lunedì 5 dicembre 2016

John Dickson Carr – Il Cantuccio della Strega (Hag’s Nook, 1933) – trad. A.M. Francavilla – I Classici del Giallo, Mondadori, N° 486 del 1985 – 1^ edizione; I Classici del Giallo, Mondadori, N° 1336 del 2013 – 2^ edizione.

IL GOTICO IN CARR

In che modo Carr ha rivisitato nei suoi romanzi le storie soprannaturali  e in che modo egli ha contribuito ad un genere  al quale da Lefanue a Joyce da Jan Potocki a Montague Rhodes, vari sono stati i romanzieri che hanno aggiunto il proprio tassello al quadro generale?
Và detto innanzitutto che la tendenza di Carr a rivisitare il genere è stata dovuta alle sue letture giovanili, ma anche – io direi – a delle peculiarità storiche: la tendenza tipica del primo novecento a riscoprire, anche nelle sue manifestazioni più esteriori, lo spiritismo. I più grandi spiritisti sono stati britannici, e lo stesso Conan Doyle fu un grande studioso del paranormale ( e per certi versi sapere questo contrasta col fatto che fu l’inventore del primo più grande detective che fa della deduzione e abduzione le proprie armi vincenti).
Pertanto, la presenza in maniera massiccia nell’opera di Carr, di elementi attinenti al paranormale, non mi lascia basito. Conseguentemente varie sono le nuances gotiche nelle sue opere: dai tratti orrorifici, tipici dei primi romanzi del ciclo bencoliniano (It Walks By Night, Castle Skull), al gotico di nome ma non di fatto in The Plague Court Murders, al gotico che sconfina nel fantastico (The Bourning Court o The Door To Doom), il cammino ha toccato più sponde, definendo col tempo un proprio ideale di mistero. Non direi come dice Sonaglia che “Se gli si può imputare un difetto, rispetto ai cugini specializzati nell’arte del mistero, è proprio quello di essere «asettico» in modo addirittura esagerato; i suoi personaggi, disinfettati dai turbamenti elementari, sono colmi di salute e buon senso «old England», e c’è un ottimismo di fondo al quale si sacrifica per necessità l’unica vittima rituale che, in questo caso, è l’assassino” (C. Sonaglia, Carr e il gotico, 1983, Il Giallo Mondadori  N° 1821), perché, se è vero che questa mancanza di sangue ristagna in gran parte dell’opera carriana, è anche vero che nelle prime opere, quelle del ciclo bencoliniano, si assiste ad un exploit di Grand Guignol. Piuttosto direi che il suo essere asettico, proponendo un mystery di influenza gotica senza sangue, è il risultato di un processo lento ma inarrestabile, che tende ad abbandonare il mondo dell’irrazionale e spostarsi sempre più marcatamente in quello del razionale, passando da una via già battuta da altri ad una tipicamente propria. E nella realizzazione di un proprio modello letterario, man mano che egli si allontana da un gotico di maniera, perde anche le proprie sponde letterarie. Così, se nei primissimi romanzi, l’atmosfera è quella delle opere del gotico cosiddetto “nero” (per es. Walpole), oppure nei suoi romanzi vari sono i suoi riferimenti all’opera di Poe (Poison In Jest  per esempio), nel momento in cui individua e persegue tenacemente una propria strada, perde del tutto i riferimenti letterari ai grandi suoi predecessori.
Così, tre stadi possiamo identificare, grosso modo, nel mondo del gotico carriano, corrispondenti a tre romanzi simbolo, perché capifila delle tre sue serie:
It Walk By Night : il gotico primo tipo con una marcata presenza di elementi orrorifici e di sangue;
Hag’s Nook : il gotico secondo tipo, in cui pur proponendosi manifestazioni tipiche del gotico (cripte, topi, prigioni, pozzi) il sangue non è più in primo piano;
The Plague Court Murders, in cui il gotico raggiunge la forma più stabile, proponendo quello che è il tratto più caratteristico della produzione carriana: il vedere e non vedere, “l’esistenza–non esistenza” del soprannaturale, cioè nel momento in cui si delinea una possibilità di soprannaturale, il suo superamento razionale.
Hag’s Nook, mancante da quasi trent’anni negli scaffali degli appassionati, è stato ripubblicato finalmente, qualche giorno fa, nella versione integrale dovuta a Maria Antonietta Francavilla.
E’ una storia che allude ad una maledizione: il primogenito di una certa famiglia, dopo aver passato la notte in una stanza della dimora degli avi, muore col collo spezzato.
La famiglia è quella degli Starbeth: un avo era stato il terribile e feroce comandante di una prigione costruita nei pressi del “Cantuccio della Strega”, una rupe dove si impiccavano le streghe: la rupe era a picco sulla vallata, per cui dalla forca costruita a picco, si facevano cadere le vittime appese al capestro di una lunga corda, cosicché spesso il colpo, acuito dalla caduta e dal peso della vittima, provocava una orribile decapitazione. Già il posto era molto conosciuto, perché la gente si accalcava nel passato per assistere a questi spettacoli orridi, ma poi aveva acquisito altra trista fama, perché nei pressi, per volere delle autorità, era stata fatta costruire una terribile prigione, dove la stessa manovalanza che fosse stata impiegata per costruirla, se fosse scampata alla fatica, alle frustate, alle condizioni inumane e alla morte, sarebbe stata reclusa per scontare il proprio fio. Tuttavia pochi scampavano a quel luogo terribile di detenzione, e coloro che cercavano di fuggirne spesso cadevano nel pozzo costruito nel luogo del Cantuccio della Strega, un pozzo che era pieno dell’acqua malsana dell’acquitrino che vi ristagnava, morendovi. Spesso nello stesso vi si buttavano i cadaveri dei condannati, per cui ben presto i miasmi, la decomposizione dei cadaveri e i numerosissimi ratti che infestavano la prigione, avevano provocato una epidemia di colera che avevano provocato la morte dello stesso Governatore. A lui si doveva la consuetudine di richiedere che il primogenito per ereditare, nel giorno del suo venticinquesimo compleanno, dovesse andare alla prigione di Chatterham, passare una notte nella stanza del Governatore, aprire una cassaforte,  leggere un certo documento e correre un certo rischio, senza poterne riferire al proprio figlio.
E Timothy Starbeth, è morto in modo assai strano: è stato trovato col collo spezzato e bagnato fradicio, come se qualcuno, che fosse emerso dal pozzo, l’avesse ucciso: il fantasma assassino e vendicatore di qualche condannato all’impiccagione, buttato in quel pozzo perché si decomponesse?
Ora Martin Starbeth deve adempiere al rito per entrare in possesso dell’eredità, ma ha paura. E ha dannatamente paura anche sua sorella, Dorothy, innamorata e ricambiata di Ted Rampole, giovane americano che è in quei posti perché Bob Melson, amico del Dottor Gideon Fell, gli ha dato una lettera di raccomandazione per l’amico, così che possa dare valido aiuto al giovane che deve specializzarsi all’università.
