venerdì 19 maggio 2017

Hake Talbot - Dall'altra parte (The Other Side, postumo 1990) - senza trad. in Delitti Impossibili 1, Garden Editoriale, 1993; trad. Dario Pratesi in Delitti Impossibili, I Bassotti, Polillo, 2012



Quella raccolta di racconti di Adey pubblicata da Garden, "The Art of Impossible", ebbe il compito di far conoscere dei racconti mai pubblicati prima. E se si tien conto che soprattutto Garden non si può dire sia mai stata una diretta concorrente di Mondadori (qual è ora per es. Polillo per quanto attiene al Mystery), la cosa riempie ancor più di meraviglia.
Fatto sta che il primo volumetto dei tre, conteneva tra gli altri, un pezzo eccellente, un racconto che per molti anni è stato unico in Italia, “Dall’altra parte”, di Hake Talbot. Poi, nel 2012, proprio Polillo, si è ricordato di questo splendido racconto e l’ha inserito nella sua strenna natalizia, Delitti Impossibili, con altra traduzione. Tanto più che di Hake Talbot, c’è veramente poco in giro: i suoi due romanzi, Rim of the Pit e The Hangman's Handyman  (entrambi tradotti da Mondadori) e solo due racconti, The High House e The Other Side. In realtà, Henning Nelms, questo il vero nominativo di Hake Talbot, di racconti ne scrisse molti, ma al momento risultano dispersi, come pure scrisse addirittura un terzo romanzo,The Affair of the Half-Witness, che in seguito, siccome non trovava chi volesse pubblicarlo,non si sa se sia stato distrutto oppure se sia semplicemente ancora dimenticato (magari in qualche soffitta della città di Arlington, dove egli visse).
Anticipo che del racconto darò la soluzione perché data la brevità di esso, per potermi addentrare in certe sue caratteristiche, non posso fare altrimenti. Per cui, chi non l’abbia letto ancora, se lo procuri e poi, solo dopo, legga questa analisi.
I personaggi sono quelli già visti in The Rim of the Pit, cioè il giocatore Rogan Kincaid, e l’illusionista Svetozar Vok.
Questa volta sono impegnati a smascherare il capo di una setta, tale Ergon, ungherese , che ha acquisito un notevole potere su   Imogene Lathrop, tutrice della sedicenne, e quindi ancora minorenne, Daphne Lathrop, figlia di un fratello di Imogene, prematuramente deceduto e grazie a questa influenza, sta tentando di acquisire a sua volta la tutela sulla ragazza, per poterne amministrare l’ingente fortuna. Tuttavia, al suo piano si oppongono i due fratelli di Imogene, il Colonnello Boyd Lathrop molto alto e secco, e il maggiore dei due, e il Maggiore Clifford Lathrop, più grasso, basso e il minore dei due. Il maggiore dei due, Boyd, ha incontrato per caso Kincaid, che ha già conosciuto nel passato, e a lui chiede aiuto per smascherare Ergon. Così lo conduce a casa sua, e qui Kincaid fa anche la conoscenza di Ergon, giacchè questi abita nell’appartamento adiacente a quello dei due fratelli e della ragazza. Proprio davanti a Kincaid ha luogo l’ennesimo scontro tra Ergon e i due fratelli: Ergon vuole restare solo coi due, poi c’è uno scontro tra di loro, a cui dopo  seguirà il pronunciamento di un’ oscura minaccia, che in sostanza è una maledizione mortale, nei confronti di Boyd reo di avere sfidato colui che è protetto da potenze dell’Oltretomba.
Mentre l’atmosfera è surriscaldata, e Boyd è turbato dalla minaccia di morte indirizzatagli dal santone, accade l’irreparabile: con la scusa di andare nel salotto, laddove c’è il camino e una collezione di armi da tiro, di cui i due sono fanatici, a provare una pistola, accade che Boyd sembra che abbia rivolto una contro se stesso, giacchè un secondo dopo che è uscito dalla stanza dov’è il fratello e Kincaid, si sente lo sparo e Roger appena varcata la soglia della stanza, vede cadere a terra  Boyd Lathrop, ferito mortalmente da un proiettile, sopra l’occhio destro.
