venerdì 21 aprile 2017

John Dickson Carr : Gideon Fell e il caso dei suicidi (The Case of the Constant Suicides, 1941) - trad. Maria Antonietta Francavilla - I Classici del Giallo Mondadori 465 del 1984


Guarda caso, nel 1941, Carr pubblica anche un romanzo, non lungo come altri (che alcuni critici ritengono più un racconto lungo, ma che a parer mio è un romanzo vero e proprio: e i romanzi francesi di Boileau e quelli di Halter, cosa sarebbero allora?), ma che a ragione viene ritenuto un caposaldo della sua produzione: The Case of the Constant Suicides.
E’ un romanzo particolare, in cui non solo trovano posto ben tre omicidi avvenuti in Camere Chiuse, ma anche in cui vi è un’atmosfera straordinaria (in Scozia), grandi momenti di capacità narrativa, e una vena umoristica spassosa, estremamente brillante, che rende la lettura di questo libro estremamente piacevole.
Il plot è originale; tuttavia uno dei subplot deriva direttamente dal racconto The Empty Flat (L’appartamento disabitato) del 1940, ma pubblicato solo ventitre anni dopo, nel 1963: il romanzo si apre infatti con due storici, che si scontrano sulle pagine di un giornale, rintuzzando gli affondi altrui.
 Alan Campbell, storico che tiene una rubrica su un giornale con pretese letterarie, Il  Sunday Watchman, ha recensito il libro “Gli ultimi giorni di Carlo II, di un certo K.I.Campbell.  La sua recensione, non lo ha stroncato, ma comunque ha rilevato delle inesattezze storiche. Che però non sono tali per il K.I Campbell che risponde a tono. Da cosa nasce cosa e ben presto un semplice botta e risposta diventa una querelle, cui partecipa il pubblico inondando di lettere il giornale che in un primo tempo trae profitto dal litigio mediatico, ma poi comincia a preoccuparsi quando i rilievi sul fatto che Barbara Villiers, Lady Castlemaine, avesse i capelli rossi e fosse minuta, cominciano a riguardare la sua anatomia, in maniera specifica. In questa baraonda mediatica entra persino un erudito, tale Gideon Fell che dice la propria, che non è d’accordo né con l’una né con l’altra tesi. Per cui la querelle viene tacitata quando i due ormai, incavolati neri, dimenticando persino l’oggetto del contendere, si randellano l’un l’altro, menando mazzate alla cieca. Però ad Alan Campbell che ad un certo punto del botta e risposta era stato offeso in merito alla sua competenza di storico e gli era stata rivolta l’accusa di non intendersi di donne, avrebbe voluto vedere K.I. Campbell friggere nell’olio bollente.
Orbene, Alan Campbell ha preso il treno per andare in Scozia, da certi suoi parenti, solo che nel suo scompartimento, il n.4, con suo disappunto, trova che è stato occupato da una donna. Il suo disappunto si tramuta in stupore e poi in rabbia repressa quando, guardando la targhetta sulla valigia aperta, nota che appartiene a tale K.I. Campbell, colui, ora rivelatosi una donna, che lo ha umiliato sulle pagine del giornale. Qualificatosi, i due cominciano di nuovo a litigare. Così urge soprattutto sapere di chi sia lo scompartimento e quindi la cuccetta, perché ognuno dei due rivendica a sé il possesso della stessa. Viene chiamato l’inserviente, che con imbarazzo proprio e disappunto dei due, rivela che la cuccetta è stata riservata per un certo Campbell, senza distinguere se esso sia maschio o femmina. Inoltre non c’è un posto a sedere in tutto il treno, neanche in terza classe. Dopo nuove prese di posizione, e dopo che Alan ha deciso di lasciare alla donna la cuccetta, la studiosa, Kathryn, gli offre di rimanere lì e di spartirsi la cuccetta, con buona pace dell’inserviente di vagone che pagherebbe per uscire da quell’incresciosa situazione. Va da sé che i due giovani, pur rimbrottandosi a vicenda, ben presto fanno conoscenza l’un l’altro, capendo di essere cugini di terzo grado, e diretti nello stesso luogo. E dagli stessi parenti.
E’ morto un loro parente, tale Angus Campbell, cadendo dalla torre del castello di Shira ad Inveraray. I due, che sono lontani parenti, figli di cugini, sono stati chiamati per partecipare ad una riunione di famiglia. Quando giungono al castello, assieme ad un certo Swan, un giornalista diretto dai loro stessi parenti per intervistare Elspat, l’amante del vecchio Angus, anche lei anziana, donna di eccezionale carattere che però lui non ha voluto mai sposare, inizialmente non sono ben visti dalla donna, sulla base che non appartengono alla Chiesa di Scozia ma a quella Anglicana.
 Al focherello di questo difficile inizio di rapporti, aggiunge benzina Charles Swan, il giornalista che era arrivato assieme ai due, che incappa in una serie impressionante di gaffes, che fanno imbestialire prima Elaspat e poi Colin. E’ solo in un secondo tempo, dopo che sono entrati in campo Alistair Duncan, legale della famiglia, e Walter Chapman, agente assicurativo, e Alan si è spiegato alla vecchia e l’ha ammansita tenendole una lezione dotta sulla Chiesa di Scozia, e la giovane Kathryn è stata presa sotto l’ala benevola della vecchia parente, che i due giovani vengono accettati. Ma poi, quando Alan, interrogato da Colin Campbell, fratello minore di Angus e cognato di Elspat, sulla sua disponibilità ad ingurgitare la “perdizione dei Campbell”, un whisky stravecchio di alta gradazione alcolica, accetta e lo metabolizza allegramente, ubriacandosi e cominciando a duellare con Colin con delle Claymore, indossando a mo’ di mantelli delle tovaglie colorate e poi avendo visto Swan lo hanno rincorso punzecchiandolo sul sedere, beh solo dopo questo, la vecchia Elspat riconosce i due giovani parenti a pieno titolo di Angus e Colin.
A questo punto ecco emergere un altro dei subplot di questo romanzo: il vecchio Angus aveva da poco tempo stipulato un’assicurazione sulla sua vita per trentacinquemila sterline. Chapman vuole provare che il volo dalla torre di Angus sia stato un suicidio, perché così non pagherebbe una sterlina, mentre Colin è intenzionato a provare il contrario. Per questo ha invitato al Castello di Shira il suo amico Gideon Fell, gaudente scopritore di arcani e diabolici assassini, nonché grande fumatore di pipa e bevitore di whisky, estasiato davanti all’offerta dell’amico di provare anche lui “la perdizione dei Campbell”.
Gideon Fell comincia ad investigare sulle vicende della morte di Angus. Ed ecco una serie inspiegabile di fatti: è scomparso il diario di Angus; Forbes, il socio di Angus che aveva litigato con lui prima della sua morte, è scomparso; è stata trovata una valigia strana in quanto una parte ha una gabbia come se avesse contenuto un animale: prima della morte di Angus, pare che Forbes l’avesse lasciata su, nella camera di Angus: secondo alcune testimonianze era stata lasciata sotto il letto già, mentre altre testimonianze successive negano che all’atto dell’uscita di Forbes ci fosse; la camera era chiusa dall’interno; il letto era in disordine e la vittima indossava un pigiama al momento della morte; sulla maniglia della finestra c’erano solo le impronte di Angus
Poi c’è qualcuno che giura di aver visto qualcuno con la faccia sfigurata affacciarsi dal castello, di tarda sera.
Un presagio.
Poi riappare il diario scomparso.
Fell comincia ha paura che Colin che vuole sfatare il tabu della torre e dei misteriosi fantasmi o animali fantastici e invisibili racchiusi, passando la notte nella stanza di Angus, sia in pericolo di vita, visto che non ha ancora capito come Angus sia morto. E la sua paura diventa certezza, quando Colin vola a sua volta dalla finestra della torre. Ancora una volta si pone la domanda: suicidio, incidente od omicidio? Ma ancora una volta la stanza è chiusa dall’interno e sotto il letto viene rinvenuta di nuova una valigia con la gabbia, una sorta di canile portatile.
A questo punto Fell capisce cosa fosse contenuto nella valigia. E pensando ad un tentativo di omicidio, vuole trovare Forbes per interrogarlo. Ma non riesce a farlo perché quando trovano Forbes nella sua baracca, è appeso per il collo ad un cappio formato dalla cintura del suo accappatoio. Anche questa volta la porta è chiusa dall’interno per mezzo di un catenaccio.