Così, tutti quanti si trovano assieme: Martin, Dorothy, Ted, Gideon Fell e il dottor Payne, il notaio legale degli Starbeth. E c’è anche il reverendo Thomas Saunders, che viene presentato a casa loro da Gideon e dalla moglie: non si sa per quale motivo, quasi fossero ostaggi dei fantasmi del passato e delle superstizioni, ma tutti temono che accada qualcosa. Così stabiliscono un certo piano: Martin andrà alla prigione, entrerà nella stanza, accenderà un fanale e siccome non ci sono altre uscite che quelle sorvegliate da lontano, e dentro si è fatta una ricognizione e si è potuto appurare che non ci sono passaggi segreti e quant’altro, si può esser sicuri che non avverrà nulla anche quando tornerà, perché la via per andare alla prigione è del tutto all’aperto e quindi può esser facilmente sorvegliata. Ma qualcosa va storto. Martin non torna, e così cercatolo, lo trovano morto, col collo spezzato, nel Cantuccio della Strega, vicino al parapetto del pozzo.
Subito si instaura l’interrogativo base: come è morto? Si stabilisce che è stato assassinato, ma…da chi? Questo è il punto: chi avrebbe potuto farlo, davanti agli occhi degli spettatori e farla franca?
Ben presto un curioso intervallo di dieci minuti (alcuni orologi della casa sono precisi ma uno si è tentato di farlo sistemare dieci minuti avanti e quello che ha dato l’ordine non eseguito, è stato Herbert, il cugino dei due Starbeth) diventa determinante per stabilire i tempi dell’omicidio. Tutti cercano Herbert, ma Herbert non si trova: è scappato. E’ lui l’assassino?
In un vorticare di eventi, Gideon Fell estrarrà dal cappello a cilindro non un coniglio, ma la soluzione, individuando l’assassino, fornendogli il movente e soprattutto smascherandone l’alibi a prova di bomba e la rispettabilità, non prima che sia stato ritrovato morto anche lo stesso Herbert.
Hag’s Nook, sottovalutato da molti, rispetto a più blasonati suoi posteriori, è nell’ambito dei romanzi carriani già un piccolo capolavoro: presenta una situazione impossibile, un’atmosfera apparentemente soprannaturale, ed un piccolo numero di pretendenti al ruolo di assassino.
Innanzitutto, in questo romanzo – anzi direi -  “anche in questo romanzo”, Carr rende un personale omaggio a Poe: infatti Carr, come aveva fatto in Poison in Jest (pubblicato un anno prima, nel 1932), dove il riferimento dichiarato era stato The cask of Amontillado, qui Carr immette tutti i caratteri più esteriori del gotico (stanze di tortura, topi, luoghi tetri e bui, particolari orridi) e in più elabora una situazione, quella della mappa del tesoro e della chiave per accedervi, che si  rifà espressamente a The gold-bug (Lo scarabeo d’oro) proprio di Poe, proprio per la natura della chiave, un crittogramma: se in Poe tuttavia, la chiave era di tipo logico matematico ( a numero uguale corrisponde lettera uguale, sulla base della frequenza di certe lettere nella lingua inglese) qui essa si basa su indovinelli e su acronimi, non su sciarade, come indicato nel romanzo (pag.151 versione originale, I Classici del Giallo Mondadori N.486 del 1985: “Il dottore arricciò i baffoni. – Ci siamo – annunciò – è una sciarada”): infatti, se fosse una sciarada, FENMEN ILIADE NORVEGIA DECESSO SASSO ITHURIEL GETSEMANI non dovrebbe contribuire a formare FIND SIG, perché le due parole FIND SIG si formano solo prendendo le iniziali di ciascuna delle parole prima riportate FENMEN ILIADE NORVEGIA DECESSO SASSO ITHURIEL GETSEMANI, cosa che è appunto un acronimo; l’espressione “E’ una sciarada”esclamata da Fell è quindi un mero errore: la sciarada infatti è l’unione di due parole a formarne un’altra di senso diverso da quello delle due parole unite: es. rosa + rio = rosario.
Possibile che Carr si fosse sbagliato? Tutto è possibile, ma io propendo a credere che l’errore fosse intenzionale, cioè che Fell non lo si deve prendere come l’oracolo, ma come un personaggio che talora prende, non volendo, degli abbagli colossali: fa parte della sua personalità. Ma non è che gli altri facciano pure una bella apparizione: infatti nessuno si accorge dell’errore!
Al di là di ciò, sottolineo come tutti i caratteri più orridi (le catene e i ceppi che penzolano dai muri, gli strumenti di tortura, i ratti enormi, l’oscurità, il pozzo con i suoi segreti) sono usati in questo romanzo non con la stessa vena usata per il primo di Bencolin: lì la cantina, in cui si sentivano dei rumori, nasconde nei suoi muri un cadavere decomposto; qui, in ambienti grevi di presagi, in cui ci si aspetterebbe di trovare qualche macabro resto a ben donde, nulla viene trovato. In altre parole, se l’ambientazione è la stessa, diversa è la sostanza, qui molto meno evidente: è come dicevo più sopra: man mano che Carr procede sul suo cammino, perde i caratteri propri del Gotico orrorifico tipo il Vathek o Il Castello di Otranto, per assumerne altri più propri, caratteri di facciata, che devono contribuire a creare un’atmosfera ma poi non devono distogliere dalla ricerca di una soluzione il più possibile razionale, in cui il soprannaturale perde la propria irrazionalità latente.
Ecco allora lo schema che verrà in tanti romanzi quasi sempre seguito:
Introduzione > descrizione di una situazione irrazionale delitto > spiegazione razionale > individuazione omicida > apologo
Solo in un caso, o meglio in pochissimi, Carr si discosterà: e sarà quando, accanto alla soluzione razionale che deve ricondurre il discorso alla credibilità, perché l’omicida possa essere individuato e non invece sfugga, sarà contemplata una possibile soluzione soprannaturale. Il movente di Carr quindi non è tanto l’avversamento di una situazione soprannaturale a favore di una razionale, per un qualche agnosticismo di fondo, quanto io credo la volontà di ricondurre la soluzione in un alveo contraddistinto dalla giustizia umana che non deve contrapporsi o sostituirsi o essere sostituita da quella divina, ma affiancarla nella punizione del reo. Una giustizia giusta, che per evitare di incriminare un innocente, deve necessariamente affidarsi ad un detective superiore, il quale però è sempre un uomo, capace quindi di prendere un abbaglio.
La grandezza di Fell è proprio questa: sapersi svincolare al momento opportuno delle proprie piccolezze (com’è per esempio pontificare, magari a sproposito: sciarada al posto di acronimo) e assurgere alla verità suprema. Non è un caso per esempio che in parecchi dei romanzi in cui compare e in cui si sviluppa una trama soprannaturale, Fell introduca il fatto, come qui del resto. La ragione è una sola: se Fell descrive l’evento, il lettore è portato in un primo tempo a dargli credito, e quindi la stessa situazione soprannaturale acquista credito e l’atmosfera ne beneficia. Quale sorpresa ne riceverà il lettore più tardi quando assisterà alla sconfitta del soprannaturale a favore del razionale, proprio per causa di Fell!
Accadrà quando Fell pontificherà ex-cathedra, elevandosi sulle proprie piccolezze umane, e affermerà una verità assolutamente incontrovertibile, sostenuta da prove inoppugnabili e da un ragionamento superiore.
E per farlo dovrà liberarsi dai preconcetti. Perché, come dice Sherlock Holmes, ne Il Segno dei Quattro, “When you have eliminated the impossible, whatever remains, however improbable, must be the truth” .
Bisogna anche dire che questo romanzo influenzerà altri autori: il tema della maledizione gravante sul primogenito che deve passare la notte in un certo ambiente e poi finisce assassinato in condizioni impossibili, influenzerà per esempio il Derek Smith di Whistle Up The Devil.