Nella stanza non c’è nessuno, le finestre sono chiuse dall’interno, e non c’è altra apertura, tranne quella attraverso la quale è passato Kincaid attirato dallo sparo; e il fatto che sia arrivato appena in tempo per vedere il corpo senza vita di Boyd accasciarsi a terra, significa che nessun altro ha avuto la possibilità di uccidere il colonnello e uscire da lì senza non dover volatilizzarsi per forza.
La pistola viene trovata sotto un divano. Viene lasciata lì in attesa che arrivi la polizia scientifica e il tenente Nichols, conoscente di Kincaid. Quando viene esaminata, si trovano solo le impronte del colonnello, e risulta che è proprio quella l’arma usata per uccidere.
A questo punto parrebbe che solo l’ipotesi del suicidio stia in piedi: la pistola l’ha maneggiata solo lui, è la pistola che ha sparato, nella stanza non c’era nessun altro, l’uscio era solo quello attraverso cui era passato lui e poi Kincaid, e le finestre erano sbarrate. Insomma…
Ma il fretello della vittima non si rassegna: non c’era alcun motivo che suo fratello potesse suicidarsi; e poi perché? Piuttosto…può darsi che sia stato indotto ad uccidersi. E come? Mediante la cantilena che tutti hanno sentito pronunciare dal Santone, pochi minuti prima della tragedia. Poi si pensa che l’induzione sia stata possibile attraverso un’altra forma di istigazione all’omicidio: l’ipnotizzazione.
Insomma Kincaid a questo punto chiama in causa il suo amico Svetozar Vok perché lo aiuti a scoprire come abbia fatto Ergon a uccidere il colonnello senza lasciare traccia di sé.
Vok arriva ed elabora un piano per prendere di sorpresa l’ungherese. Lui è ceco ma l’idioma ungherese lo conosce: cercherà di costringerlo a tradirsi.  Cosa che accade. Il successivo tentativo di uccidere Vok sarà la prova della sua colpevolezza.
Diciamo subito che la Camera Chiusa è veramente tale: qui non c’è qualcuno che aiuti il santone come accade altre volte, né vi sono trucchi a riguardo del tempo spostato avanti o indietro, e del resto non potrebbe essere perché Kincaid quando sullo slancio entra nella stanza da dove ha sentito lo sparo, non vede la pistola fumante (in quel caso vari potrebbero essere i trucchi per far accadere ciò) ma il corpo che cade fulminato: quindi non v’è tempo per imbastire un trucco, semmai se ve ne sia uno (e c’è), esso è stato già messo in pratica. Semmai vi è stata prima dell’uccisione una messinscena, che non è connessa direttamente all’uccisione ma invece ha un compito diversivo: far pensare che ci sia stato un suicidio o comunque che Ergon tramite una maledizione o intimazione ipnotica lanciata dall’appartamento adiacente Lerd ferbeh maghaad, “ti farai saltare le cervella”, sia riuscito a far sì che il colonnello si uccidesse.
