la finestra è stata trovata chiusa dall’interno. Non può che trattarsi di suicidio.
Questa volta è Hastings che giura all’amico di aver visto Norton (che zoppicava) con indosso la vestaglia, chiudersi in camera. Ma nonostante che sia stato trovato con la pistola in mano, Norton in base alla convinzione di Poirot, è stato ucciso.
Da chi ? E come ?
Dopo, sono solo fuochi pirotecnici.
E uno di questi riguarda Poirot. Che muore, per attacco cardiaco.
Poi, quattro mesi dopo una lettera recapitata a Hastings spiegherà tutto: come siano avvenute le tre morti; come non ci sia stato un tentato omicidio, ma due; come ci fossero all’atto, fino all’assassinio Franklin, due potenziali omicidi e uno reale; come, dopo l’omicidio Franklin, un potenziale omicida e due reali; dopo l’omicidio di Norton, due assassini. Dopo la sua morte (quella di Poirot), un solo assassino, che non è però X e che è un altro colpo di scena.
Non so come la pensino gli altri, ma io un’idea me la son fatta: secondo me i Queen avevano letto e apprezzato, e l’avevano in parte come modello The misterious affair at Styles, quando scrissero The Twins Siamese Mystery: in Agatha Christie c’era la storia di due fratelli e di una matrigna, che poi si era risposata con un uomo più giovane, e dell’assassinio di lei, di cui è accusato falsamente uno dei fratelli; nei Queen, la storia di un chirurgo assassinato, e sospettati falsamente sono 2 fratelli gemelli. In ambedue entrano in scena due possibili uxoricidi.
Ma, poi, altrettanto probabilmente la Christie doveva aver letto le opere dei Queen. Infatti le ultime quattro parole del romanzo “il marchio di Caino”, Mark of Cain, ci rimandano a Ellery Queen, a tanti suoi lavori: al radiodramma The Adventure of the Mark of Cain, al romanzo The King is Dead, aun capitolo di Once was a woman, che si chiama The Mark of Cain. ma anche allo stesso The Twin Siamese Mystery, a X.
X ci rimanda al dottor Xavier, ma anche al doppio. A Giano bifronte: e questo, Curtain – The Poirot’s Last Case, è un altro romanzo sui doppi, potremmo dire il romanzo sui doppi della Christie: perché ci sono quattro assassini, e questi quatto fino alla fine non paiono tali. Uno non ha mai ucciso, ma ha ucciso molti; un altro ha ucciso una sola volta per necessità, per salvare delle vite, ma non è stato incriminato anzi lodato, ed ora uccide ancora per necessità, per salvare delle vite, ma nessuno penserebbe che abbia ucciso; un altro uccide ancora, ma non sa che ha ucciso; e infine il quarto, che vorrebbe uccidere un altro, finisce per un errore, non suo, di uccidere..se stesso.
Potremmo chiamarlo, al pari dei Queen, una “Tragedy of Errors”. E tale sicuramente sembra a chi legge il romanzo, perché molto altro accade, e in questo molto, molti altri errori ed equivoci e comportamenti caratterizzanti, che trovano spiegazione nel catartico finale; e tra i comportamenti segnaliamo, la strana ripresa del “claudicare” di Poirot: Poirot nel suo primo romanzo, zoppicava. Poi durante la sua cavalcata di cinquant’anni, l’incedere claudicante si attenuerà di parecchio. Si riparla di andatura zoppicante di Poirot in quest’ultimo romanzo. E l’andatura zoppicante entra di prepotenza nella spiegazione finale.
Ma perché proprio a Styles Court la Christie pensò di ambientare il suo primo ed il suo ultimo romanzo della serie di Poirot? Non lo so, ma sicuramente Styles Court, doveva rivestire per la Christie quasi un valore simbolico: lì aveva avuto inizio la sua fortuna, lì doveva finire.
Pochi sanno che quando scrisse il suo primo Poirot, la casa dove abitava col marito, il colonnello Christie, si chiamava Styles, a Sunningdale, nel Berkshire. E da quella casa prima il marito nel 1926 andò via dichiarando che aveva un’amante, poi lei stessa scappò (la famosa fuga e temporanea scomparsa).
Un discorso a parte meriterebbe la scelta della copertina della ristampa, in edicola in questi giorni: rappresenta un corvo tra le lapidi. Corvo, simbolo di morte? Corvo simbolo di malaugurio? Il significato potrebbe essere quello. Ma potrebbe essere, anzi senz’altro è, un simbolo: se si nota, sulla copertina degli Oscar (e anche dentro) si trova ( associato spesso alla firma di Agatha Christie), il disegno di un corvo. Quindi il corvo potrebbe rappresentare Aagatha Christie. Che sta in un cimitero, presso una lapide: quella di Poirot. Significa che Agatha Christie è sopravvissuta nella morte alla morte del suo personaggio più famoso? E’ certamente una copertina interessante, anche se io preferisco quella molto più esplicativa, e, anche in un certo senso, maggiormente melanconica, di Jacono: Poirot che si inchina per l’ultima volta davanti al proprio pubblico, mentre il sipario delle sue avventure (e della sua vita di carta) si chiude. Del resto la melanconia del personaggio, in quest’ultimo romanzo, è molto accentuata: lo vediamo sofferente, e per la prima volta incapace di prendere decisioni ragionevoli nei confronti di un assassino perfetto.
Quella dell’assassinio perfetto è una via che viene da lontano, e che, attraverso varie sfumature, Agatha ha esplorato più volte. Qui tuttavia ci troviamo, per ammissione dello stesso Poirot, dinanzi ad un assassino davvero unico, perchè non si sporca le mani. In qualche modo rielabora precedenti esperimenti romanzeschi, che non sono propri solo di Agatha Christie, ma anche di altri autori britannici (Heyer, Crispin, Wentworth, per es.) che hanno a più riprese parlato della possibilità di seminare odio e risentimento attraverso la corrispondenza, le lettere. Io vedo una similarità molto accentuata tra questi odiosi sistemi di portare il male nella comunità (inducendo i più deboli a uccidersi o inducendo altri a uccidere), per esempio nel famosissimo romanzo della Christie, “Il terrore viene per posta”, ed il sistema adottato dall’assassino X presente in questo romanzo: attraverso una sensibilità psicologica accentuatissima, e votata al male, indurre determinate persone ad ucciderne altre, toccando al momento giusto “determinate corde”.
Insomma, un romanzo che a dirla così sembra nulla, ma in realtà è, secondo me, un capolavoro assoluto di Christie, uno dei pochi romanzi che ci si augurerebbe di poter salvare da un’intera libreria, se non la si potesse salvare tutta.

Pietro De Palma

martedì 13 dicembre 2016

PROSSIMAMENTE ARTICOLO ANALISI ATTIVITA' EDITORIALI 2016

Prossimamente, su questo blog, apparirà una mia disamina sull'attuale stato dell'editoria italiana del settore gialli, e su quello che s'è fatto o non s'è fatto nel corrente anno 2016.
Quindi, tutti attenti e, se volete, partecipate con commenti!
Un saluto a tutti.

P. De Palma