Pietro De Palma

venerdì 2 dicembre 2016

Paul Halter : La Maledizione di Barbarossa (La Malediction de Barberousse, 1985) – trad. Igor Longo – Il Giallo Mondadori N.3011 del 2010.

Quando, nel 1985, Paul Halter scrisse La Maledizione di Barbarossa,non lo conosceva nessuno, almeno come scrittore di romanzi polizieschi. Ma lui voleva emergere. Gli piaceva pensare che come lui aveva amato Carr, Christie e Rawson, così altra gente avrebbe potuto innamorarsi dei suoi romanzi. E allora pensò bene che per farsi conoscere senza ricorrere ad amicizie che forse non aveva a quel tempo, era necessario vincere un concorso, non importa se grande, anche piccolo, un concorso locale, ma bastevole a farlo conoscere in una cerchia di estimatori. E così partecipò al “Prix de la Société des Ecrivains d’Alsace et de Lorraine” nel 1986. E lo vinse. Da lì cominciò la sua carriera, che poi ebbe un’impennata quando l’anno dopo vinse con “La Quatrième Porte” il “Prix du Festival de Cognac” e due anni dopo con “Le Brouillard Rouge” l’importantissimo “Grand Prix du roman d’aventures”. Insomma, nel 1988, poteva dirsi arrivato al successo, che poi non lo ha più abbandonato. Da allora ha scritto molti romanzi: nel loro ambito, si possono riconoscere fondamentalmente due serie ben definite, legate ai personaggi di Owen Burns (5 romanzi) e soprattutto Dr. Alan Twist (più o meno venti, ad oggi); e anche alcuni romanzi, senza personaggio fisso.
E’ stato tradotto principalmente in Italia e Giappone, e poi anche altrove.
Se c’è una cosa che balza agli occhi subito, è che la fama di Halter è legata ai romanzi che hanno come protagonista  Alan Twist. Sono essi i romanzi in cui lui si è sempre più cimentato, quel sottogenere di whodunnit che i puristi chiamano “Locked Room”, a cui lui sin dal principio ha affidato le sue energie migliori. Così, a dirla breve, si è quasi sicuri di leggere un bel romanzo del genere, solo se c’è il Dr. Twist, che assicura poi, nella maggioranza dei casi, anche l’impianto di una bella camera chiusa, per la gioia di tutti gli estimatori.
Il fatto è che, principalmente, Halter a sua volta si è sempre professato estimatore di Carr, Christie (e anche Rawson). E così, accade (ed è accaduto in passato) che parecchie volte egli abbia citato i suoi autori preferiti. Io la penso così. In passato questa posizione l’ho esternata parecchie volte a Igor Longo, che ho trattato per molti anni, e che è il suo traduttore italiano ed un suo amico: più che una semplice decantazione di espedienti inventati da altri, a me è sembrata da sempre la consuetudine di un tributo ideale ai suoi miti. Per questo, leggere un romanzo di Paul Halter, se è un piacere per l’appassionato, diventa poi un piacere per il critico che potrà riconoscervi i molti influssi mascherati. In parole povere, la semplice lettura di un romanzo, diventa, nel caso di Halter, una meta-lettura.
Tuttavia, una domanda che ancor più balza agli occhi è la seguente: perchè Halter ha legato al suo successo quello di Twist?
Bella domanda!
Nel caso italiano (non so se possa valere altrove), il successo è stato dovuto principalmente all’anglofilia del cognome. L’Italia è stata sin dal principio recettrice soprattutto di cultura poliziesca di tipo anglosassone, e anche quando son stati massivamente tradotti autori francesi, questi son stati relegati in una nicchia; tanto che, le edizioni cui faccio riferimento, son diventate merce rara. Al di là del collezionismo, l’Italia ha amato sin dal principio tutti i massimi esponenti della cultura anglo-sassone e semmai tollerato quella transalpina. Così è andato a finire che se il nome del personaggio fisso principale richiama una provenienza dell’autore dalla Francia, il successo è relativo, nel caso invece richiami l’origine anglosassone, si ha l’opposto. Nel nostro caso, poi, anche il nominativo dell’autore può indurre nell’errore, perchè, francese nella sostanza, in realtà Halter è Alsaziano. E così, anche per una coincidenza di casi fortuiti (o voluti: Halter non ha assunto uno pseudonimo), lo scrittore Alsaziano è diventato l’idolo di molti.
Ma il successo dei romanzi che hanno il Dr. Twist come personaggio principale, è dovuto anche ad altri motivi. Innazitutto…l’aver scelto come “sua spalla”, un personaggio come l’Ispettore Archibald Hurst, che nell’inventario romanzesco di Halter è un po’ come l’Ispettore del CID Hadley di Carr, un poliziotto, la cui sfortuna è quella di imbattersi sempre in casi che non hanno nè capo nè coda e che sembrano appartenere all’impossibile e al sovrannaturale. Meno male che alla sfortuna, si contrappone la fortuna di conoscere proprio un criminologo come il dr. Twist, che, come il Merrivale o il Fell di Carr, ha il pregio di riuscire a risolvere proprio i misteri più impossibilmente intricati, e nel contempo risolvere i problemi del suo amico Hurst. Del resto, la coppia di investigatori, dal tempo di Conan Doyle, è sinonimo di successo: cosa sarebbe Holmes senza Watson? O Hercule Poirot senza l’ingenuo e inguaribilmente romantico Capitano Hastings? o Philo Vance senza Markham? O Ellery Queen senza Richard Queen? O Drury Lane senza Thumm? Chiediamocelo. Senza dubbio, i romanzi di questi autori che ci sono più cari son quasi sempre quelli in cui figura il personaggio di primo piano e la sua spalla.
Così Halter ha legato Twist, ad un certo punto della sua parabola letteraria, quando si è reso indipendente rispetto ai Concorsi cui partecipava, al suo entourage. Non mi sembra un caso, infatti, che i primi tre romanzi, quelli con cui egli aveva partecipato ai tre concorsi del 1986-1987 e 1988,  presentino Twist, in due vesti un po’ diverse: nel primo in assoluto, La Malediction de Barberousse, che curiosamente non sarà il primo ad essere pubblicato, ma lo verrà solo nel 1995, Twist è già presentato come criminologo, mentre nel secondo romanzo ad essere presentato in corcorso “La Quatriéme Porte”, che poi sarà il primo ad essere pubblicato, Twist viene ancora presentato come ex-Ispettore di Scotland Yard. In sostanza quindi, il primissimo suo romanzo viene posto in un tempo indefinito, se non successivo, nel momento in cui confeziona il suo secondo romanzo, in cui, avendo preso coscienza del successo di Twist, in certo senso ne precorre l’avventura precedente.
Prendiamo il caso de La Malediction de Barberousse.
La storia si snoda in Alsazia, a Huguenau, città in cui lo stesso Halter è nato.
La storia prende l’avvio, nel 1948 con una lettera inviata da Jean Martin al fratello Etienne, in cui gli ricorda l’omicidio di Eva Muller avvenuto in circostanze impossibili, sedici anni prima, nel 1932. Etienne, qualche giorno dopo, viene terrorizzato a Londra dal fantasma di Eva. Nel letto d’ospedale, racconterà la storia ad un certo Alan Twist,criminologo, che ha fama di aver risolto casi difficili. E così gli racconta di lui, di Jean, François e Marie, e del loro incontro con Eva Muller, una ragazza tedesca, quella che definiremmo una ragazza di facili costumi, che ben presto era diventata la musa ispiratrice delle fantasie erotiche dei tre ragazzi: Jean, Etienne, e François. Invece, Marie Biechy non l’aveva mai sopportata. Assieme alla sorella di François, Marie Biechy, i cinque si erano riuniti nei ruderi del castello di Huguenau per giocarci. I ruderi del castello si diceva fossero infestati dal fantasma dell’Imperatore Federico Barbarossa, che vi aveva dimorato prima di partire alla volta della Crociata. Il padre di Jean e Etienne li aveva scongiurati di non recarvisi più, e comunque li aveva pregati di sentire cosa aveva da dire il Commissario Sutter, un poliziotto con l’hobby delle ricerche etniche e storiche, che aveva fatto approfondite ricerchè sul Barbarossa nella loro regione: c’era una vecchia leggenda secondo cui tutti coloro che avessero offeso la memoria del Barbarossa o dei luoghi dell’Alsazia a lui cari, sarebbero incorsi nella sua ira. E in effetti nei diversi secoli c’era stata una serie di morti incomprensibili: tutte avevano una cosa in comune. Le vittime erano state uccise mediante una spada.
L’indomani il commissario Sutter racconta loro le varie morti sospette, attraverso i secoli: il balivo ucciso nella sua camera chiusa dall’interno al tempo di Federico II; un certo Sublon, soldato ai tempi della Guerra d’Olanda nel 1675, che fu trovato ucciso con le mani tagliate ed una spada piantata nella schiena in una via circondata dalle fiamme, senza possibilità di fuga ma anche senza che altri al di fuori dei contadini che volevano ucciderlo, lo potesse fare; un balordo tedesco,durante l’occupazione dell’Alsazia, dopo aver insultato gli abitanti e la cittadina , insieme ad un amico era stato braccato dagli abitanti del villaggio che volevano fargliela pagare: per non essere preso si era issato sulla tettoia del ponte sul fiume, da dove nessuno sarebbe riuscito a tirarlo giù, ma, pur sorvegliando le due uscite del ponte, nessuno era riuscito ad impedire che il tedesco fosse ucciso con un colpo di spada.
A distanza di due settimane dal racconto aveva avuto luogo il delitto in circostanze impossibili.
La costruzione in rovina era un’antica torre quadrata, con un’unica vecchia porta di legno che introduceva ad un vestibolo che comunicava per mezzo di una scala con un’unica stanza al primo piano.
Eva Muller aveva deciso di sfatare la superstizione e si era chiusa al di dentro della torre. Quando gli amici erano andati a trovarla, l’avevano trovata nella torre, chiusa dall’interno, morta, raggomitolata, con gli occhi cavati e delle ferite mortali nella schiena causate da una spada.
Al delitto non c’è alcuna spiegazione.
Come non ci sarebbe spiegazione per la morte del padre di Jean e Etienne, avvenuta in circostanze impossibili, a meno che non si accusasse della morte Etienne. Ma Alan Twist, risolve la morte del signor Martin e anche di Eva Muller, avvenuto sedici anni prima.
Questo è l’esordio di Halter nella narrativa, però già possiamo identificarvi degli aspetti che diverranno peculiari dei suoi romanzi successivi  : la pazzia (ricordare per esempio Nebbia Rossa) e i finali tristi. Inoltre, protagonisti sono dei ragazzi, e quindi se vi è un assassino esso va cercato nel loro gruppo. Il tema dei ragazzi, è un altro dei temi ricorrenti di Halter. Inoltre già è presente quella è la caratteristica principale del suo stile letterario: creare delle atmosfere uniche, assemblando storia locale, caratteristiche del paesaggio e dei luoghi storici ed architettonici, leggende. Qui, anche se l’atmosfera la si respira, è però ancora acerba, come non al meglio è anche la spiegazione finale: si sente tutto il fatto che sia un’opera prima.
 Innanzitutto per creare la leggenda di Barbarossa, si serve di una serie di circostanze derivate da altrettanti lavori di altri scrittori: per es. il soldato ucciso in strada, è chiaramente derivato da Chesterton, così come il tedesco ucciso sul tetto del ponte cita “il secondo problema del ponte coperto” di Hoch; a Carr si riallaccia per il luogo dell’omicidio, una torre (He Who Whispers o The Case of the Constant Suicides) e da esso trae, variando al contrario da The House In Goblin Wood il tema del cadavere portato nella casa anziché l’opposto; dalla Christie invece trae spunti per la soluzione da The Murder of Roger Ackroyd,  e da  Evil under the Sun (la vittima che si mette d’accordo col suo assassino volendo giocare uno scherzo ad altri, non sapendo che la vittima sarà lei).
In questo primo romanzo, già notiamo un altro dei caratteri di Halter: la sfida all’impossibile e anche a se stesso. Talora Halter crea delle messinscene al limite dell’impossibilità, riuscendo poi a soddisfarle pienamente. Ma ciò non accade però sempre. Questo è uno di questi casi: se avesse creato una situazione in cui il perno fosse stata la torre, la soluzione adottata sarebbe stata magnifica: una ragazza uccisa da una spada nella schiena e con gli occhi cavati, in una stanza di una torre, con l’unica porta sorvegliata da una modella e un pittore e con la finestra, l’unica che da su un muro a strapiombo sul fiume, per di più scivoloso in quanto coperto di muschio. Il guaio è che ha cercato di strafare. Così il perno dell’azione non è la torre, ma un delitto avvenuto altrove e poi ambientato nella torre: il fatto che un ragazzo di quattordici anni possa portare un cadavere in uno zaino, sulle spalle, attraversando un bosco e trascinarselo sino alla stanza posta al primo piano della torre, mi sembra una cosa campata in aria. E non certo cosa che un ragazzo possa portare a termine con successo, a meno che non sia Hulk.
Ad Halter, poi, i dialoghi d’amore non interessano: ecco perchè sembra così scontato.
Insomma, un ottimo romanzo d’esordio, ma non certo un capolavoro.

Pietro De Palma

martedì 29 novembre 2016

LA MORTE SA LEGGERE raddoppia !!!!

ANNUNCIO IMPORTANTE A TUTTI I MIEI LETTORI

Dal prossimo mese di dicembre, il mio blog storico di narrativa poliziesca, LA MORTE SA LEGGERE, raddoppierà su questa piattaforma.
Coloro che ancora non hanno potuto leggere i numerosi altri miei articoli concernenti romanzi, racconti, attualità del mondo editoriale di crime fiction italiano e internazionale e interviste, potranno farlo su questa piattaforma, collegandosi al nuovo mio blog: LA MORTE SA LEGGERE 2.
Il primo articolo apparirà il 1° Dicembre prossimo.
Spero che altri lettori che ignoravano la mia vecchia piattaforma - che rimarrà operativa purtuttavia - possano conoscere e frequentare questo mio nuovo spazio, su piattaforma google.

Un saluto a tutti.

Pietro De Palma

domenica 27 novembre 2016

Peter Lovesey : Un fantasma per Cribb (A Case of Spirits, 1975) – Trad. Mauro Boncompagni – Il Giallo Mondadori N.2773 del 2002