In realtà il trucco è stato un altro e in questo è il tocco di genio di Talbot: siccome i due appartamenti, quello occupato dai fratelli Lathrop e quello del mago ungherese sono identici e adiacenti e hanno anche i medesimi accessori, cioè un caminetto per lato, col lato in comune e la canna fumaria pure in comune, potrebbe essere stato esso la porta per entrare nell’altro appartamento, per esempio una porta segreta nella muratura interna del camino (come per es. in Indiana Jones e l’ultima crociata). Invece il caminetto non c’entra nulla, e del resto, essendoci stato del fuoco e cenere, se qualcuno fosse passato, non essendoci stato il tempo materiale per pulire – sparo, morte, entrata in scena di Kincaid – sarebbe rimasta la traccia di polvere sul pavimento. No. Il trucco è un altro, più geniale: a lato del caminetto, in ambedue gli appartamenti, vi sono dei portalampade fissati nel medesimo punto: lasciando un foro nel muro per lato, in sostanza, essendo le pareti divisorie tra i due appartamenti sottili, tanto che si sente la maledizione lanciata da Ergon, è bastato sfondare quel poco di muratura, per avere un foro comunicante: attraverso questo è stata introdotta la canna della pistola, e quando l’alto colonnello si è chinato per esercitarsi con una pistola contenuta nella cassetta vicino al caminetto, è stato centrato alla fronte da un colpo di pistola sparato quasi a bruciapelo.
Detto così il racconto sarebbe un must. Tuttavia a me non pare. Mi spiego.
Quando analizzai The Rim of the Pit, ebbi a dire : “non riesce, al pari di Carr, cui si richiama, a fornire una spiegazione chiara ed accettabile dei delitti, che invece rimane farraginosa ed irrisolta, a testimoniare che non sempre, arrampicandosi sugli specchi, si riesca poi a scalarli. Insomma quello che in ambiente molto più specialistico del mio, altri affermano : The actual impossible murders (there are two) are well set up but less convincingly resolved, though they’re certainly original. In my opinion it’s very good, but not great..

http://camerechiuse.blogspot.it/2015/12/hake-talbot-lorlo-dellabisso-rim-of-pit.html

L’ho detto in quell’occasione, lo ribadisco in questa: Talbot è grande nella messinscena, crea un grande trucco ed è abile anche nel tentare un’azione diversiva facendo credere al suicidio, e in questo caso riesce anche a creare un’atmosfera tangibile tale che fino a poco prima della fine, veramente si pensi ancvhe allo scontro tra due entità psichicamente forti: Vok ed Ergon. Quando Vok, assieme a Kincaid e tre poliziotti tra cui Nichols, entra nell’appartamento di Ergon, e lì psichicamente i due, il ceco e l’ungherese si affrontano, la scena è fortemente caratterizzante e il lettore tiene il fiato sospeso e fino all’ultimo pensa finanche che Ergon sia stato a sua volta ipnotizzato da Vok e costretto ad autoaccusarsi. Però il racconto è debole proprio sul fronte della risoluzione del problema: in altre parole Talbot, una volta ideato il plot e creati un trucco spettacolare che spieghi l’arcano, poi non riesce a trarne tutto il vantaggio che vorrebbe perché è deficitario in qualche parte.   
I difetti del plot io li individuo in :
nella sostituzione della pistola: si è detto che è stata trovata una pistola sotto al bordo del divano. Come ci sia finita, verrà esemplificato nella spiegazione finale: Ergon si è impossessato di due pistole, e nel momento in cui è apparso per la prima volta dinanzi a Kincaid e ha chiesto  di rimanere solo, portando nelle ampie maniche del saio che indossa una pistola, è riuscita a farla cadere vicino al divano. Ora, far cadere qualcosa rimanendo in piedi, si può anche fare (non si accenna a tappeti in grado di attutire il rumore) sperando che non si produca alcun rumore in grado di richiamare l’attenzione o magari producendo un rumore pari per distogliere l’attenzione. Ma poi è stato necessario – per forza – sostituire questa pistola, usata già e con le impronte dei due fratelli, con l’altra, quella che ha sparato. E come ha fatto Ergon? Di questa seconda entrata in scena, non ne viene data alcuna esemplificazione