Tuttavia a questo punto, anche il Fato fa la sua comparsa: Colin è volato sì dall’alto della torre,  senza che nessuno l’abbia spinto, ma per effetto di qualcosa che qualcuno gli aveva rimesso sotto al letto; e per di più non è neanche morto. No, si è rotto femore, un braccio e qualcos’altro , ma la pellaccia ha fatto il resto, Per l’assassino è un brutto colpo. Voleva farlo fuori. Già, ma… perché? Perché qualcuno avrebbe voluto uccidere Colin? E perché uccidere Forbes?
E’ vero che è stata trovata dentro la baracca una lettera di addio in cui si addossa le tre morti, però è anche vero che la suscettibilità di Elspat, la scomparsa e la ricomparsa del diario, le condizioni economiche drammatiche in cui avevano vissuto Elspat, Angus e Colin, ha convinto Fell che la prima morte sia stata la conseguenza di un suicidio: Angus voleva già uccidersi, solo che avrebbe voluto farlo nella sua stanza, con le imposte chiuse. Ma la cosa che era racchiusa dentro la valigia e che lo ha ucciso, il ghiaccio secco poi trasformatosi in anidride carbonica, lo ha costretto in un estremo anelito di vita, a correre dal letto alle imposte, aprirle di schianto, perdere l’equilibrio e cadere. Così, il volare fuori dalla finestra ha rivoluzionato gli intendimenti di Angus: se fosse stato trovato dentro la camera, Forbes sarebbe stato accusato di un delitto non suo e la vendetta di Angusa contro il suo ex socio si sarebbe concretizzata (e Elspat e Colin avrebbero approfittato delle 35.000 sterline dell’assicurazione); ma il volare fuori dalla finestra, ha sostanziato la presunzione  del suicidio, e volatilizzandosi l’agente killer nell’aria e non rimanendo invece nella stanza, è volata anche via la prova che l’avrebbe legato a Forbes.
Nel momento in cui Fell sa che Angus ha voluto uccidersi, e non è stato ucciso, ed con una lettera Forbes si accusa di averlo ucciso e quindi scusa la sua morte, Fell sa che è una lettera falsa e conseguentemente anche la stessa morte di Forbes si tramuta da suicidio in omicidio. C’è un assassino che uccide per cosa? Perché tutti pensino che i due fratelli siano stati uccisi da Forbes e che Forbes poi si sia ucciso; che non sa che Colin è scampato; e non sa che Fell ha preso informazioni dai volontari del servizio civile.
Fell ha capito anche come Forbes sia stato ucciso. Quando è stato rinvenuto, in casa c’era un puzzo di paraffina molto forte, e soprattutto la lampada in casa era spenta e la paraffine finita, e la cortina di oscuramento (un pannello incatramato da applicare alla finestra), escamotage per evitare che la luce interna uscisse all’esterno e quindi permettesse ad un cacciabombardiere di capire che lì c’erano abitazioni (il romanzo è scritto durante la Guerra ed i bombardamenti tedeschi sull’Inghilterra). Perché l’assassino uscendo non ha lasciato la cortina al suo posto? Perchè evidentemente non doveva esserlo. Così Fell pensa e ripensa e analizza le cose che lì dovrebbero esserci, perché quella è una baracca di pesca, e quindi ci sono strumentazioni per pescare, eppure manca l’unica cosa che dovrebbe esserci ed invece non c’è e che viene invece rinvenuta altrove, una canna da pesca smontabile: perché l’assassino l’ha portata via? Perché è stata usata per mettere in esecuzione il trucco della Camera Chiusa. Per farlo Fell ricorre alla geometria: lo sottolineo…alla geometria(ricordatevelo, che poi spiegherò il perché). La stanza è quadrata. La porta è al centro di un lato, e la finestra al centro di un lato adiacente alla base (non opposto, si badi bene). Il chiavistello è nuovo e in quanto tale riflette la poca luce nella stanza. Tramite un uncino con del fil di ferro, fatto passare attraverso le maglie della grata della finestra e collegato alla canna da pesca, l’assassino ha agganciato l’occhiello del catenaccio e in diagonale lo ha tirato a sé, chiudendo la porta dall’interno: ecco perché la cortina doveva essere rimossa dalla finestra, ecco perché ha svuotato al lampada come se la fiamma l’avesse esaurita (ma nessun volontario, pur notando la targa dell’auto dell’assassino ha notato luci dall’interno uscire all’esterno della casupola), ecco perché ha fatto sparire la canna (perché la modifica avrebbe potuto far capire il suo intendimento omicida).
L’assassino vuole che si pensi a due morti per omicidio, perché l’assicurazione paghi. Perché così lui intaschi. Chi allora è l’assassino? Elspat,la vecchia Elspat? No. Uno dei due giovani? Potrebbe. Tuttavia ecco affacciarsi anche un altro sospettabile, il terzo fratello, Robert, scappato dalla Scozia molti anni prima perché coinvolto in una truffa ed in una sparatoria, e riparato all’estero. Chi potrebbe essere? E non è forse un suo discendente, magari un figlio, ad essere interessato anche lui delle 35.000 sterline? Chi potrebbe essere? Uno dei due Campbell, Kathryn e Alan? Oppure il sedicente giornalista Swan ? Oppure l’agente assicurativo Chapman? Fell ricostruisce, acquista informazioni e inchioda l’assassino, a cui tuttavia offre questa volta una via di fuga, a patto che mantenga il suo intendimento, che cioè la morte di Angus venga presentata come un suo omicidio, e che egli si addossi anche la morte di Forbes e il tentato omicidio di Colin: se farà questo, Fell gli garantisce 48 ore di tempo per ritornare all’estero. Solo così Elspat potrà vivere gli ultimi anni della sua vita felice che il suo Angus non si sia suicidato.
Questo è un capolavoro!
Carr nel 1941 era al massimo della sua forma, e non ancora provato dalla guerra come testimoniò la sua produzione successiva (per es.  She Died a Lady), quando la sua casa risultò distrutta da un bombardamento.
Un capolavoro ho detto perché oltre ad esserci tre delitti risolti brillantemente uno per uno, con  smaglianti e brillantissime esposizioni e ragionamenti di prim’ordine, Carr dimostra il suo lato umano, dimostrando quello di Fell. 
Fell non è un membro della polizia, a lui non interessa che il reo paghi o non paghi il fio delle sue colpe, ma che venga messo nelle condizioni di non nuocere; e qui addirittura gli offre una via di fuga, che non avrebbe meritato, perché ha ucciso spinto dall’avidità, e ha ucciso per di più un essere che non gli aveva fatto nulla come Forbes, per solo calcolo, al fine di far ricadere la colpa su di lui. Un assassino spietato, che avrebbe meritato ben altra sorte. Eppure Fell, per consentire ad Elspat di godere senza rimpianti e senza rimorso gli ultimi anni della sua vita, non esita a consentire all’assassino di mettersi in salvo purchè egli si addossi la colpa anche di quello che non ha fatto.
Ma il romanzo è capolavoro anche per la capacità narrativa di ammaliare il lettore, soprattutto attraverso passi di grande umorismo mediante i quali Carr riesce a svelenire la storia e a divertire. Tra i tanti personaggi , una grande rilevanza è data ai due Campbell, due studiosi di storia che si affrontano prima sulle pagine di un giornale con grande piglio e rasentando il vilipendio e l’offesa personale, per ritrovarsi (guarda caso) nello stesso scompartimento di un treno che corre alla volta di Glasgow; un treno affollatissimo, in cui per un disguido (altro caso) finiscono nello stesso scompartimento che ha un’unica cuccetta. Dopo aver ognuno dei due rivendicato il possesso di essa, dopo aver ognuno dei due chiesto un’altra lasciando quella all’altro (ma ovviamente non si può fare perché, altra fatalità, tutti gli scompartimenti sono occupati), l’atmosfera nera si risolve quando lui galantemente si offre di passare la notte in piedi nel corridoio lasciando la cuccetta a lei. E’ Kathryn Campbell allora a addolcire i suoi toni e ad offrire metà cuccetta a lui: cosa significa? Che dormiranno uno accanto all’altro (se non uno sull’altro). Dio li fa e li accocchia! Carr non dice anche stavolta come finisce però lo fa capire con un dialogo ad effetto: 