Di Peter Lovesey abbiamo già parlato in occasione di Il Signore dell’Enigma. Oggi parleremo di un altro suo romanzo, Un fantasma per Cribb (A Case of Spirits, 1975), che vinse nel 1987 il Prix du Roman d’Aventures col titolo francese  Le Médium a perdu ses esprits.
A differenza del precedente che vedeva in azione Peter Diamond ed era ambientato nel tempo contemporaneo, questo vede in azione due altri personaggi  ricorrenti di Lovesey:
il sergente Cribb e l’Agente Thackeray.
L’azione è spostata indietro nel tempo, nell’ Inghilterra di fine Ottocento.
Peter Brand è un giovane medium, introdotto nell’aristocrazia inglese, in continua ascesa per popolarità, da quando ha partecipato in casa di Sir Harley Bratt ad una seduta spiritica, nella quale si sono verificati delle manifestazioni che hanno indotto i presenti, persone non suggestionabili, a parlare in giro dei poteri del giovane. Sia la Signorina Laetritia Crush, aristocratica, che Henry Strathmore, noto craniologo e per di più membro della Società Occultistica, ritengono di essere alla presenza non di un ciarlatano, bensì di uno straordinario medium. Tuttavia, vi sono state delle circostanze, indirettamente legate all’attività di Brand, che hanno richiesto l’interesse della polizia: sia in casa della Sig.na Crush, che in quella del dott. Probert , noto fisiologo dell’Università di Londra, in cui Brand si è esibito nella sua specialità, sono avvenuti degli strani furti: nella prima è sparito un vaso di valore assolutamente irrisorio, da una collezione che invece annoverava pezzi di valore decisamente superiore; nella seconda è sparita una tela, raffigurante una ninfa nuda, di un noto pittore, un quadro che per il soggetto e per la posa, era celato sotto un tendaggio, e di cui ignoravano l’esistenza sia la moglie che la figlia: insomma un passatempo lubrico, da recuperare, ma la notizia del cui furto un personaggio noto non può arrischiarsi di rendere pubblico, in una società come quella vittoriana.
Ecco perché si rivolge all’Ispettore Jowett di Scotland Yard, perché lo aiuti nel recuperare la tela.  A sua volta, tuttavia, quest’ultimo passa la palla delle indagini vere e proprie al Sergente Cribb assistito dall’Agente Thackeray.
Dalle indagini, risulta che mai e poi mai Brand avrebbe potuto rubare il vaso, proprio perché il medium ha una conoscenza non indifferente dell’antiquariato e se fosse stato lui a compiere il furto, certamente non avrebbe sbagliato nel sottrarre un vaso di valore assai modesto se confrontato a quelli inestimabili lì vicino.
Quindi, qualcun altro deve essersi macchiato di quel crimine, ma sicuramente la circostanza della presenza di Brand lì, proprio nei luoghi dove poi sono avvenuti i misfatti, suggerisce di approfondire le indagini, tanto più che ad un’ennesima esibizione del medium, alla quale sono presenti Jowett, Cribb e Thackeray insieme ad altra gente, la presenza di un paio di manette in una busta provoca in Brand una reazione di paura, tanto da suggerire a Cribb e Thackeray un supplemento di indagine.
Tuttavia sia Strathmore sia la Signorina Crush si dicono assolutamente convinti della buona fede del medium, tanto più che Brand rivela delle cose riguardanti uno zio della Crush, lo zio Walter, di cui nessuno all’infuori di lei sa qualcosa, tanto più che è morto, e di cui lui assicura la beatitudine nel luogo dove ora vive.
Perciò viene organizzato a casa dei Probert, un’ulteriore seduta spiritica, proprio da Strathmore in cui Brand sarà chiamato non solo a mettersi tramite il tavolino in contratto con uno spirito ma anche a far sì che si materializzi. La seduta spiritica si compone di due parti distinte: la prima in cui si tenta la materializzazione di qualcosa, ma il medium è collegato, mediante la catena delle mani intorno ad un tavolino, ad i presenti che sono: la Sig.na Crush, la Sig.na Probert figlia del medico, l’ispettore, il medium, il fidanzato della Sig.na Probert,  Sig. Nye ed Henry Strathmore. Durante la seduta si sentono rumori, poi qualcuno avverte una certa presenza nella stanza, ed improvvisamente viene vista una mano fluttuante nell’aria, poi sia la Signorina Crush che Alice Probert dichiarano che quella mano (che pensano sia dello zio Walter, noto bontempone) le ha sfiorate se non toccate, e quando William Nye insorge contro chi, seppure dell’altro mondo, sta toccando la fidanzata, delle arance vengono lanciate contro di lui, anche se non colpiscono solo la sua faccia ma anche un vaso di crisantemi. Fatto sta che la seduta viene interrotta, Brand con spirito cavalleresco, pulisce col suo fazzoletto la mensola del camino bagnata dell’acqua proveniente dal vaso di crisantemi, poi, dopo un po’ comincia la seconda parte in cui avverrà un esperimento mai tentato prima: per avvalorare la serietà della misurazione e la schiettezza del risultato, e per tentare una materializzazione completa dello spirito, è stata preparata una misurazione che coinvolgerà l’energia elettrica, da poco introdotta per uso domestico a Londra, e solo in determinati ambienti signorili: un trono avrà ai due bracci laterali avvitati a ciascuno due poli collegati a garzine imbevute di una soluzione salina; sarà proprio Peter Brand, lì assiso, a fare da tramite all’energia elettrica e chiudere il contatto; ovviamente un trasformatore ridurrà la corrente ad una 20 volts sufficiente a produrre un lievissimo pizzicore, ma un galvanometro collegato al circuito assicurerà con le sue continue misurazioni, che il medium resti seduto, non tentando quindi operazioni fraudolente che possano alterare la serietà dell’esperimento.
L’esperimento comincia e tutto va bene all’inizio. Poi ad un certo punto entra in casa Eustace Quayle, noto studioso di fenomeni occultistici e anch’egli conoscente di Brand, che è sospettato di aver commesso i furti nelle case. In occasione del trambusto, qualcuno rovescia una ciotola con la soluzione salina sul tappeto, su cui è posto il trono su cui è assiso Brand, e su cui posano i piedi del medium; la corrente viene tolta, poi viene rimessa, poi…quando si riva a trovare Brand lo si trova morto stecchito, anzi fulminato, dice qualcuno. Il fatto è che apparentemente non si capisce come possa essere morto: l’unico indizio che sia stato attraversato da corrente ad alto voltaggio, è la posizione contratta di una mano attorno al bracciolo, i capelli ritti in testa e le labbra scoperchiate, in una posa come digrignante i denti.
L’autopsia rivelerà numerose fratture derivate dalla contrazione terribile dei muscoli e la morte certa: in sostanza, non si sa come, quello scranno è diventato una sorta di Sedia elettrica ante litteram. Non si trova nulla che possa aver provocato la morte, e anche se Brand stesso avesse toccato il polo positivo del trasformatore, situato dietro alla sedia, avrebbe dovuto allungarsi ben oltre la distanza consentitagli, neanche fosse stato un gorilla. Insomma non si capisce come egli sia morto, tanto più che il trasformatore è perfettamente funzionante.
Le indagini di Cribb e Thackeray rivelano tuttavia come tutti i presenti chi in un modo chi in un altro avessero motivi per desiderare la morte di Brand, e tutto ciò perché egli non era altro che un vile ricattatore ed un ciarlatano: avendo saputo di essere figlio illegittimo della Sig.na Crush e avendo visto la figlia di Probert posare completamente nuda davanti ad un pittore, mentre la famiglia sapeva che la figlia era impegnata in attività di beneficenza, Brand aveva ricattato più persone perché confermassero le sue qualità di medium e lo aiutassero a frodare gli astanti durante sedute spiritiche appositamente allestite.
In uno spettacolare finale, Cribb dimostrerà la morte di Brand per assassinio, come Brand fosse riuscito a inventare un modo praticamente unico per materializzare uno spirito, usando talco, una camicia da notte e della fluorite, senza interrompere il circuito elettrico, e come l’assassino possa aver utilizzato il trucco di Brand per ucciderlo a sua volta. Lo farà in un triplo finale, accusando prima uno, poi un altro ed infine inchiodando il terzo dei presenti alle sue responsabilità, in un crescendo di tensione.
Ci troviamo dinanzi ad un altro bellissimo romanzo, non c’è che dire! Noto tuttavia una certa differenza rispetto a quello recensito precedentemente, forse anche in virtù del luogo e del tempo scelti per ancorarvi la storia: è come se Lovesey avesse mutato la qualità della sua scrittura e delle descrizioni al diverso tempo. In altre parole, si percepisce immediatamente, nella lentezza con cui procede l’azione, come la storia sia ambientata in un altro tempo: almeno nel caso mio, quando leggo un romanzo ambientato nell’Ottocento, soprattutto inglese, di marca vittoriana, provo un certo spaesamento e noto un certo rallentamento nei ritmi delle azioni. Ancor più quando si tratta di un romanzo Giallo, in cui la tensione narrativa gioca una certa parte. Però, man mano che l’indagine va avanti, seppure stancamente, in quanto non si riesce a capire se e perché si voglia per forza catalogare la morte del medium come assassinio non essendovi prove che essa sia appunto ciò, l’interesse aumenta, in virtù di un pazientissimo dosaggio di indizi:
innanzitutto una foto pornografica trovata nel portafoglio del falso medium, con una serie di numeri e un quadratino disegnato; come essi potessero intesi da una persona analfabeta come Brand ma estremamente ingegnosa  come il modo per ricordare un indirizzo; come l’indirizzo fosse quello di una delle persone coinvolte; come essa fosse legata a lui, come altre, da certi tipi di legami; come egli avesse concepito una serie di ricatti; come durante la prima parte della seduta spiritica per materializzare una forma di mano (in realtà la sua cosparsa di fluorite) egli avesse interrotto la catena e quindi nel momento che almeno una persona che a lui fosse stata collegata aveva gridato alla bontà dell’apparizione, significava che fosse stata sua complice; ed un’altra ancora lo fosse stata, per aver gridato come fosse stata toccata da una mano. Insomma vi è un crescendo situazioni che legittimano un gran finale, che innalza improvvisamente il livello della tensione narrativa fino ad un climax inarrestabile, visto che prima viene inchiodato Probert, poi sua figlia, poi…l’assassino. E in cui Lovesey attraverso il suo personaggio Cribb, finalmente chiarisce come il povero (un gran fetentone in realtà!) Brand sia morto, non in virtù di un oggetto che c’è ma di uno che manca dalle sue tasche  e che invece ci sarebbe dovuto essere. Oggetto assolutamente insignificante, ma che la qualità dell’invenzione narrativa di Lovesey rivaluta per la prima volta credo, nella storia della letteratura poliziesca, in quanto arma mortale.
Per di più le descrizioni di Londra, e degli ambienti occultistici, il ricreare la moda dello spiritismo tipico della fine Ottocento inizio Novecento (ricordiamo che per esempio Conan Doyle fu un famoso studioso dell’occulto e di spiritismo) fà del romanzo un’autentica perla, così come le descrizioni delle prime macchine per generare energia elettrica. Insomma il romanzo ci immerge in un’atmosfera vera, come se per un momento anche noi appartenessimo a quel mondo e ci dedicassimo alle stesse incombenze.
La caratteristica maggiormente indicativa della qualità narrativa di Lovesey, mi sembra però il riuscire a spezzare il greve grigiore che una certa ambientazione d’epoca può produrre, quasi il bianco nero di una pellicola muta, con degli sprazzi di umorismo e di dissacrazione: la foto pornografica delle modelle inizio secolo; la Sig.na Laetitia Crush, rispettabilissima lady vittoriana, amica dei Probert, che nessuno sa essersi concessa più volte ad un vetturino taccagno e di qualità morali ben al di sotto (sembrerebbe, ma poi non è vero) delle sue, nella sua angusta carrozza, invece che su un letto profumato;  il Dottor Probert, membro della Royal Society, rispettato per le sue virtù morali, che nessuno sa doversi concedere visioni lubriche (come oggi vedere un film porno) di quadri con modelli femminili in pose e situazioni discinte, essendosi sposato ad una moglie (dice lui, “di una noia…”); la moglie, Winifred Probert, che mentre il marito si concede i suoi piaceri e le sue occupazioni, si incontra furtivamente e di nascosto in camera sua con il Dottor Quayle, vecchio suo amico e compagno di sbronze (e di altro !); infine la figlia Alice, fidanzata all’integerrimo Nye, che dice essere impegnata in attività di beneficenza ed invece si presta ad essere ritratta completamente nuda. E Nye infine che non sapendo nulla (felice e cornuto!) ma sospettando qualcosa, segue la fidanzata e finisce non per sorprendere lei, ma il povero agente Thackeray mandato da Cribb a pedinarla, appeso alla grondaia, che non vuol dire cosa abbia visto (le chiappe allo stato evitico di Alice) e perciò per cavalleresco onore si becca un pugno nell’occhio da Nye, che lo ritiene un guardone.
Insomma situazioni da feuelliton che spezzano l’azione quando è o sembra troppo snervante e donando qui e là delle pause, la rendono più frizzante.
Per di più, la soluzione è veramente straordinaria. Non è un delitto impossibile, ma il trucco inventato da Lovesey /Brand e sfruttato dall’assassino dimostra ancora una volta una ineguagliabile ricchezza di immaginazione: in un certo modo mi ricorda The Black Spectacles di John Dickson Carr: come una persona sarebbe dovuta essere in un posto ed invece  trovarsi altrove, pur convincendo gli astanti di non essersi mossa dal suo scranno. Anzi secondo me, proprio questo romanzo di Carr è il trampolino da cui Lovesey può aver preso le mosse!