disattenzione del Maggiore Boyd : è possibile che dopo la morte del fratello, il Maggiore non abbia controllato le armi di cui lui e il fratello si servivano e non abbia osservato che dalla cassetta mancava un’altra pistola? Inverosimile
ma soprattutto il foro nel muro : perché la morte sia stata possibile, era necessario non solo che Ergon togliesse il supporto del portalampade dal suo appartamento, ma anche quello dell’appartamento adiacente, altrimenti il colpo di pistola avrebbe fatto saltare in aria il portalampade dell’appartamento dei due fratelli e non il cervello di Boyd Lathrop. Ma allora, si dovrebbe automaticamente supporre che il supporto dalla stanza dei due fosse stato preventivamente asportato per rendere esecutivo l’assassinio. In questo caso, ci si dovrebbe chiedere per quale motivo i due fratelli non si siano accorti del portalampade asportato dal muro del proprio appartamento. Ma anche posto che il portalampade fosse al suo posto nel muro, mascherando il foro e che solo un momento prima dell’omicidio Ergon lo abbia spinto dall’altra parte facendolo cadere e liberando il foro, come mai sarebbe riuscito a rimascherare il foro dopo lo sparo? E’ questo il punto. Perché dopo la morte di Boyd Lathrop, pur riconoscendo in altra parte del libro la sottile psicologia deduttiva di Kincaid che riesce a vedere e spiegare ciò che altri non vedono e non spiegano, nel momento in cui è entrato nella stanza e ha visto cadere fulminato il povero Lathrop, non ha visto nessun foro nel muro; e del resto un momento dopo è arrivato nella stanza Clifford, e neanche lui si è accorto di un foro nel muro e dell’assenza di un supporto per lampada? Del resto, vi è anche una conseguenza diretta di ciò nello scontro finale tra Vok ed Ergon: quale fine avrebbe avuto uno scontro tra Vok ed Ergon se il metodo di uccidere senza entrare nell’appartamento fosse stato già chiaro prima?
Infine vi è il succitato  scontro psichico tra Vok ed Ergon:
quello che non si capisce è cosa sia questo scontro psichico e che fine abbia, se il fine non è ipnotizzare. Teoricamente Vok si scontra psichicamente con Ergon per avere delle prove, che altrimenti sarebbero futili: ma che prove sono se a parlare, cioè a confessare non è Ergon ma Vok che spiega cosa ha fatto Ergon? Per di più Vok dice che Kincaid aveva capito già tutto, ma serviva una rappresentazione per indurre una personalità tanto forte, capace di soggiogare, ad essere soggiogata. Però anche questa asserzione è difettosa: come ha fatto Kincaid a capire tutto, se entrano nell’appartamento di Ergon immediatamente prima dello scontro psichico, e solo allora si accorgono che i due appartamenti sono speculari e arredati con gli stessi accessori, eccezion fatta per il mobilio che non c’è tranne una rozza stuoia sul pavimento?
Ecco perché dico che al pari di The Rim of the Pit, anche questo racconto non risolve tutto quello che viene inserito: questo è il grosso limite di Talbot, che non riesce a tener conto di tutto quello pensa. E’ come se scrivesse di getto le sue opere, senza tener conto delle aspettative che tutto quello che aveva scritto avrebbe generato. Pecca ina altre parole di troppa fantasia non mitigata dalla razionalità: come non chiedersi conto del foro nel muro? E come non pensare che Kincaid che si spaccia per un cervello fine, proprio in occasione della scoperta del cadavere, non lo rilevi e neanche il fratello rimasto se ne accorga? E’ del tutto inverosimile.