A sense of intimacy, uneasy and yet exhilarating, went through Alan Campbell They were both crowded close to the window. The two cigarette-ends made glowing red cores, reflected in the glass, pulsing and dimming. He could dimly see Kathryn's face.
The same powerful self-consciousness suddenly overcame them again. They both spoke at the same time, in a whisper.
"The Duchess of Cleveland -'
 'Lord William Russell -'
The train sped on.”

Bellissimo. E il lettore capisce subito che tra i due si è instaurato già qualcosa di più di un’amicizia, nonostante ciascuno dei due rimanga arroccato sulle sue posizioni.
Si arriverà verso la fine del romanzo alla piena coscienza di essere innamorati. 



Per indicare questa tappa, il Nostro si servirà delle prime tre strofe di una canzone molto conosciuta al tempo di Carr, “I Love a Lassie” di Sir Henry “Harry” Lauder, inserendole in un dialogo pomposo e bombastico:
"Colin lifted the shotgun and waved it in the ait as though conducting an orchestra. His bass voice beat against the windows.

'I love a lassie, a bon-ny, bon-ny  las-sie -

Swan, drawing his chin far into his collar, assumed an air of solemn portentousness. Finding the right pitch after a preliminary cough, he moved his glass gently in time and joined in.

'She's as pure at the li-ly in thedell-!

To Alan, lifting his glass in a toast to Kathryn, there came a feeling that all things happened for the best; and that to­morrow could take care of itself. The exhilaration of being in love, the exhilaration of merely watching Kathryn, joined with the exhilaration of the potent brew in his hand. He smiled at Kathryn; she smiled back; and they both joined in.

'She's as sweet as the heather, the bon-ny  pur-ple  heather -

He had a good loud baritone, and Kathryn a fairly audible soprano.'Their quartet made the room ring. To Aunt Elspat, returning with a set of bagpipes - which she grimly handed to Colin, and which he eagerly seized with­out breaking off the song."

(Traduzione di Maria Antonietta Francavilla)
Colin brandì il fucile da caccia e lo sventolò in aria come la bacchetta di un direttore d’orchestra. La sua voce  i basso fece tremare la finestra:
Io amo una ragazza, una bella ragazza…
Swan ..si schiarì la gola trovando il tono giusto e attaccò anche lui, marcando il tempo col bicchiere
Pura come il giglio della valle!
Alan alzò il bicchiere in un brindisi a Kathryn e si sentì pervadere dalla confortante sicurezza che tutto andava per il meglio e che era inutile preoccuparsi pensando al domani. La felicità di essere innamorato e distar lì a guardare la ragazza che aveva accanto si unì al potere esilarante della dinamite che stava bevendo. Sorrise a Kathryn.  Lei gli restituì il sorriso e tutti e due si unirono alla canzone.
Dolce come l’erica, l’erica purpurea
Lui aveva una bella voce di baritono e Kathryn una gradevole voce di soprano. Il quartetto ora faceva vibrare addirittura le pareti della stanza. La zia Elspat tornò con le cornamuse e le porse con aria severa a Colin, che le acciuffò senza interrompere la canzone.”

E’ l’evoluzione del dialogo tra K.I. Mills e Douglas Chase in The Empty Flat: lì Carr non si era spinto tanto oltre perché la brevità dell’impianto narrativo di un racconto gli impediva l’accumulo e la risoluzione della tensione anche con dialoghi di amore.
Il dialogo dimostra ancora una volta, se mai ce ne fosse bisogno, quanto Carr fosse scrittore nel vero senso della parola: se la cosa lo avesse interessato, come la sua collega Georgette Heyer, anche Carr avrebbe tranquillamente potuto sfornare con nonchalance romanzi sentimentali.
Laddove invece Carr dimostra di nuovo il cambiamento di rotta e la sua versatilità, e come sapesse anche affrontare con grande verve e spirito una parte brillante, in vari passi veramente spassosi: è quello che già avevamo messo in luce analizzando The House in the Goblin Wood, dove alla tragedia che si sta per consumare, Carr oppone l’ilarità della scivolata e  caduta buffonesca di Merrivale per le scale dovute ad una buccia di banana. Prima le gaffes a ripetizione di Swan che lo rendono antipatico a Elspat e Colin; poi l’ubriacatura di Alan e Colin, di whisky stravecchio chiamato “La perdizione dei Campbell”, con conseguente duello con le Claymore, ammantati di tovaglie a quadri a indicare ipotetici clan, e successivo affondo contro le natiche del povero Swan, vittima designata, su istigazione di Kathryn, anche lei brilla;  Swan che viene omaggiato da due secchiate di acqua dall’alto della torre da parte di Elspat, proprio quando l’atmosfera si era rasserenata e lui era ritornato al castello; di nuovo Swan preso a schioppettate con un cal.20 prima da Colin e poi da Kathryn, dopo altra ubriacatura. 
Non solo! Ci sono tutte le espressioni e relativi corollari di invocazioni molto colorite di Fell quando si accorge di aver commesso degli errori di ragionamento:  
-“ la sua espressione si mutò in una smorfia che intendeva esprimere il più gargantuesco tatto: - Posso sapere se voi die siete fidanzati?” (pag.87)
-Neanche per sogno!, gridò Kathryn. -  Allora per amor del cielo, cercate di sposarvi. E fatelo il più presto possibile!...Ma ciò che probabilmente leggerete sul vostro conto nel prossimo numero del Daily Floodlight, non piacerà affatto né all’università di Highgate  né a quella femminile di Harpenden : quella storia travolgente dell’inseguimento notturno di due tagliagola armati di claymore, mentre la signora gridava incoraggiamenti ai criminali che volevano assassinare il povero giornalista, è il colmo dei colmi (pag.88)
-Alan s’interruppe perché sul viso del dottor Fell si era stampata all’improvviso un’espressione di pura completa idiozia. Il dottore stava strabuzzando e roteando gli occhi, e la pipa quasi gli cadde dalla bocca. – Oh tuoni e fulmini! Oh Bacco! Oh il mio vecchio cappello!”  (pag.152)
-Alan vide di nuovo diffondersi sul suo faccione l’aria di stranito stupore e di totale imbecillità che aveva già notato tempo prima. Stavolta però sembrava più profonda e più esplosiva. “Oh cielo! Tuonò l’omone. – Che razza di cetriolo sono stato! Che somaro sesquipedale! Che idiota cosmico!” (pag.158)
Chi dice che l’essenza di Carr è nel racconto e che Carr migliorerebbe con parecchie pagine in meno dice qualcosa di assurdo secondo me: l’essenza di Carr non è nel racconto ma nel romanzo! Senza la possibilità di narrare, di mutare i toni, di variare l’atmosfera, di passare dal tragico al comico, di stupire , avendo naturalmente lo spazio e il tempo, Carr perde molto della sua forza espressiva. Carr non è come Hoch, come Commings, come Rawson che riescono a sintetizzare in pochi righi quello che lui può fare in molti. Anche se la grandezza della sua arte si esprime ai massimi livelli anche nei racconti. Pochi però assurgono al rango di capolavori.
Questo romanzo è straordinariamente interessante anche e infine come risposta di Carr ad una provocazione di Rawson. Intendiamoci, la provocazione è solo nelle corde di Carr, non in quelle di Rawson. Abbiamo accennato nel caso di un racconto di March, come Carr avesse risposto con una sua invenzione alla invenzione di un romanzo di Rawson. Qui io leggo un’altra risposta di Carr. Si esplica nella soluzione della camera chiusa nella baracca di Forbes. Cosa dice Fell ? Ecco:
-“Signor Duncan ve ne intendete di geometria?” (pag.197).
Geometria? Chi aveva già parlato di geometria?
Rawson, attraverso il Mago Merlini in Death from a Top Hat (Morte dal Cappello a cilindro, 1938).
Il disegno si presentava così.

La X – precisò Merlini – rappresenta il centro de cerchio. BC misura venticinque centimetri e BA dieci. Qual è il diametro del cerchio? Non è richiesto nessun calcolo…. Sbirciai sospettoso il diagramma e azzardai: Il quadrato dell’ipotenusa di un triangolo rettangolo è uguale alla somma dei quadrati degli altri due… Già - fece Gavigan – il quadrato di venticinque meno il quadrato di.. di.. – ma si impappinò. No, non possiamo trovarlo, se conosciamo soltanto l’ipotenusa. Dovremmo avere la lunghezza di XC per trovare XB….Il tempo è scaduto. Tutti e due sul banco degli asini.. La risposta è lì che vi guarda, sotto i vostri occhi. Vi ho chiesto il diametro e vi ho dato il raggio. Basta moltiplicare per due, non vi pare? “.
 (Clayton Rawson: Morte dal cappello a cilindro, pag.174, trad. Giuseppina Caricchio – C.G.M.  417 del 1983).
Anche qui c’è un problema di geometria.
“-La geometria appartiene al limbo dei vecchi giorni di scuola, insieme all’algebra, all’economia e ad altre materie ugualmente funeree. Non son mai riuscito a dimenticare che il quadrato dell’ipotenusa è uguale alla somma dei quadrati dei cateti…Pure in questo caso potrà esserci utile considerare la casupola di Forbes nella sua forma geometrica. Si tolse di tasca una matita e abbozzò un disegno nell’aria.