Pietro De Palma

venerdì 25 novembre 2016

John Dickson Carr : Rombi di tuono per il dottor Fell (In Spite of Thunder, 1960) – trad. Mauro Boncompagni – 1^ ediz. Il Giallo Mondadori N.2271 del 1992, 2^ ediz. I Classici Mondadori N.1349 del 2014



Il romanzo di Carr risale al 1960. In origine questo romanzo in Italia era stato pubblicato da Editrice Ellisse col titolo “E adesso, Dottor Fell?”.
La prima edizione Mondadori fu allestita nel 1992 per Il Giallo, con la traduzione di Mauro Boncompagni, una delle prime che lui realizzò per Mondadori.
Eva Eden è un’attrice famosa, ma lo diventa maggiormente quando, nella Germania nazista, fa propaganda al regime. Fidanzata di Hector Matthews, viene invitata con lui a Berchtesgaden, nel Kehlsteinhaus di Adolf Hitler. Mentre è lì, Matthews, un bell’uomo alto, ma che non ha mai sofferto di vertigini , cade dalla terrazza, sfracellandosi nel burrone sottostante. E’ evidente che si tratti di incidente, perché non ci darebbe stato alcun motivo per suicidarsi, e per di più Eva era distante qualche passo da lui  come i testimoni Gerald Hathaway e Paula Catford, pure lì affermano, cosa del resto suffragata dai gerarchi nazisti lì presenti. Che però avrebbero avuto validi motivi per mentire e fare un favore alla bella Eva, che alcune voci dicono sia stata la causa della morte di Mathhews.
Anni dopo, Eva, che si  è sposata nel frattempo col famoso attore Desmond Ferrier e vive a Ginevra, vorrebbe togliere definitivamente ogni chiacchiera maligna sul proprio conto. Ecco perché invita i due testimoni del lontano episodio del 1939 di Berchtesgaden. E invita anche Audrey De Forrest, di cui è infatuato il figliastro di Eve  e figlio di Desmond. Audrey in realtà ha accettato la corte di Philipp quasi per ripicca nei confronti di Brian Innes, un pittore che vive a Ginevra, che non vuole riconoscere di esserne innamorato e che è amico del padre di lei, il quale, conoscendo la sinistra fama di Eve, chiede a Brian di impedire che la figlia accetti l’invito di Eve. Infatti lui è uno di coloro che credono Eve essere stata la causa della morte di Matthews, ed ora stranamente gli altri due invitati sono quelli che erano presenti diciassette anni prima alla morte dell’attore. Audrey non accetta e parte per Ginevra. Quando Eve Ferrier va all’Hotel du Rhône, dove Innes sta cenando con Sir Gerald Hathaway, avviene uno strano incidente: una bottiglietta che dovrebbe contenere profumo, contenuta nella sua borsa, in realtà contiene, a sua insaputa, acido solforico. L’indomani di questo strano incidente, ne avviene uno ben più grave, quando Eve, nella sua villa, cade da un alto balcone, sfracellandosi nel burrone sottostante, come se fosse stata buttata da qualcuno; solo Audrey è vicina, ma non tanto da averla spinta. Stranamente questa morte ripete quella di Matthews.
Desmond Ferrier, il marito di Eve, padre di Philipp ha nel frattempo chiamato Gideon Fell, suo amico a sbrogliare la matassa, cosa che il mastodontico Fell farà non prima che un attentato da parte di un personaggio mascherato, ne L’antro delle Streghe, un caratteristico locale di Ginevra, abbia  mancato per un soffio Audrey.
Classico romanzo di un Carr già acciaccato da problemi di salute, non è incentrato su una Camera Chiusa, come suo solito, ma su un’ affascinante variazione del delitto impossibile: ossia come sia possibile uccidere a distanza e con che arma, senza lasciare traccia, e facendo in modo che tutto lasci pensare che si tratti di un incidente. Questa variante di delitto impossibile era stata già vagliata da Carter Dickson, pseudonimo di Carr, precedentemente, nel 1939. E proprio il 1939, diventa il trait d’union tra il romanzo di oggi ed uno di ieri, tra John Dickson Carr e Carter Dickson, tra le due facce di una stessa medaglia. E’ come se Carr, cinquantatreenne, avesse voluto riprendere un discorso, riaffermando la sua identità, e legando In Spite of Thunder a filo doppio con l’altro: The Reader Is  Warned, Lettore, in guardia !, un romanzo della serie di Henry Merrivale, in cui si dibatte se è vero che un assassino possa uccidere a distanza, realizzando il cosiddetto “delitto perfetto”. Ma, come due romanzi sono legati attraverso il tempo, così anche nello stesso romanzo presentato oggi, due delitti si ripetono nel tempo, parrebbe alla stessa maniera: infatti, attraverso il delitto attuale, si reitera il ricordo di un altro accaduto nella fiction nello stesso anno in cui Carr/Carter Dickson aveva pubblicato il suo romanzo, appunto il 1939.
Ovviamente Carr ci sguazza in situazioni di alterazione storica, di flash-back: ha modo di inventare un contesto plausibile, di descriverlo con colori vividi e di far calare il lettore in un’atmosfera ancora una volta unica: quella della Germania nazista, pochi mesi prima dell’invasione della Polonia. Secondo me, Carr è stato il più grande romanziere storico di genere poliziesco, mai nato. La sua tecnica è diversa da quella seguita più comunemente oggi, almeno in Italia: mentre oggi più che altro si affermano gli artisti e letterati detectives (Leonardo Da Vinci, Dante Alighieri, Pico della Mirandola) in Inghilterra c’è ancora il Giallo storico, derivato da Carr, quello cioè in cui viene ricreata l’ambientazione, fedele il più possibile, in cui si muove un certo personaggio: è il caso seguito in The Devil In Velvet, oppure in The Witch of the Low Tide, e in quei tutti romanzi quasi tutti senza personaggio fisso, in cui Carr ricrea mirabilmente un certo avvenimento storico (a questa impostazione è fedele da noi, Comastri Montanari più che altro). Tuttavia, Carr, nel romanzo che presento, crea una sintesi: allaccia il passato al presente, e lo fa attraverso la rievocazione storica di taluni personaggi: ricrea così il tempo immediatamente antecedente all’inizio della Seconda Guerra Mondiale. Come fa? Introduce un certo ambiente (nel nostro caso è il Nido d’Aquila di Adolf Hitler, la Kehlsteinhaus, a Berchtesgaden, sulle Alpi Bavaresi, il famoso rifugio di Hitler su un picco delle montagne ( dotato di un ascensore personale ) in cui il dittatore riceveva di solito rappresentanze (Mussolini glielo dotò di camino adornato di marmo rosso italiano). E lo fa in maniera suggestiva. Mette persino intorno a Eve e Matthews, sulla terrazza – quella che si vede in alcune foto d’epoca con Hitler, Eva Braun, Gobbels – lo Scharführer Hans Johst  con alcuni altri personaggi minori nazi  . Ora che Hans Johst  fosse o meno Scharführer non lo so né gli fosse stato conferito il grado come una sorte di riconoscimento ( era il primo grado di ufficiali delle SA e poi uno dei gradi più bassi delle SS, una specie di Sergente) ma è certo che Hans Johst  non è un soggetto inventato: infatti Johst  fu nella Germania nazista quello che nel regime sovietico fu Majakovskij, ossia il poeta di regime.
E’ bene dire che anche il modus operandi dell’assassino, il suo strumento di morte, l’arma cioè, per quanto impropria e già introdotta in un  radiodramma del 1942, già prima che Fell chiarisca come abbia fatto l’assassino ad uccidere a distanza ( il modo và detto è quantomai carriano perché carico di suggestioni) viene annunciata in tono sommesso, come se Carr desse al lettore attento un indizio su come indirizzare la sua indagine, sottovoce. Infatti a pag. 122 dell’edizione del 1992, Carr fà raccontare la storia di un celebre delitto, per cui la Svizzera è famosa, quello dell’Imperatrice Elisabetta d’Austria, nel 1898, a Paula Catford: l’imperatrice fu pugnalata da uno stiletto così sottile che non si accorse di esserlo stata, e così camminava non sapendo di essere virtualmente già morta: infatti lo stiletto aveva trapassato il cuore e il polmone, determinando una emorragia interna importante, cosicchè di lì a pochi istanti la vittima morì non sapendolo. Ora, attraverso questa rievocazione, a parere mio, Carr fornisce subdolamente, un indizio importantissimo al lettore attento. E’ come se dicesse: “guarda, anche in questo caso non si tratta di assassinio a distanza, ma di qualcosa che è stato fatto prima, di cui la vittima non si è accorta, se non nel momento in cui è deceduta!”. E nel ricordare il famoso delitto di Ginevra, Carr ancora una volta fa un flash-back, riprende, cose di cui aveva parlato anni prima.
Come nel mio primo breve saggio pubblicato sul Blog Mondadori, che parecchi ricordano, incentrato sui primi 4 racconti di Bencolin, mettevo in luce le affinità tra Bethune e Bencolin, e quindi tra il romanzo del 1972, Deadly Hall e quello del 1930, It Walks By Night (http://blog.librimondadori.it/blogs/ilgiallomondadori/2009/09/07/la-prima-produzione-di-john-dickson-carr-i-quattro-racconti-di-bencolin/ ), così Carr in questo romanzo fa un altro flash-back. Infatti, ricordando il caso del 1890, è come se stendesse un ponte temporale e ritornasse indietro nel tempo, quando in He Who Whispers, 1946( Il Terrore che mormora ), aveva parlato di un delitto simile: i giochi di specchi sono sempre in agguato in Carr!  Infatti in quel romanzo del 1946, si parla di un Dottor Georges Antoine Rigaud, che avrebbe dovuto tenere una conferenza su un celebre delitto che coinvolse una famiglia inglese a Chartres, in Francia, nel 1939 e che poi muore in circostanze a dir poco misteriose, sul tetto di una torre. Guarda caso ecco di nuovo il 1939. E’ come se fosse un catalizzatore! E come non riconoscere l’evidentissima somiglianza tra il Rigaud di He Who Whispers e il Grimaud di The Hollow Man? Non solo. Il gioco di specchi tra questi altri due romanzi è chiaro: Fay Seton, personaggio presente nel primo dei due romanzi, era stata accusata dalla calunnia del popolino, di Vampirismo. E guarda caso qual’è uno dei temi del secondo? Il vampirismo. Che poi ricorre anche in un radiodramma, Vampire Tower, titolo che sarebbe dovuto essere quello al posto di The Hollow Man, se all’inizio della prima stesura fosse seguito un seguito. Invece, come pochi sanno, dopo il falso inizio di Vampire Tower,( il romanzo, non il radiodramma!) in cui era calato di nuovo Bencolin, Carr preferì cambiare registro e inserire il Dottor Fell:
After the false start in Vampire Tower (which he had rewritten as The Three Coffins), Carr realized that he could not bring back the satanic Bencolin who had enjoyed tormenting his prey. The original Bencolin of Carr’s college stories, however, had been gentle, amiable, and even a bit shambling. If Bencolin were to come back to life, he would have to be that original Bencolin” (Douglas G. Greene, John Dickson Carr: The Man Who Explained Miracles, p. 173).
E quale personaggio è presente sia in The Hollow Man/The Three Coffins, sia in Vampire Tower ? il Dottor Grimaud. E di cosa si parla? Di un’avvelenatrice.
Vabbè che le avvelenatrici sono presenti in gran parte dell’opera di Carr: come non ricordare The Bourning Court? Guarda caso in In Spite of Thunder, cosa pensano coloro che ritengono Eve l’assassina di Mathhews? Che l’abbia ucciso con un fantomatico veleno (quindi è un’avvelenatrice) che non lascia traccia. Poi si capirà che il veleno c’entra, eccome, in questo romanzo anche se Eve non era affatto un’avvelenatrice. Semmai lo è…
Già, un veleno. Usato per uccidere a distanza. Così il veleno è l’arma. Ma..come ha fatto ad arrivare a destinazione il veleno se non ne è stata trovata traccia?
Paul Halter in un suo romanzo ha introdotto proprio il medium usato da Carr, all’interno di un ambiente soprannaturale unico (sarà il prossimo Halter che recensirò), per di più lo stesso “tramite” è menzionato nel titolo. Più non voglio dire.
Ma cos’ha di bello questo romanzo ?
Il pregio del romanzo, non sta tanto nell’atmosfera o nella soluzione (ripresa da un radiodramma: quanta grazia in quei meravigliosi testi!) quanto nella menata per il naso del grande vecchio, che confonde le acque con un sacco di discorsi fuorvianti, in cui si dicono sciocchezze a non finire: tu pensi chi cavolo possa essere il colpevole, analizzi i possibili candidati, li elimini uno alla volta (Paula è troppo ovvio; Audrey ti chiedi cosa c’entra iin tutto questo pasticcio; Desmond potrebbe esserlo ma poi ti chiedi perchè mai avrebbe chiesto l’ausilio del dottor Fell, anche se qualche volta il colpevole troppo sicuro fa intervenire il detective; ti chiedi persino se lo stesso Brian Innes possa esserlo (strano, il cognome richiama un altro grande scrittore!), ma non riesci a capire chi sia il vero colpevole, che sta lì nell’angolo, che confonde le acque con lo strano attentato ad Audrey. E poi Carr il Grande, estrae dal cilindro un colpevole assolutamente plausibile e nel tempo invisibile. E si spiegano tante cose. Tra i Carr, della serie Fell, degli ultimi anni, In Spite of Thunder è il migliore, senza dubbio. E giustamente è stato riproposto da Mauro, dopo tanti anni.
L’ho riletto qualche giorno fa dopo tanti anni, e il piacere è stato maggiore.