Anche se devo riconoscere che in se per se la trovata di sparare attraverso un foro nel muro mascherato da due appliques è geniale:  tuttavia è in un certo modo una variazione della soluzione di una celebre Camera Chiusa di Carr, The Judas Window , a sua volta variata molti anni dopo Randal Garrett in Too Many Magicians.  Talbot è chiaramente debitore a Carr: crea delle grandi atmosfere, e qui l’atmosfera francamente è la cosa migliore; e crea delle grandi camere, e anche in questo è debitore di Carr: però mentre Carr spiega tutto, e tutto ha una spiegazione razionale, Talbot non riesce a spiegare tutto quello che immette.  Non ha neanche molti sospettabili, come pure nei racconti di Carr: solo che lì per spiegare l’arcano ci vogliono veramente i fiocchi e i controfiocchi. E non si apparenta neanche all’ Howdunnit francese che si basa solo sulla Camera Chiusa e in cui il colpevole è facile pensare chi sia, ma difficile da provare perché lì egli viene individuato solo sulla base della risoluzione della Camera Chiusa su cui si basa tutto lo scritto, che è di per sé quasi sempre un problema spaccacervelli: qui il colpevole si sa chi sia, ma non si prova fino alla soluzione finale, solo che essa latita in chiarezza in alcuni punti, che in pratica non vengono risolti.
Pietro De Palma

lunedì 8 maggio 2017

Bill Pronzini : Prova di colpevolezza (Proof of Guilt, 1973) in Delitti Impossibili vol.1 (di tre volumi), da "The Art of Impossible" (anche intitolato come Murder Impossible: An Extravaganza of Miraculous Murders Fantastic Felonies & Incredible Criminals) di Jack Adrian e Robert Adey, 1990 - Garden Editoriale, 1993



Non andavo al centro di Bari, a vedere negozi e piluccare libri e dischi da almeno due mesi: problemi di sciatalgia che mi hanno afflitto quest’inverno. Ero già passato da Feltrinelli dove avevo già acquistato gli ultimi due volumi de I Bassotti di Polillo, quando sono passato davanti al negozietto di una mia conoscente che vende libri e dischi di seconda mano: qualche volta trovo anche qualche cosa buona. In passato avevo trovato delle chicche, è vero, ma nulla come ieri: sei tra raccolte Ellery Queen presenta, Oscar del giallo che non avevo, e..udite udite, il n.1 della raccolta Delitti Impossibili della Garden. I  nn. 2 e 3 già li avevo e con quello trovato ieri, finalmente completo la mitica raccolta di Bob Adey di Delitti Impossibili ( The Art of Impossible) , che la Garden si aggiudicò molti anni fa.
Dei racconti presenti, per il momento parlerò solo di Proof of Guilt, di Bill Pronzini, una Camera Chiusa veramente originale e brillante con un finale…senza parole, pubblicata su EQMM del giugno 1973, rimandando al futuro l'analisi di altri.
Narra la storia, in prima persona, un agente di polizia: parla di come tempo prima, mentre era in Centrale assieme al suo compagno Jack Sherrard, era arrivata la telefonata di un certo Charles Heam, segretario dell’ avvocato Adam Chillingham, che chiedeva aiuto: aveva intrappolato nella stanza del suo principale, anche il  suo assassino, chiudendolo a chiave dall’esterno.
I due precipitatisi a casa, trovano effettivamente, nella stanza chiusa a chiave dall’esterno da Charles, il corpo senza vita dell’avvocato, sparato al collo da un proiettile di piccolo calibro (22 o 25). Interrogato l’uomo,  George Dillon, imperturbabile, seduto su una poltroncina, che non fa il minimo sforzo per sottrarsi ai due, ed è anzi contento che sia arrivata la polizia, egli professa la sua innocenza: afferma che mentre era seduto alla scrivania a discutere di affari comuni, era stato colpito al collo da un proiettile, allorchè egli aveva aperto la finestra, visto che faceva molto caldo. Le parole però non trovano facile accoglimento perché mancano tutte le possibilità affinchè esse possano essere provate: in base ad esse Chillingham sarebbe stato ucciso da un proiettile sparato evidentemente dall’esterno; eppure la finestra è a picco, essendo in grattacielo e mancando balconi o altro; dal più vicino palazzo vi sono almeno cento metri d’aria; non vi sono altre finestre vicino a quella incriminata, tanto più che quella stanza ha una finestra e la porta, e il palazzo più vicino, a cento metri di distanza, è pure parecchio più spostato sulla destra, per cui il proiettile per indovinare la finestra e il collo della vittima avrebbe dovuto seguire una traiettoria con un angolo molto acuto; infine, un proiettile di calibro piccolo, 22 o 25, non avrebbe avuto la forza necessaria per poter arrivare a bersaglio dopo cento metri.