(L’abbozzo a matita è mio)

-La casa è quadrata, su per giù tre metri e mezzo per tre metri e mezzo. Immaginate la porta al centro della facciata; immaginate la finestra al centro della parete di destra…. Va alla finestra. Introduce la canna da pesca, tra le maglie della grata… e allunga la canna stessa verso la porta, in diagonale” (pag. 198-199).
Non si può non pensare ad una risposta di Carr, non vi pare?
Il romanzo di Rawson è del 1938, quello di Carr è del 1941.
Io alle troppe coincidenze non credo. E pertanto…
Anche per questo dico che quest’opera di Carr è un capolavoro.

Pietro De Palma

mercoledì 19 aprile 2017

Carter Dickson : L'Appartamento disabitato (The Empty Flat, 1940) da "Dipartimento Casi Bizzarri" - trad. Mauro Boncompagni - il G.M. 2175 del 1990

Come dissi molti anni fa, nel mio primo e fortunatissimo contributo al Blog Mondadori, "I quattro racconti di Bencolin", è accaduto che alcuni racconti di Carr siano stati usati per dare vita a lavori più grandi, siano stati cioè ampliati. Io non parlerei di cannibalizzazione, termine usato da un amico oltreoceano, John Norris, per definire l'appropriamento dei subplot di un racconto da parte di romanzi, bensì di ampliamento: Carr quando lo riteneva giusto, utilizzava sue idee già espresse in un racconto precedente, in un romanzo successivo. Questo procedimento è accaduto più volte, e non solo nel suo caso: parecchi autori hanno usato questo modus agendi, da Agatha Christie a Craig Rice. Perchè allora stupirsi? Piuttosto, una volta individuata quest'altra caratteristica carriana, la ricerca e l'individuazione e l'analisi delle sue componenti narrative si affina e diventa più stuzzicante.
E' il caso per esempio di un racconto con protagonista il Colonnello March.
Questi racconti sono tra i più ricchi di inventiva, potrei dire dei banchi di prova talora, talaltra il modo di rispondere a delle sfide: per esempio uno di questi, The Footprint in the Sky, "Impronta in cielo", per quanto sia secondo alcuni non una prova granitica come altre di Carr - a me pare un racconto sublime invece - risponde all'istanza di rispondere, come in una tenzone, alla sfida virtuale lanciatagli dal suo amico Clayton Rawson, che aveva pubblicato il suo romanzo The Footprints on the Ceiling, "Le impronte sul soffitto"
Il racconto che esaminiamo oggi  è "L'appartamento disabitato", The Empty Flat. 
Fa parte della raccolta The Man Who Explained Miracles del 1963 e non invece di quella degli altri racconti con March, The Department of Queer Complaints, del 1941. Qui dobbiamo fare una breve digressione: dopo aver inizialmente creato tutti i 9 racconti con March,  Carr, per ragioni solo a lui note (io penso per ragioni di opportunità legate proprio al racconto oggi da me analizzato, e forse anche per non appesantire troppo l'antologia The Department of Queer Complaints), nel 1941 dette alle stampe  The Department of Queer Complaints con soli sette racconti:


The New Invisible Man
Footprint in the Sky
The Crime in Nobody's Room
Hot Money
Death in the Dressing Room
The Silver Curtain
Error at Daybreak

in quanto gli altri due, che originalmente avrebbero dovuto farne parte, The Empty Flat e  William Wilson's Racket, furono tenuti da parte e ripresentati in altra collezione carriana posteriore di vent'anni, The Man Who Explained Miracles del  1963. 
Come tutti gli altri racconti con March, anche The Empty Flat presenta un quesito legato ad un delitto impossibile, che si connoti più propriamente o meno anche come Camera Chiusa. E come tutti gli altri racconti ha un carattere che ne limita in certo senso la fruibilità: presenta un parco di sospettabili estremamente ridotto, tale che la ricerca non sia molto difficile. Qui, come in tutti i racconti con delitti impossibili francesi, per Carr ha maggiore importanza il "come" sia avvenuto un determinato fatto più che il "chi" l'abbia commesso: infatti senza che venga sciolto l'elemento risolutivo, non può procedersi all'incriminazione del colpevole, che sino a quel momento, magari sospettato, non può essere però accusato prove alla mano.
Qui c'è un appartamento disabitato in un palazzo, da cui nel cuore della notte proviene musica ad alto volume. Già di per sè questa è una stranezza: come può provenire da un appartamento disabitato da anni, chiuso e dimenticato quasi, musica ad alto volume? La seconda stranezza, di per sè inquietante è legata alla causa del mancato affitto di quell'appartamento: ad esso era legato un fatto di sangue presumibilmente avvenuto in quel palazzo prima che le sue stanze venissero affittate, e c'era chi diceva che fosse infestato. Addirittura in passato chi vi aveva passato la notte era stato costretto ad andare via: vi si manifestava una tale paura che poi tutti coloro che vi erano stati a più riprese interessati, si erano eclissati.
Al primo piano, proprio sopra l'appartamento da cui proviene musica ad alto volume, sta preparando la propria tesi per avere la libera docenza, Douglas Chase Ph.D. membro della sezione storica della Royal Society. Già la presenza di un altro concorrente al suo traguardo, tale K.G.Mills la cui conoscenza storica pare formidabile, gli da appresnione; figurarsi quella insopportabile musica al piano di sotto! Per cui con un maglione e in pantofole, scende al piano di sotto per protestare, trovandosi davanti una porta su cui campeggia la targhetta K.G.Mills: possibile che sotto di lui abiti il suo avversario? Suonato al campanello gli veine ad aprire la porta una bella ragazza, con le dita sporche di inchiostro che si qualifica proprio come Kathleen Gerrard Mills, laureata in storia. Presentatisi entrambi ed entrambi stupiti e anche accigliati di essere avversari alla libera docenza ed abitare uno sopra l'altra, si spiegano riguardo a quel rumore che non proviene affatto dalla casa dell'incantevole laureata, ma dall'appartamento di fronte. Si spiegherebbero l'un l'altro e anche le proprie tesi davanti ad un boccale di birra, se anche lei non spiegasse all'incredulo inquilino del piano di sopra, che anche lei sta patendo da quella sera gli effetti di quella strana musica ad alto volume: eppure lì in quella casa, non dovrebbe esserci nessuno. Ma come fare? L'appartamento è disabitato e chiuso.
Tuttavia la porta ha il passa vivande, uno spazio troppo angusto tittavia perchè la ragazza possa passarvi attraverso; Douglas è invece alto e sottile e quindi con difficoltà riesce a passarvi attraverso. La casa è buia. La luce è disabilitata. Ma la musica ad alto volume si diffonde dappertutto: proviene da una stanza pure buia. La luce di un lampione nella strada gli permette di capire che è una radiolina a transisor collegata ad una presa di corrente. La spegne. Poi si dirige alla porta di ingresso, la apre trovandosi davanti alla fanculla e la rassicura, parlandole della scoperta strana. Tutto finito. Sembrerebbe. Il fatto è la mattina dopo degli operai che passano lì vicino, alal luce del sole, vedono nella stessa stanza dov'era la radiolina, un uomo raggomitolato per terra: è Arnot Wilson, avvocato e fiduciario della ragazza K.G.Mills, morto. Di paura. Collasso. Nelle tasche del morto trovano: un taccuino, una stilografica, un anello con sei chiavi, la chiave dell'appartamernto 11,  un orologio con catena, un portafoglio.
Ovviamente c'è un'indagine, e i due giovani vengono convocati a Scotland Yard e relazionano su quanto accaduto la sera prima del ritrovamento del cadavere, davanti al Colonnello March, a capo del Dipartimento D 3 - Casi Impossibili: tutti i casi di fantasmi, sparizioni, avvenimenti apparentemente insolubili in quanto impossibili, vengono mollati a lui. Capiscono che lui non pensi ad un incidente bensì ad un omicidio: l'avvocato era molto conosciuto a Londra, frequentatore di clubs esclusivi, uomo estremamente pulito e freddoloso: non sarebbe mai andato a stare la notte in quella casa, piena di polvere e senza caloriferi, nonostante fosse incuriosito dal racconto circa la presunta presenza infestante, fattogli dalla sua protetta Mills.
 Dopo aver sentito le testimonianze del maggiordomo di Wilson, Maurice Delafield, e dell'agente immobiliare, che affitta i vari appartamenti, James Hemphill, March individuerà l'assassino, questa volta non malvagio, ma una persona rimasta al centro di un ingranaggio perverso per un banale incidente di cui è rimasto vittima l'avvocato, che ha pensato bene di salvarsi, portando il cadavere in quella casa abbandonata. Tuttavia è lui che, volendo far ritrovare al più presto il cadavere di Wilson, ha messo in funzione la radiolina.
In questo racconto non vi è tanto una impossibilità di fondo (nella stanza vi si accede addirittura passando attraverso il passavivande, e la porta di casa non è chiusa dall'interno), in quanto l'assassino, dopo aver fatto quello che ha fatto, ha aperto la porta e l'ha chiusa alle sue spalle. Semmai l'impossibilità è data dall'atmosfera: da quella musica ad alto volume in un appartamento "infestato" desabitato, e dal cadavere trovatovi dentro, un avvocato in vista della city, morto di paura. Per cosa?
E soprattutto da come un morto di paura si trasformi in una vittima di un omicidio colposo. Carr nella sua straordinaria visionarietà collega questa trasformazione del giudizio del coroner alla assenza di qualcosa che sarebbe dovuto essere rinvenuto nelle tasche del morto - che aveva detto ad alcuni suoi conoscenti che quasi quasi avrebbe passato un giorno una notte in quell'appartamernto proprio per confutare la presenza di una fantasma -  e che invece non c'è, ma che la vittima, se davvero avesse pensato di stare di notte in un appartamento disabitato, avrebbe portato con sè. E quindi ci sarebbe dovuto essere in quella stanza ed invece non era stato trovato.
Al di là di queste cosucce - ma la cosa che non si trova e di cui viene fatta menzione negli ultimi righi è un pugno nello stomaco - il racconto non è niente di più. Eppure contiene dei particolari interessantissimi, proprio alla luce di un romanzo che Carr pubblicò lo stesso anno dell'uscita della raccolta. Anche lì si trovano due giovani resi avversari dalla passione storica e che si affrontano prima mediaticamente sulle pagine di un giornale e poi si ritrovano uno dinanzi all'altro: per di più il nome della ragazza pur non essendo lo stesso, comincia comunque per K. Anche lì i luoghi sono legati a tragedie storiche e "strane presenze". Anche lì infine l'impossibilità legata alla terza vittima, viene spiegata con qualcosa che sarebbe dovuta esserci e che invece non è stata trovata. Solo che nel romanzo, quei due giovani che la musica chiassosa ed assordante ha fatto conoscere nel racconto, che forse si sono spiegati davanti ad un boccale di birra ma che Carr non ci dice se poi abbiano passato la notte insieme oppure no, si innamorano davvero. Il romanzo trasforma un racconto senza pretese in un capolavoro assoluto, uno dei migliori della produzione di Carr, con Gideon Fell. E spiega anche secondo me anche il perchè Carr avesse rinviato la pubblicazione del racconto di quasi vent'anni: perchè la singolare conoscenza-scontro di due avversari storici, uno uomo l'altro donna, con tutta la ovvia serie di conseguenze, avrebbe tolto freschezza alla storia del romanzo, se fosse stata presente in un racconto pubblicato per di più lo stesso anno.