Pietro De Palma

sabato 19 novembre 2016

Christianna Brand: Cockrill perde la testa (Heads You Lose,1941) – trad. Marilena Caselli – I Classici del Giallo Mondadori N.890 del 2001




Il primo romanzo di Christianna Brand, con l’Ispettore Cockrill fu Heads You Lose, scritto nel 1941. Prima di esso, nello stesso anno, Christianna aveva però esordito con “La morte ha i tacchi alti” (Death in High Heels), romanzo che le aveva riservato un’ottima accoglienza e che le era servito di sprone, quando ancora lavorava come commessa, convincendola a continuare la sua carriera di scrittrice. E’ un romanzo con dei delitti impossibili e che ha una vena sottilmente macabra, venata dal velo della pazzia e comunque dalla bizzarria, che dona al romanzo un suo fascino particolare
Stephen Pendock è lo squire del villaggio. Grace Morland è una pittrice, che ora gli sta parlando nella terrazza della sua casa. Di lui è innamorata, forse sì forse no, ma certamente le farebbe piacere vivere il resto della sua vita con lui a Pigeonsford. Il fatto è che Stephen, così misurato, così sobrio, e anche così maturo, ama segretamente Fran, una delle nipoti di Lady Hart che lui sta ospitando nella sua magione. Fran è però così giovane, così sbarazzina, che Stephen è in dubbio se veramente lui, cinquantenne, possa interessarle: il suo al momento è un amore platonico e non sa se riuscirà mai a diventare altro.
Grace dipinge nei vari momenti della giornata i paesaggi che più la attirano: dalla terrazza di Stephen può dipingere godendosi il paesaggio migliore, però sa di essere tollerata; nonostante ciò ha imposto la sua presenza, che per gentilezza non è stata rifiutata. Si accorge subito che Stephen non ha occhi che per Fran, nonostante le faccia gli occhi dolci anche James Nicholl, giovane e ricco scapolo. E siccome è gelosa di Stephen, pensa bene di disprezzare l’unica cosa per cui Fran si sia dimostrata entusiasta, un cappellino vezzoso, che fà vedere a tutti: a sua nonna, Lady Hart; a sua sorella Venetia e a suo cognato Henry Gold, ricco ebreo; a Stephen; e a Grace, che si trova lì per dipingere, che esclama: “..neanche morta in un fosso, vorrei farmi vedere con un cappello del genere!” (pag.19).
Fatto sta che quella notte viene trovato il suo cadavere, nella proprietà di pertinenza della magione, proprio in un fosso, con il cappellino di Fran calcato sulla testa, dal vecchio maggiordomo Bunsen, che è andato a trovare la sorella in bicicletta, ed era di ritorno a Pigeonsford. Il fatto sconvolgente, che lascia tutti inorriditi, a partire da Bunsen stesso, da Lady Hart, Pendock e gli altri è che Grace Morlan non è stata solo uccisa, ma anche decapitata; e che sulla testa, a mò di sfregio, è stato calcato il cappellino da lei vituperato. E’ evidente che solo alcune persone erano a conoscenza di quanto aveva detto Grace, e sempre solo le stesse persone sapevano dove il cappellino fosse stato riposto, cioè in quale posto della casa: quindi è evidente che se un colpevole deve ricercarsi, lo si deve trovare nella casa.
Di questo è soprattutto convinto l’Ispettore Cockrill, detto familiarmente Cockie, dagli occupanti della casa, perché abitante da quelle parti: è rimasto profondamente turbato alla vista del cadavere, anche perché lui Grace Morlan l’aveva conosciuta in gioventù: “una capra sentimentale” era per lui, e quindi non aveva mai avuto alcuno stimolo affettivo nei suoi confronti nonostante ella avesse in più occasioni tentato di farsi sedurre. Triste il destino di Grace: nonostante avesse cercato di non restare “zitella” per il resto della sua esistenza, nessuno le aveva mai dimostrato sentimenti affettuosi. Forse anche per l’acidità che ella dimostrava alla prima occasione. Fatto sta che ora è morta. E anche male.
Il primo campanello di allarme per Cockie, è la telefonata che arriva in centrale, e che proviene dalla casa di Pendrock : a parlare è una donna, che dice di essere l’assassina, e che di lì a poco anche Fran morirà. Cockrill deve trovare l’assassino prima che uccida di nuovo; e siccome anche l’estate prima, una sguattera, dopo aver salutato il suo innamorato, era stata trovata nel boschetto della tenuta, con le mani legate dietro la schiena e la testa staccata dal corpo mediante un’affilatissima falce, lasciata lì dappresso, la cosa diventa maledettamente urgente.. E’ ben strano che a distanza di un anno vengano trovati ben due cadaveri decapitati nella stessa tenuta. E di questo è certo Cockie.
Un altro personaggio fa capolino, alla morte di Grace: è la sua sorellastra Pippy Le May, attrice.
Pippy Le May odiava sottilmente la sorellastra. Quando è avvenuto il delitto era lontana e quindi a ben donde non può essere coinvolta. Tuttavia, trova ben presto come incunearsi nella vicenda. Pippy che è sveglia, ha visto qualcosa in quella casa, e pensa bene di approfittarne. Ha intenzione di ricattare qualcuno? M anche lei viene ben presto uccisa, in un modo atroce: anche lei decapitata.  Vicino ai binari. E’ come se qualcuno, dotato di una forza enorme, le avesse strappato il collo dal tronco, non lasciando impronte nella neve. E riservando di nuovo alla vittima delle attenzioni a dir poco strane: se sulla testa mozza di Grace era stato messo il cappellino di Fran, ora attorno al collo maciullato di Pippy l’assassino ha messo la sciarpa della donna. Insomma, tre persone decapitate, in meno di un anno. Tutto gira attorno a questa casa, una casa maledetta.
Cockrill indaga ma ben presto si trova contro un muro di omertà: dev’essere stato qualcuno della casa, sicuramente, ad uccidere Grace Morland, e forse anche Pippy Le May, e forse anche la sguattera l’anno prima. Certo che è strano che accadano tre delitti, tutti con le stesse caratteristiche, nello stesso posto! Cockrill ci pensa e fa le sue congetture, ma rimuovere il muro che hanno creato gli stessi appartenenti della casa attorno a loro, vicendevolmente, non è poca cosa. Tutti sembrano, o meglio, vogliono credere, che il responsabile sia venuto dall’esterno, ma neanche loro ne sono certi. Infatti, come l’omicidio di Grace è quantomeno strano, per il particolare del cappellino, che una mano beffarda e nello stesso tempo folle, ha calcato sulla testa mozza della pittrice, segno che per forza qualcuno, nonostante tutti neghino, e nessuno abbia visto nulla, deve essere rientrato a casa, aver sottratto il cappellino dalla scatola dove era risposto, e averlo portato via, anche l’omicidio di Pippy non si può dire che non sia curioso: Pippy è rientrata a casa sua, ma si è scordata gli occhiali a casa di Pendrock e quindi ha riferito alla sua domestica che vi sarebbe ritornata per riprenderseli; ma non è più ritornata. La qual cosa collega nuovamente un delitto a casa Pendrock. In questo caso però, il particolare che rende il tutto più difficile, è che intorno al corpo non vi siano orme ma una distesa di neve intatta: come avrà fatto l’assassino ad uccidere Pippy?
In una girandola di colpi, Cockrill inchioderà l’assassino, meno colpevole di quanto gli stessi delitti avrebbero fatto pensare, per il delitto delle due sorellastre, ma non per quello della sguattera, di cui sarà incolpata altra persona.. Non prima che sia stato fatto il nome per l’assassino: di Trotty, la cameriera; di Pippy (per Grace); del vero assassino; di Lady Hart. Perché, se è stato fatto il nome dell’assassino (da Cockrill, che lo ritiene responsabile, e ne spiega le azioni e la colpevolezza), poi viene fatto quello di altra persona? Perché qui la Brand ricorre ad un artificio che userà altre volte, per es. in Tour de Force: indicare il vero assassino, per poi inventare un’altra soluzione che lo metta in ombra, e ritornare infine sulla colpevolezza di quello.
Ancora una volta Christianna Brand stupisce e ammalia. E ancora una volta, un segno distintivo del suo stile narrativo, sono le multiple soluzioni, che si succedono l’un l’altro, e i molteplici colpevoli indicati e scartati volta per volta; ma anche le molteplici identità delle stesse persone, come abbiamo visto già in altri romanzi, per esempio in Tour de Force. Ma siccome questo è il primo romanzo, la cosa è ancora più particolare.
L’identificazione dell’assassino giunge quasi inaspettata. Dico quasi, perché il lettore attento ( che avesse letto altri romanzi in cui un certo particolare ricorre) potrebbe essersi insospettito, per una certa cosa ( cui non accenno, altrimenti è come se facessi il nome dell’assassino). Questa cosa però ricorre in altri romanzi: mi ha ricordato Helen McCloy, circa il suo capolavoro sul Doppelganger; e soprattutto, nella stessa modalità, in uno dei capolavori di Paul Halter, Le Brouillard Rouge. In altre parole, l’assassino non è pienamente responsabile, perché è pazzo, e dopo aver ucciso, non si ricorda nulla: è come se avesse agito in stato di trance, perché epilettico. Ora, di assassini folli nei romanzi di Halter, ve ne sono parecchi, ma, in quel romanzo, l’assassino ed il suo modus operandi sono indicati due volte: prima si accenna ad una certa cosa che fa, e poi, in altro passo del romanzo, riprende quest’azione nel particolare frangente che ha descritto prima, però spiegandola in tutta la sua orribile valenza. Qui accade la stessa cosa.
Altra cosa interessante, perché verrà usata anche successivamente, è la presenza di un prologo: vedremo una cosa simile per esempio in Death of Jezebel.
Infine, vi è il ricorso a soluzioni che contemplino le Camere Chiuse: in questo caso, essa è spiegata facendo riferimento alle qualità ginniche dell’assassino (già Carr vi si era cimentato, per esempio in The Footprint in the Sky ), in un modo particolare, che sarà pari pari ripreso da Joseph Comming in un suo racconto; e molto dopo, anche in un romanzo di William De Andrea: Killed on the Rocks. Ma la cosa veramente interessante è che in questo romanzo, vi sono tre vittime e due distinti assassini. Cosa significa? Che Christianna Brand propende per l’estrema originalità, e per il non legarsi al carro di chicchessia, già nella sua opera prima. Il che rivela anche una grande sicurezza di sè. Per di più l’escamotage, diciamolo pure, è il vero “coup de theatre” del romanzo. L’avevamo detto a proposito di Agatha Christie, perché lei in due occasioni aveva dato  una spallata al Whodunnit classico, così come l’aveva impostato con le sue Venti regole S.S. Van Dine, ma nel caso di Christianna Brand, la cosa è ancor più straordinaria, perché viene compiuta in occasione del suo esordio: mentre Van Dine, per non disorientare il lettore aveva proibito che vi fosse in un romanzo poliziesco ad enigma più di un assassino, qui ve ne sono due!
Mi vien da sottolineare, ancora, il ricorso della Brand a delle messinscene spettacolari: in questo romanzo, sia nel caso dell’omicidio della sguattera, sia nel caso dell’omicidio di Grace e di Pippy. Ma la cosa avviene anche negli altri suoi romanzi, e in alcuni suoi racconti.
Infine, un dato caratteristico: se si fà caso, in alcuni romanzi, le vittime di Christianna Brand vengono decapitate. Non accade solo in questo suo primo divertissement macabro, ma anche in Death of Jezebel. Io ritengo che probabilmente questo possa essere messo in relazione anche col fatto che la Brand era nata in Malesia, nel Borneo, dove i dajachi praticavano la decapitazione dei nemici: questa orribile pratica può esser rimasta impressa e poi riprodotta nei suoi “delitti di carta”.