                                                                                                                    Fine 1^ Parte

Pietro De Palma


venerdì 31 marzo 2017

Mignon Eberhart : La trappola (The Mystery of Hunting’s End, 1930) – trad. Alfredo Pitta – I Classici del Giallo Mondadori N.1346 del 9 maggio 2014





Il romanzo della Eberhart è uno dei meno conosciuti, se si può dire sia conosciuta lei stessa, scrittrice molto ripubblicata una trentina di anni fa, ma oramai quasi del tutto dimenticata.
La traduzione è quella storica di tanti romanzi americani del periodo, affidata ad Alfredo Pitta.
Famoso come gran sforbiciatore (tagliava alquanto i romanzi), Pitta era però un eccellente traduttore oltre che anche un discreto scrittore (si provò anche lui come i vari Ciabattini, Vailati, Spagnol, De Angelis, d’Errico a rinverdire i fasti del Giallo made in Italy, che un decreto fascista stabiliva che dovesse essere attuato in un periodo in cui il Giallo all’inglese e alla francese, la facevano da padroni. Come traduttore,  i tagli che effettuava erano intelligenti; e così ancor oggi, i romanzi da lui tradotti, possono essere tranquillamente letti (magari rinfrescati, come è stato fatto probabilmente per quello in edicola).
Il romanzo The Mystery of Hunting’s End di Mignon Eberhart, il terzo da lei scritto, dopo La stanza N.18 (Patient in Room 18, 1929) e L’elefante di giada ( While the Patient Slept,1930), fu pubblicato con il titolo “La Trappola”, che può essere compreso solo dopo aver letto il romanzo.
Mignon Eberhart, fu una scrittrice statunitense popolarissima. Inventò il personaggio femminile dell’infermiera Sarah Keate, e lo inserì in un filone suo , contraddistinto da trame in cui c’era di solito una donna in pericolo, e in cui l’elemento misterioso si allaccia a quello romantico sentimentale, un po’ come i gialli rosa della serie Nancy Drew, “per signorine”, che sfornava Carolyn Keene (pseudonimo sotto cui si celavano parecchi autori dello Stratemeyer Syndicate, gruppo diretto da Edward Stratemayer, di cui la più famosa fu Mildred Augustine Wirt Benson che scrisse parecchi dei primi gialli della serie). A differenza di questi romanzi, che sono dominati dalla suspence, perché diretti più che altro ad un pubblico di ragazzi,  e che attengono a vicende in cui si muovono truffatori e ladri ma non assassini, e in cui quindi l’elemento violento è molto annacquato, quelli di Mignon Eberhart, che cominciò a scrivere nell’alveo dei romanzi di Mary Roberts Rinehart, contraddistinti da forti atmosfere e da un thriller spasmodico, contengono eccome omicidi! Anche se la vicenda è spesso intrecciata a ceneri romantiche.
Qui l’infermiera Sarah Keate, chiamata in causa dal detective Lance O’ Leary, suo amico, è coinvolta in una vicenda in cui domina la suspence ma anche il mistero.
Mary Kingery, figlia del finanziere Hubert Kingery, a distanza di cinque anni dalla morte del padre, avvenuta in circostanze non perfettamente chiarite, decide di voler sapere tutta la verità e per questo, riunisce nella residenza del padre, vicino Barrington, tutte le persone che erano presenti alla morte di suo padre, che accettano anche per non dire no, e quindi per allontanare  il sospetto che vi possano essere state coivolte: Julian Barre, Jasper Fraley, Nicholas Morse, Charles Killian, sono tutti amici e soci, e comunque personaggi connessi alla finanziaria fondata da Hubert Kingery; Jose Paggi è un tenore e sua moglie è Helen Paggi; Blanche Von Turcum è una baronessa; Lucy Kingery, è sorella di Hubert e zia di Mary; Brunker, è il domestico e Anne, la cuoca. Tutti erano presenti cinque anni prima. Gli ultimi due continuano a servire in casa, e come gli altri, avrebbero avuto validi motivi di risentimento, e quindi un valido movente per desiderare la morte di Hubert.
Apparentemente, Hubert è morto per attacco cardiaco, ma qualcosa non è chiaro e la stessa Mary non è persuasa che il padre sia morto in quel modo: fu trovato in pigiama, per terra, senza pantofole, con il letto approntato per dormirvi e sul comodino il lume acceso. Dentro una stanza chiusa dal di dentro. Questa circostanza autorizzò a pensare che la morte fosse avvenuta per cause naturali; in realtà, vi fu opera di dissimulazione e di corruzione nei confronti del medico che firmò l’atto di morte, perché egli tacesse sulla vera causa, cosa che viene rivelata da Lucy in secondo tempo: era morto per un colpo di pistola a bruciapelo che l’aveva colto in pieno petto. Ella, che “apparentemente” è stata colta da paralisi all’atto della morte del fratello, per il troppo bene che gli voleva, in realtà pare che l’avesse avversato in tutte le forme, per i giochi finanziari di quello troppo spregiudicati, volti ad arricchirsi a danno delle persone che lo circondavano, infischiandosene dei loro risparmi persi: tutti o quasi coloro che la nipote vuole che trascorrano quei giorni a La Vedetta, il luogo solitario da loro scelto, in mezzo alla sabbia.
Il fatto è che Mary vorrebbe anche evitare di sposare uno che potrebbe avere assassinato il padre: tra i suoi invitati c’è anche il suo promesso sposo.
Assegna le camere al piano terra, in un padiglione. Pochissimi vanno a dormire al primo piano, in cui la balconata si affaccia direttamente di fronte alla stanza in cui morì Hubert: ora quella stanza, finisce per dover andare ad uno tra Julian Barre, Jasper Frale e Charles Killian, cioè al secondo. Che poi è il fidanzato di Mary. Di notte, mentre Josè Paggi e l’infermiera detective Keate stanno parlando davanti al camino, e si trovano casualmente di fronte alla porta della stanza di Fraley, sentono prima un fruscio, come se qualcuno passasse in punta di piedi sopra di loro, nella balconata, poi sentono una detonazione che proviene dalla stanza. Vi trovano Jasper morto, colpito da una pallottola al cuore, mentre indossa un pigiama, i piedi scalzi ed il letto acconciato per la notte. La porta è aperta, ma loro che vi stavano davanti, anche se non frontalmente ma in posizione defilata, giurano e spergiurano che nessuno vi è uscito, per di più le finestre sono chiuse e la porta che mette in comunicazione la stanza con quella di Barre è chiusa da una sbarra. E non si è trattato di suicidio, perché si dovrebbe trovare l’arma e questa non c’è. Quindi…
Ma l’assassino/a cos’è ? Un fantasma?
Alcuni degli invitati sono impressionabili, perché il vecchio cane di Hubert, Gerico, guaisce tutte le volte che passa davanti alla porta dell’ex padrone e si comporta quasi che vi fosse una presenza soprannaturale tra loro.
La ricerca dell’assassino è quantomai ardua. Eppure è lì, tra di loro: non può essere scappato, perché fuori nevica, nevica, nevica incessantemente: la villa dove tutti sono riuniti, “La Vedetta”, è completamente isolata. Ma se l’assassino non può fuggire, non possono farlo anche gli altri, casomai lui volesse ammazzarne qualche altro. Già, perché Jasper prima di essere ucciso, durante la cena, aveva fatto cenno a certe carte che lui si era premunito di nascondere, che erano come un lasciapassare, e che contenevano le prove dell’attività fraudolenta della finanziaria di Kingery. Proprio per questo, Hubert aveva costretto la figlia a fidanzarsi con Jasper: era il prezzo del ricatto. Ora tutti cercano queste carte.
Prima scompare un foglio trovato da Keate nella stanza del morto, contenente una sequenza di numeri e indirizzato a Morse; poi scompare il parrucchino del morto, che poi ricompare (lo trova Sarah) per poi scomparire di nuovo e di nuovo ricomparire; poi scompare addirittura il morto, mentre c’è chi giura, la baronessa, che in quella stanza non era entrato nessuno.
Reticenze, mezze verità, bugie, tutto concorre per inficiare l’indagine della coppia Keate-Leary. Anche la volontà di alcuni degli invitati, prima che il cadavere scomparisse, di farlo scomparire, perché se il cadavere non c’è e quindi non c’è la prova di un reato, non ci può neanche essere (in teoria) un’indagine.
La situazione dei presenti diventa assurda, le cibarie cominciano a scarseggiare, perché la loro tenuta è completamente isolata nella tormenta di neve. E intanto l’assassino colpisce.
Prima cerca di avvelenare con la stricnina il cane. Poi, quando la neve finisce di cadere, e Morse vorrebbe andare via per cercare soccorsi, cerca di ammazzare O’ Leary, colpendolo alla testa con un attizzatoio, di notte, mentre è sprofondato in una delle poltrone della sala. Infine ammazza Morse, infilandogli un ferro da calza, che l’infermiera aveva perso, nel cuore. E ne nasconde il cadavere.
Sarà Leary a spiegare all’impaurita Keate, come Hubert e Jasper sono stati ammazzati e a indurre l’assassino a scoprirsi.
Con questo romanzo, Mignon Eberhart vinse nel 1931 lo Scotland Yard Prize. Perché?
Indubbiamente ci troviamo dinanzi ad un buon romanzo che ha delle caratteristiche ben specifiche (anche se le descrizioni che probabilmente sono state assottigliate nella traduzione italiana, probabilmente  avrebbero contribuito a meglio inquadrarle): una atmosfera opprimente e claustrofobica, che è un po’ la caratteristica di tutti quei romanzi in cui la casa è nel mezzo di qualcosa da cui i suoi occupanti non possono fuggire: un ciclone (La casa nel ciclone, di Newton Gayle), il mare (Dieci piccoli indiani, di Agatha Christie), porte elettrificate (L’Ospite invisibile, di Bristow & Manning), un incendio nel bosco (Il Caso dei gemelli Siamesi, di Ellery Queen); la presenza di condizioni climatiche e atmosferiche estreme (è qualcosa che appare anche in altri romanzi della Eberhart); una donna in pericolo (qui c’è l’infermiera, ma anche Mary Kingery); una storia d’amore (quella tra Killian e Mary); una indagine che si muove più per eventi isolati che invece per una concatenazione di tessere messe a posto; una storia più che poliziesca, romanzesca, ma neanche tanto; e soprattutto una soluzione che pur riuscendo convincente, lascia il passo a dei bug qua e là. Tuttavia, proprio per la stranezza dell’indagine, che si discosta parecchio da quella più classica, tipica del Mystery, la Eberhart che a torto o a ragione (da questo primo romanzo, direi più, “a torto”) venne definita la Agatha Christie d’America, si apparenta più al genere Suspence o Thriller, visto che la soluzione non arriva come la logica conclusione di un certo discorso, ma come il tentativo riuscito, da parte del Detective, che sospetta ma non ha le prove (dice lui), di costringere colui che pensa sia l’assassino a scoprirsi,  costringendolo assieme ad altre persone che fanno da specchietto per le allodole, a evitare di essere sparato dal congegno che lui stesso ha approntato in precedenza. In sostanza il lettore aspetta solo di vedere se l’assassino si scoprirà o meno, perché lui non ha capito chi possa proprio essere (io l’avevo capito ma per altro ragionamento, che non rivelo, e che è insito nell’assegnazione delle Camere: come mai proprio Jasper muore? E questo non perché sia tonto, ma perché l’autrice non fornisce gli indizi in maniera chiara (salvo poi spiegarne il significato dopo: “Recondite Armonie”!) perché possa capirlo. Ecco perché il finale! Ecco perché cerca di indurre in trappola l’assassino, dopo che la trappola per tanti giorni era stata la stessa casa in cui erano stati costretti a vivere!
Nonostante ciò il romanzo fila che è un piacere. Merito della Eberhart che confeziona tutto sommato un bel romanzo e merito anche di Pitta che sforbicia è vero, ma con raziocinio.
E’ evidente che LA TRAPPOLA è una classica Camera chiusa, pur non sembrando tale a prima vista: riassume il caso presente in It Walks By Night di Carr (La porta non era chiusa ma era tenuta sott’occhio da persone fidate), e quello dei romanzi in cui l’assassino anche se materialmente può sembrare che fosse presente, non lo era (in sostanza si ripresenta il caso descritto in The Greene Murder Case di Van Dine, in cui una pistola è azionata con un congegno apposta predisposto); e ovviamente, come abbiamo detto prima, potrebbe dirsi una Camera Chiusa allargata, essendo la casa stessa una grande Camera chiusa, dalla quale, per la tormenta di neve in atto, l’assassino non può essere fuggito.
Il fatto che alcuni critici importanti stranieri non abbiano espresso calorosi apprezzamenti nei riguardi di questo romanzo, è da mettere in relazione probabilmente alla natura della Camera Chiusa. Ne parla Carr nella sua Locked Room-Lecture in The Hollow Man:
Primo! C’è il delitto commesso in una stanza ermeticamente sigillata che è realmente sigillata ermeticamente e dalla quale nessun assassino è mai uscito perché nella stanza non c’era nessuno” ( http://blog.librimondadori.it/blogs/ilgiallomondadori/2011/07/29/dissertando-di-camere-chiusejohn-dickson-carr-vs-clayton-rawson/ ).
E’ evidente che non può essere accaduto che  l’assassino abbia inscenato una qualche pantomima allo scopo di distrarre lo spettatore, entrare ed uccidere il malcapitato facendo credere che fosse già morto (come in The wrong shape di Chesterton), perché in questo secondo caso, ci sarebbe il concorso del colpevole e quindi un’azione spettacolare volta ad inscenare qualcosa; e quindi non si spiegherebbe lo scarso credito della critica specializzata. E’ evidente quindi che ricadiamo in altra casistica.
Leggendo anche voi il romanzo, capirete a quale dei tipi di Camera Chiusa di cui parla il Dottor Fell, possa ascriversi questa. Direi che in un certo senso, possa essere accostata ad un’opera di Carr scritta con il suo pseudonimo, Carter Dickson, a quattro mani assieme al suo amico John Rhode, Fatal Descent :
chi ha letto il romanzo potrà forse immaginare a cosa io voglia alludere; chi non l’abbia letto (un capolavoro) non dovrà fare altro che acquistarlo.