Pietro De Palma

lunedì 14 novembre 2016

Pierre Boileau : La pietra che trema (La pierre qui tremble, 1934) – trad. Aldo Albani – I Grandi Gialli Pagotto, Anno II, N.8, del 29 agosto 1950

La Pierre qui tremble è il primo dei romanzi di Boileau. E lo si vede subito:  è un romanzo che narrativamente parlando è più vicino ai romanzi  anni venti che a quelli successivi.
Comincia con Andrè Brunel (il personaggio che animerà tutti o quasi i romanzi di Boileau) che qui appare per la prima volta, che nel treno che lo sta portando in villeggiatura, si accorge che un individuo sospetto sta aprendo uno dopo l’altro gli scompartimenti del vagone dove lui si trova per guardare dentro.  Lo osserva e lo sorveglia con discrezione ma abbastanza da vicino da sventare un’aggressione probabilmente mortale ai danni di una giovane fanciulla, Denise Servières. La giovane, appena ventenne, si sta recando in Bretagna dove dopo una settimana è previsto il suo matrimonio con il Signore Jacques de Kervarech, al suo castello chiamato “La Pietra che trema”, in virtù della pietra che costrituisce la chiave di volta dell’arco che introduce nel castello, che sembra cadere, trema, ma non cade.
Brunel capisce che l’aggressore proveniva da Brest, avendo raccolto il biglietto che gli era caduto nella colluttazione: cioè aveva organizzato le cose per partire da Rennes e ritornare a Brest dopo aver eventualmente ucciso la giovane. Si strugge perché è da dove lui è in villeggiatura, sul mare, che l’aggressore è partito per uccidere la giovane. Chissà se riuscirà nuovamente nel suo intento.. Per questo Brunel si ripromette al più presto, dopo essersi riposato qualche giorno, di raggiungere la giovane al castello. Cosa che fa invero, in tempo per sventare un altro tentativo di assassinio, questa volta perpetrato nel bosco che circonda il castello, sempre  ai danni della giovane donna.
A questo punto, promette a lei e al suo fidanzato di stabilirsi al castello finchè lei non sarà sposa di Jacques: conosce anche il dottor Nicol, il medico del conte, ed il Conte stesso di Kervarech, tutore di Jacques.
I misteri non cessano: mentre Denise, Jacques, il Conte e Brunel stanno nel salone dove Denise sta suonando il pianoforte, Brunel vedendo in direzione della porta, prima la luce attraverso la toppa della porta e poi il buio, capisce che qualcuno, al di là della porta socchiusa, ha spento la luce ed è lì in agguato: Capisce di dover agire. Da istruzioni agli altri là presenti e poi con un balzo apre la porta, in tempo per vedere un’ombra che fugge al primo piano del nuovo castello. Non avendo altra via di fuga, si rinchiude nel bagno. Il bagno ha due entrate: una nel corridoio e una nella camera di Jacques. Ma pur presidiando tutt’è e due le uscite, e stando il conte al di fuori armato (che ha sparato allorchè il fuggiasco si è affacciato alla finestra), l’intruso, dopo aver aperto i rubinetti della vasca, fugge. Da dove? Attraverso lo scolo dell’acqua? Fa tto sta che quando si irrompe nella stanza. Non si trova nessuno. E l’altra uscita è ancora chiusa all’interno. Il Conte è sempre lì nel giardino, ha sparato la prima volta e scruta le finestre, per cui quando gli dicono che il fuggiasco è svanito, non crede alle sue orecchie. Brunel non riesce a capire come sia potuto fuggire. Non è però la sola cosa che non riesce a capire.
Denise poi racconta a Brunel di come qualche notte prima, non trovando sonno e tornandole alla mente la brutta esperienza vissuta in treno, aveva voluto respirare un po’ l’aria della notte, e nel parco aveva trovato Jacques tutto vestito che si aggirava furtivo e che alle richieste di spiegazioni della giovane aveva risposto parlando un segreto minaccioso del quale non poteva rendere edotta la fidanzata.
Brunel vuole capire cosa ci facesse Jacques a quell’ora nel parco e pertanto decide di sorvegliarlo di notte, scoprendo che di notte si allontana in direzione della vecchia torre, l’unico resto dell’antico castello, che accompagna la nuova costruzione in cui la famiglia vive. Riuscitosi ad arrampicare, assiste ad una stranissima scena: nella torre Jacques si è incontrato col Conte e lì ripete una serie di frasi, assolutamente identiche a quelle che pronuncia il suo interlocutore:ò. Il tutto poi si risolve con una gran risata ed un brindisi finale.
Brunel è sempre più attonito: non capisce nulla di quello che gli accade intorno.
Le cose a questo punto si ingarbugliano: scompare un domestico, il cameriere personale di Jacques, Yvon. E’ Annette, la sua fidanzata, altra domestica , a dare l’allarme. Lo trovano riverso, in gravi condizioni, sulla scogliera, pugnalato. Yvon è in fin di vita, ma tuttavia fissa il castello e ad un certo punto la sua facci e si contrae per il terrore: ha visto Jacques affacciato alla finestra: teme che lui possa ucciderlo. Un lampo e Brunel, temendo il peggio, si lancia verso la casa: Jacques non è più lì. Non ci sono altre uscite se non quella attraverso cui Brunel sta salendo al primo piano: eppure di Jacques nessuna traccia.  Visto che nella sua stanza non c’è e la porta del bagno è bloccata questa volta dalla parte della stanza, decide di andare nel corridoio che porta all’altra porta del bagno, ma neanche qui c’è Jacques. Ritorna indietro non capendo da dove possa essere uscito. Trova poi giù, il povero Jacques col cranio spaccato da una bastonata ma ancora vivo. Tuttavia non capisce come possa essere arrivato lì, su lui era arrivato alla casa in men che non si dica  e certamente non aveva visto uscire il giovane, né tantomeno il suo aggressore da dove lui era  entrato.
Poi..l’affare della lettera.  E’ stata spedita una lettera che è arrivata, indirizzata a Brunel. Annette l’ha vista, il conte pure, ma..la lettera è scomparsa. Il misterioso aggressore fantasma se ne deve essere impossessato. Perché? Era importante? Tuttavia chi l’ha scritta, tale Marie Calvez, aveva avuto l’accortezza di inviarne un’altra, uguale alla prima, al dottor Nicol. Così i due vengono a sapere che quella donna forse è a conoscenza di qualcosa che possa spiegare il tutto. E’ colei che ha visto nascere Jacques. Promette di dire tutto. Ma prima che avvenga, qualcuno, sempre lui, il fantasma misterioso cerca di ucciderla. Non prima che però lei riveli qualcosa a Brunel. Ora Brunel è in grado di cominciare a ricostruire l’arcano, ma ancora una volta il nemico è in agguato nell’ombra: appena l’auto con  Brunel alla guida arriva al castello, “La pierre qui tremble” che ha resistito per centinaia d’anni alla gravità, scalzata dal criminale e posta in equiolibrio, appena il rombo della macchina è sotto di lei, cade pesantemente, appresso alle altre pietre del portale sulla macchina di Brunel, che per un miracolo resta solo ferito:.
Ci sarà ancora un tentativo di aggressione a Jacques ferito, prima che il colpevole non venga individuato e messo nella condizione di non poter nuocere:  tenterà l’impossibile, cadendo poi sulle rocce. Prima che egli cada sulla scogliera, se ne vede il viso sconvolto dalla furia: è Jacques. Jacques?
Brunel ricostruirà la storia di un terribile segreto, ed una infame macchinazione.
Romanzo pieno di tensione, a metà potrei dire tra un thriller, tanto l’angoscia pervade le pagine, ed un mystery, per gli interrogativi, veramente stuzzicanti che pone (una Camera Chiusa nel bagno ed una al contrario, quando Jacques scompare dalla casa per essere ritrovato poi ferito dabbasso alla casa per una bastonata al cranio: al contrario perché a determinare l’impossibilità non è una porta chiusa all’interno di una stanza ma una chiusa all’esterno della stanza, che quindi non può essere stata usata per entrare nel bagno ed uscire poi nel corridoio), è interessantissimo per la questione che pone, che poi è alla base della soluzione.