Pietro De Palma

martedì 21 marzo 2017

John Dickson Carr : Il segreto di Vicky Adams- trad. Tina Honsel – Estate Gialla 1979, Mondadori,pagg.191-210






Usualmente, quando uno pensa a opere di John Dickson Carr in cui vi è anche il risvolto sovrannaturale, il riferimento è d’obbligo: The Burning Court (La Corte delle Streghe). Indubbiamente.Tuttavia pochi sanno, che questa, seppure la più lunga, non è l’unica opera di Carr in cui vi sia un qualche sconfinamento nella letteratura fantastica. Da questo punto di vista, Todorov, quando faceva riferimento al romanzo di Carr come uno dei capisaldi del Romanzo Poliziesco e nello stesso tempo esempio di sconfinamento nella Letteratura Fantastica, unico, assieme ad uno di Agatha Christie, altrettanto indubbiamente non diceva una cosa esatta. Il fatto è che, probabilmente, Todorov aveva sentito parlare solo di quel romanzo di Carr e non conosceva bene la mole dei racconti, che invece riservano sempre notevoli sorprese.
Ad es. quella del racconto di cui parliamo oggi, un altro dei capisaldi della produzione breve del Maestro, non però incentrata sulle gesta deduttive di Gideon Fell, quando dell’altro grande personaggio, Henry Merrivale.
Il segreto di Vicky Adams è in realtà conosciuto in Italia sotto altro titolo: La casa di Goblin Wood . Si tratta dello stesso racconto, ripubblicato però successivamente nell’Omnibus La nobile arte del delitto .Quattro casi per Sir Henry Merrivale, sempre nella traduzione di Tina Honsel ). Si tratta di uno dei più celebri casi di Camera Chiusa in assoluto di Sir Henry Merrivale, pervaso da un’atmosfera sinistra e da un’esplosione di malvagità allo stato puro.
Il racconto, per strano che possa essere è uno dei soli due racconti che Carr scrisse con il personaggio di Sir Henry Merrivale (l’altro è All in A Maze cioè The Man Who Explained Miracles). Del perchè Carr avesse pubblicato parecchi racconti con Gideon fell e solo due con Merrivale, non è dato sapere. Tuttavia i due racconti sono tra i suoi migliori. E tra i due, quello che trattiamo oggi, è, a detta di molti, il suo capolavoro assoluto.
Un’ auto è parcheggiata fuori il Senior Conservative’s Club. Dentro vi sono due persone: stanno aspettando che esca, in un pomeriggio afoso d’estate, Il Grande Vecchio, Sir Henry Merrivale.
Ecco che esce: indossa un completo di lino bianco, da cui esce un’enorme pancia, un grande panama fà ombra su un viso con un naso carnoso su cui sono appollaiate delle lenti cerchiate di tartaruga. Mentre sta scendendo le scale, dei due passeggeri dell’auto, una donna lo saluta: è la figlia di un suo conoscente. Sir Henry scende le scale, dirigendosi verso di loro, ma non si avvede di.. una buccia di banana. Cosa ci sta a fare lì ? L’hanno messa dei monellacci, in attesa di vedere qualcuno fare un capitombolo. Vuoi vedere che Il Grande Vecchio, risolutore di tanti enigmi, cadrà a gambe all’aria? Beh, è quello che accade. Per di più viene beccato proprio dai due tipi che lo stavano aspettando, mentre si massaggia il didietro. Al di là dell’imbarazzo, fatte le presentazioni, viene a sapere che i due sono Eve Drayton e il suo fidanzato, tale William Sage detto Bill. La ragazza dice di essere la cugina di tale Vicky Adams.
Sir Henry si ricorda di costei: una ragazzina viziata, di famiglia ricchissima, che ormai è diventata donna, al centro di una vicenda oscura capitata vent’anni prima: la ragazzina, era scomparsa dal letto in cui si trovava, nonostante la stanza fosse stata ritrovata con le imposte e la porta chiuse dall’interno, e quando ormai il padre la piangeva disperato, e la si cercava dappertutto, non riuscendo peraltro a capire come fosse svanita nel nulla, era stata ritrovata addormentata nel suo letto, nella stessa stanza da cui era scomparsa, con porte e finestre sbarrate. Ora la cugina, prospetta a Sir Henry la possibilità che si riesca a sapere veramernte cosa successe vent’anni prima. E lo invita, assieme a loro, ad un pic-nic cui parteciperà anche Vicky. Tuttavia non vuole per il momento dire cosa ci guadagni lei.
Sir Henry incontra, dopo che i due sono andati via, l’Ispettore Capo Masters con l’immancabile bombetta e gli chiede ragguagli sul caso; e così viene a sapere che quella era stata la casa, prima ancora che l’abitasse il padre di Vicky, di un grande criminale. Che ovviamente l’avrebbe potuta dotare di marchingegni atti a facilitargli la fuga qualora fosse stato in condizione di dover fuggire senza passare necessariamente dalla porta: in altre parole gli chiede se fossero stati trovati marchingegni o passaggi segreti. Risposta negativa.
Sir Henry si accomiata dall’amico..
L’indomani, Sir Henry Merrivale in compagnia dei due amici e di Vicky partecipa a questo pic-nic. Vicky si dà le arie di chi sia in possesso di poteri speciali e si vanta di riuscire a svanire anche questa volta. Dal passato Merrivale non riesce a cavare un ragno dal buco: del resto un reato vero non c’è stato e semmai, vi è stata simulazione di reato. Fatto sta che il pic-nic si materializza nello stesso posto dove la ragazza aveva abitato anni prima: una casetta nei pressi di un lago, su cui in inverno si pattinava, e nel quale in estate si pescava.
Vicky è infatuata di Bill che però è fidanzato con Eve.
Dopo che hanno allegramente pranzato, sparecchiato e riposto le masserizie nei cesti da picnic , accantonati in casa, Bill prende qualcosa e segue Vicky in casa che gli vuol far visitare la casa e vorrebbe che Bill le cercasse delle fragoline di bosco.
Passano i minuti, e i due non si fanno vivi. Dopo tre quarti d’ora circa, Eve decide di andare a vedere cosa sia successo ai due, pensando che Vicky staia cercando di adescare il fidanzato. Si sentono i suoi tacchi che battono sul pavimento, aprendo e chiudendo porte; poi riappare e dice di non aver trovato nessuno. In quel momento si sente la voce di Bill che non proviene dalla casa ma dal bosco: lo trovano tutto sporco e sudato, mentre sta cercando nel sottobosco delle fragoline. Dice che Vicky l’ha salutato precedentemente, chiudendosei la porta alle spalle.
Già, ma dov’è Vicky?
Vicky è scomparsa. Non è uscita dalla porta dicasa, altrimenti l’avrebbero vista Eve ed Henry Merrivale e non può essere uscita dalla porta che dà nel bosco, perchè Bill dice che Vicky l’ha chiusa alle sue spalle e l’ha salutato.
E in effetti la porta viene trovata chiusa dall’interno.
Dove è finita Vicky? Svanita nel nulla! Quello che aveva promesso, cioè di smaterializzarsi, è avvenuto.
La cercano in ogni dove, ma in casa non c’è: trovano solo un rubinetto che gocciola nella vasca da bagno e un pezzo di un foglio di plastica su cui quasi scivola Sir Henry.
C’è solo una stanza da controllare, dopo che è stato controllato tutto, persino i camini (lo testimoniano delle manate nere di Sir Henry sul suo candido panama): è la stanza da letto di Vicky, quella della sparizione di vent’anni prima. Merrivale la esamina, alla luce di un fiammifero, perchè la casa è abbandonata e non c’è luce, ma non trova nulla. Poi..il buio. E nel buio qualcuno parla. E’ la voce di Vicky che promette di farsi viva entro l’indomani. Accendono una lampada. Ma nella stanza stanno loro tre.
Poco dopo tutti e tre corrono via da quella casa e ritornano a casa. Sir henry ammette che in quell’occasione ha avuto paura.
Alle tre di notte qualcuno chiama Sir Henry: è Vicky che sfida Henry a trovare la soluzione. Dato che è stato svegliato, “Il Grande Vecchio” trova conveniente che anche qualcun altro si svegli, e così fa cadere dal letto il vecchio Masters, che tuttavia gli rivela come la ragazzina era riuscita a scappare dalla casa venti anni prima: l’ha saputo dal vecchio avvocato degli Adams. Merrivale non gli è da meno: aveva già, nell’ esame della casa dopo la sparizione di Vicky capito dove fosse il trucco, ma ha anche visto quello che ora gli rivela Masters: cioè che il padre della ragazzina, capito il trucco (l’intelaiatura di una finestra scorreva in un vano, dopo aver fatto scattare una molla) aveva fatto inchiodare il telaio della finestra con grossi chiodi le cui capocchie poi aveva verniciato con la stessa pittura dello stesso colore usata per dipingere il resto della finestra.
I due vanno a dormire, dopo che il Grande Vecchio ha invitato l’Ispettore a raggiungerlo a mezzogiorno al Senior Conservative’s Club.
L’indomani a quell’ora i due si incontrano. Masters gli dice che ha mandato ad ispezionare la casa il sovrintendente di Aylesbury, la località dove sorge il cottage, teatro della vicenda. Suona il telefono e il sovrintendente riferisce di aver ispezionato tutto, di aver visto persino nella credenza, per quanto impossibile fosse quel nascondiglio e di non aver trovato che stoviglie.
Il Grande Vecchio a questo punto, dopo aver ragionato, troverà la chiave della vicenda e scoprirà che non solo Vicky è scomparsa ma anche che è stata assassinata.
Da chi? Movente? Ma come hanno potuto assassinare la ragazza? E di chi era la voce al telefono? E perchè i tre erano scappati fuori dalla casa?
Tanti interrogativi in un racconto di poche pagine, in cui c’è tutto: atmosfera, malvagità, deduzione, il sovrannaturale, e due Camere Chiuse.
Ancora una volta, per creare una grande Camera Chiusa c’è bisogno di una messinscena, e c’è bisogno che qualcuno apra o chiuda qualcosa. In questo, il racconto è molto simile a Whistle Up The Devil di Derek Smith.
Il racconto è un must (nonostante per molti sia un capolavoro assoluto, non lo è secondo me e anche altri: per esempio Mauro Boncompagni mi ha detto che non gli è mai molto piaciuto. Non so perchè – non me l’ha detto – ma forse l’unica grande pecca di questo racconto è che i personaggi sono ridotti all’osso e quindi non ci vuole moltio per capire chi possa essere stato: se non è zuppa è pan bagnato, diceva mia nonna!!!) anche perchè Carr passa da momenti di ilarità pura ( il capitombolo sulla buccia di banana è un classico, ancor di più come Merrivale descriva la sua caduta; il panama immacolato con una manata nera, che diventano tre quando Merrivale si esaspera davanti alle domande, a lui rivolte, dei due, su dove possa essere finita Vicky; Merrivale che non può più dormire perchè l’hanno svegliato alle tre di notte e che ritiene opportuno che qualcun altro debba come lui rimanere sveglio, e quindi sveglia Masters) a momenti di paura pura (la voce di Vicky che sentono in una stanza in cui non possono esserci che loro tre).
Usciamo di qui! – gridò improvvisamente Eve. – Lo so che c’è un trucco! Vicky è una commediante. E adesso, andiamocene, per carità!”
Bill si schiarì la gola. “- Io sono d’accordo. In ogni caso, non avremo notizie di Vicky prima di domani mattina.” – “Oh, sì che le avrete” – sussurrò nell’oscurità la voce di Vicky. Eve lanciò un grido. Accesero una lampada. Ma nella stanza c’erano soltanto loro tre. La loro ritirata dal cottage, bisogna ammetterlo, non fu molto dignitosa. Meglio non descrivere come si precipitarono, nell’oscurità, attraverso il prato incolto, come ammassarono nella macchina i cestelli da picnic e come riuscirono a trovarsi, poco dopo, sulla carrozzabile. Da allora, Sir Henry Merrivale si limita a sogghignare al ricordo di quell’episodio- – “Ho avuto un po’ di stupida paura, ecco tutto” (pag 204).
Ma perchè scappano dalla casa e Merrivale ammette a posteriori, di essersi spaventato in quell’occasione? E’ questa la domanda alla quale nessuno secondo me sinora ha risposto.
Una cosa è lo sconcerto e altra è la paura: lo sconcerto è lo sgomento davanti a qualcosa che non rientra nel proprio modo di pensare; la paura è però ben altro: è lo stato emozionale di chi è atterrito da qualcosa. E da cosa può essere atterrito Merrivale?
Non disquisisco sul perchè Eve e Bill corrano fuori: se sono complici nella sparizione di Eve, possono avere interesse a non rimanere in casa e ad andare via, prima che Merrivale affronti razionalmente il problema della sparizione e metta assieme i pochissimi indizi. Ma invece disquisisco sulla paura di Merrivale, un uomo di molta esperienza, addirittura Capo del Controspionaggio Militare, uno che ne ha viste di tutti i colori, che scappa addirittura rischiando di inciampare nel prato incolto: perchè scappa in preda alla paura? Perchè non riesce razionalmente a capire il problema, perchè la sua razionalità si arrende per un momento dinanzi alla pura irrazionalità. Che si manifesta dalla voce di una persona che in quella stanza non c’è.
Cosa voglio dire? Che Merrivale, che altre volte si è trovato dinanzi a fatti che apparentemente si prestavano ad essere interpretati come manifestazioni sovrannaturali ma non lo erano, e che non è mai corso in preda alla paura, questa volta l’ha fatto. Cosa allora c’è di diverso questa volta dalle altre? Che Merrivale per un attimo si è trovato di fronte a qualcosa che lui aveva sempre rigettato, alla presenza di uno spirito vero. Merrivale, uomo di poca fede, se non completamente agnostico, che non ha mai creduto a parole a qualcosa che vada al di là della natura, si arrende e si comporta come ogni persona che assiste ad una manifestazione spiritica senza esservi preparato.
Tuttavia, e questo è il punto focale, se è lo spirito di Vicky che parla, significa che Vicky non è più in vita. E quella assicurazione che le notizie riguardanti di Vicky le avranno prima del giorno successivo, può spiegarsi col fatto che per lo spirito non esiste il passato il presente o il futuro: esso sa come le cose si svolgeranno, sa che Merrivale risolverà il problema.
La risposta è che nel momento in cui accade, almeno inconsciamente Merrivale ha paura di qualcosa che razionalmente lui non riesce a comprendere: lì, di sera, in un cottage abbandonato, senza luce, in un bosco, di quattro persone una è scomparsa nel nulla. Tuttavia l’elemento incomprensibile qui non è legato al buio ma alla luce di una lampada: in questo è il vero virtuosismo di Carr: aver creato un momento di tensione non legandolo all’assenza di luce ma alla sua presenza. Infatti è alla luce di una lampada, che non rischiara tutto come avrebbe fatto la luce elettrica, ma solo ciò che è immediatamente vicino al gruppo, che l’elemento tensione si manifesta. Ma perchè scappano, presi dalla paura? Perchè? Evidentemente perchè la voce che essi sentono e che identificano come quella di Vicky, proviene da un’altra presenza, che non è materiale ma immateriale: in altre parole, uno spirito senza pace. Ecco l’elemento sovrannaturale presente in questo racconto che lo rende unico. E se c’è uno spirito senza pace, è evidente che il corpo di origine è morto.
E nel momento in cui almeno inconsciamente si ritiene che Vicky sia morta, e il suo corpo non si trova (come sarebbe accaduto se avesse avuto un incidente), è evidente che qualcuno l’abbia uccisa e abbia occultato il suo cadavere. E allora, almeno inconsciamente, Merrivale già contempla che qualcosa di terribile può esser accaduto a Vicky. Ora successivamente, una voce, che lui attribuisce a Vicky lo chiama al telefono. Posto che il tono di questa sia diverso da quello di uno spirito senza pace, è evidente che Merrivale pensi ad un tentativo di contraffazione della voce. Perchè c’è questa seconda conversazione con la Vicky presunta? “Bisognava farmi sentire la voce della ragazza scomparsa, per convincermi che era ancora viva”, dice più tardi Merrivale a Masters. E perchè mai dico io sarebbe stato necessario convincere Merrivale che la ragazza fosse ancora viva, se Il Grande vecchio avesse creduto alla sparizione volontaria? Perchè probabilmente pensavano che egli nutrisse già il sospetto o la certezza che Vicky fosse morta.
Quando Merrivale spiega a Masters come le cose siano andate, spiega anche di chi potesse essere quella voce. Tuttavia qui noto che la spiegazione che viene data, cioè che al buio una voce contraffatta può essere ritenuta quella vera e non si abbia la certezza da dove sia venuta, non è, al pari della spiegazione del delitto, una spiegazione del tutto esauriente. In altre parole, secondo me, Merrivale (cioè Carr) lascia aperta una porta: quella secondo cui quella voce potesse appartenere effettivamente a Vicky, allo spirito di Vicky, che prometteva che entro il giorno dopo avrebbero avuto sue notizie. Il che effettivamente avviene, scoprendo Merrivale chi abbia ucciso Vicky e come.
Faccio notare che anche in The Burning Court viene data una spiegazione razionale dell’elemento impossibile, esistendo al pari anche una spiegazione irrazionale del fenomeno.
Quello che secondo me esiste anche in questo racconto.