Comunque mi pare di poter tranquillamente affermare che qui, pur essendoci un tipico ambiente da Belle Epoque ( innamorati teneri, donne indifese, ingenue, incapaci di atti abominevoli, assassini sempre uomini, turpi e avidi ) e una trama che evidenzia tempi che furono e che mai più saranno e tematiche che oramai stanno scomparendo (onore, scandalo) e pur essendoci anche una scrittura che denota la datazione , per esempio  le frequenti invocazioni, che nella scrittura contemporanea sono del tutto o quasi scomparse, e i commenti coloriti:  Ah! Il Mostro! , oppure Tutto no! Una parte…Ah! È straordinario! Oppure ancora  Ah! Lo sporcaccione (non per atti libidinosi ma per aver ferito Brunel alla mano durante la colluttazione nel treno) o Ah! Non domandarmi il perché, è orribile!  O Ah! Capire, capire… o ancora Su! Rimettiamoci ora! Ormai tutto è finito! …Oh! È orribile!...Orribile? che cosa dirà allora quando saprà tutto?...Parli mio buon amico, parli. Io divento pazza!
Di queste espressioni invocative i dialoghi sono zeppi. Testimoniano che il romanzo è datato, che lo stile lo è ancor più (frequenti le sdolcinature, tipo due persone che si salutano amorevolmente e poi si abbracciano, o invece atti opposti, come se colei che sembra buona non potesse sentire sentimenti malevoli oppure che colui che è malvagio non potesse nutrire anche sentimenti buoni) e una certa semplicità psicologica applicata alle persone: le donne sempre indifese, gli uomini sempre spavaldi o truci. Quindi, in un ambiente siffatto, ha uno stridore notevole il fatto che il romanzo presenti rispetto ad altri dello stesso periodo, caratterizzati da misteri che attengono quasi esclusivamente alla natura materiale dell’impossibilità (sono quasi tutti howdunnit), una componente psicologica elevatissima: qui il doppio mistero della camera chiusa (notevole il rumore dei rubinetti aperti e l’assassino che svanisce, o una camera chiusa all’incontrario per effetto della porta del bagno nella camera di Jacques non chiusa dal di dentro, come nella camera chiusa precedentemente accennata, ma dal di fuori, che impedisce pensare che l’aggressore sia potuto entrare da lì) è spiegabile non con espedienti meccanicistici o empirici, ma ricorrendo alla natura psicologica delle persone: è proprio il dialogo incoerente tra il Conte e Jacques (che fa dubitare il lettore di ciò che stia leggendo), unito allo strano incontro notturno nel parco tra Denise e Jacques, e alla rivelazione di Marie Calvez, a risolvere tutto, anche le Camere Chiuse. Che non c’entrerebbero nulla con una storia fatta di onore macchiato, disonore, una ragazza madre, un figlio non riconosciuto, soldi a buttare, una eredità di cui si godeva e che poi è stata tolta e che si agogna anche ricorrendo all’omicidio. Ma che poi c’entrano eccome!
Tuttavia il nocciolo della soluzione è nella natura ambivalente di un personaggio come Jacques che è capace di tutto e del contrario, che si trova laddove non potrebbe essere e che non si trova laddove dovrebbe stare, e di un suo doppio. Perché il nocciolo è proprio questo:  due fratelli, di cui uno sa dell’altro, mentre l’altro no. Il famoso tema del doppio. Che qui è trattato devo dire in maniera superba.
Solo così qualcosa viene spiegata. Il resto no, perché solo leggendo il romanzo e la spiegazione si capisce tutto. E io non lo spiego altrimenti il lettore che ha la possibilità di comprare il romanzo su ebay, e gustarselo (perché io me lo sono gustato, come non mai) poi che lo compra a fare? La soluzione è una di quelle che ti appagano, non c’è che dire! Boileau ha questa particolarità: crea dei palazzi su basi che non sarebbero capaci di resistere ad una baracca, però crea delle fondamenta così forti, da sfidare la forza di gravità. Soprattutto perché crea attorno un sistema di indizi e di fatti che trovano perfettamente la loro spiegazione solo alla fine, quando viene spiegato il tutto. Prima non sarebbe stato possibile spiegarlo.
Mi piacerebbe pensare che Boileau abbia preso qualche cosa dai due magnifici cugini Queen, che abbia tratto ispirazione da The Siamese Twin Mystery,  che è del 1933 e quindi pubblicato un anno prima che lo venisse questo primo romanzo di Boileau, ma poi in realtà è altrettanto possibile che Boileau avesse tratto ispirazione da una narrativa tipicamente francese, precedente alla sua: come non pensare a due romanzi di Alexandre Dumas come  Le Vicomte de Bragelonne  o Les freres corses, in cui è presente il dilemma di due fratelli gemelli monozigote? O sempre di Alexandre Dumas, a Les deux étudiants de Bologne, un lungo racconto? Ma se pensiamo a Queen, indubbiamente il tema della sostituzione di un fratello con l’altro, cosa che non è presente in The Siamese Twin Mystery, lo ritroviamo, in una storia che risente in certo modo dell’impostazione di Boileau, in The Finishing Stroke di Ellery Queen, un vero capolavoro, poco letto e ricordato.
La bellissima la scena in cui il cattivo dei due sta per pugnalare l’altro, già precedentemente da lui colpito ma non ucciso, mi serve per ragionare anche su un altro aspetto del romanzo: come non pensare che l’eliminazione dell’altro, sia anche il riappropriarsi dell’unicità di una identità sdoppiata in due? Perché se uccidi quello, uccidi anche te, o meglio una parte che è in te. E diventi tutt’uno?
Del resto, a ben vedere, tutto avrebbe avuto un valore solo se nessuno si sarebbe accorto della sostituzione.  Così l’elemento che scardina tutto il piano dell’assassino e del suo complice (perché senza il complice, la sparizione nel bagno non si sarebbe potuta spiegare !) diventa la mancata sostituzione. E chi ha ancora una volta un’importanza notevole in un romanzo giallo francese? Un domestico! Come ne La maison interdite di Herbert & Wyl !  L’uccisione di Yvon, il servo fedele, ha una valenza fondamentale, più fondamentale di quello che sembri e che appaia: Yvon ha visto l’alter di Jacques, e per questo deve morire! Se non si fosse accorto che esisteva un doppio, il doppio malvagio si sarebbe sostituito al doppio buono, opportunamente eliminato precedentemente e fatto sparire, avrebbe sposato la fanciulla, si sarebbe impossessato dell’eredità e Brunel sarebbe rimasto a scervellarsi sull’impossibilità di una sparizione dal bagno. Vedete ora quale sia l’eredità del Visconte di Bragelonne su questo romanzo?
Invece, l’estremo anelito di vita di Yvon permette di concentrare l’attenzione su Jacques affacciato alla finestra e su un fantomatico piano per eliminarlo e solo per questo Brunel corre alla casa, non lo trova dove dovrebbe trovarlo – perché ci mette un tempo troppo esiguo per permettere qualsiasi altra cosa, cioè trascinare il corpo di Jacques per le stanze e per le scale, in un tempo ancor più esiguo perché lui non li noti – e poi lo trovi laddove non dovrebbe essere! Se Yvon non si fosse accorto del doppio, se il doppio non avesse dovuto ucciderlo, se Yvon non fosse sopravvissuto perché ci si fosse accorti della sua mancanza, se questi non avesse indicato la camera d Jacques e Jacques stesso, tutto sarebbe andato come nei paini dell’altro Jacques. Invece…
Il bene trionfa. Per una serie di fatti assolutamente casuali.
La grandezza di Boileau.

Pietro De Palma