E’ evidente quindi che Dillon sia il sospettato N°1; tanto più che il segretario dell’avvocato afferma di aver sentito prima che scoprisse il corpo, un colpo molto attutito. Il bello tuttavia è che non si trova, in quella stanza, né una pistola, né tantomeno un silenziatore. E senza pistola, nessuna giuria condannerebbe Dillon, anche se è incontrovertibile che solo lui può averlo ucciso.
Viene perquisita la stanza: nulla. Tolte le suppellettili si tastano i muri, si scruta il pavimento: nulla. Si pensa allora che l’arma possa essere stata buttata: ma già certamente, sarà proprio così. Perché nessuno ci ha pensato? L’assassino si è affacciato e ha buttato la pistola. Già, ma la pistola la non si trova giù né allargando il raggio d’azione. Risultato? Non  è stata buttata nessuna pistola, e del resto sul prato sottostante un segno ci sarebbe se una pistola fosse stata lasciata cadere sedici piani sopra! E non c’è neanche alcun posto sulla superficie liscia verticale del grattacielo, vicino alla finestra, sopra o sotto, in cui nascondere la pistola. A meno che ce ne fosse una, ovviamente. Ma se il proiettile c’è, ci dovrebbe essere anche un bossolo, e per di più una pistola! Solo che né bossolo né pistola si trovano.
Dillon viene condotto in una stanza ed interrogato. Risponde pazientemente a tutte le domande e ripete sempre la stessa cosa: che l’avvocato aveva aperto la finestra per fare entrare aria e un attimo dopo era stramazzato a terra colpito dalla pallottola, e che non si era sentita alcuna detonazione. Questo particolare era l’unica cosa in contrasto col racconto del segretario, che ricordava di aver sentito una detonazione seppure attutita, mentre lui la negava. Per il resto…
Chi era Dillon? Quali motivi lo avevano portato in quello studio legale?
Dillon raccontò la sua storia. Suo padre era molto ricco, ma con lui i rapporti erano stati sempre pessimi. Parecchi anni prima, non riuscendo a sopportare il padre, aveva cominciato a viaggiare, e in giro per il mondo aveva svolto innumerevoli attività. Il padre dal canto suo lo aveva minacciato che se non si fosse ravveduto, lo avrebbe escluso dall’eredità, ripartendola in somme da devolvere ad istituzioni di beneficenza. Detto? Fatto. Ma a lui dei soldi del padre non interessava un fico, e che fossero state devolute ad istituzioni di beneficenza poteva anche andare bene. A patto però che lo fossero state. In realtà trecentoquarantamila dollari non erano andati a finire all’Associazione per la Ricerca Medica, per la semplice ragione che questa associazione non esisteva: Chillingham in sostanza, essendo esecutore testamentario e legale del padre, si era impadronito di quei soldi indebitamente. E ora lui, Dillon, avendolo scoperto, aveva contattato Chillingham per mettere le cose in chiaro.
A questo punto è chiaro che Chillinghanm aveva pure il movente: e che movente! E lo ha rivelato placidamente: quindi, a meno che non sia proprio lui, deve sentirsi in una botte di ferro.  Perché una cosa è certa: senza pistola, né bossolo, nessuna giuria lo incriminerebbe mai.
I due si convincono che nel passato di Dillon forse c’è la chiave per decriptare il presente e passano al setaccio il suo passato e i suoi vari lavori, riuscendo a trovare un buco di quattro anni, durante i quali Dillon deve pure essere andato da qualche parte ed aver svolto un’attività ma su questo lui non si sbottona: è l’unica cosa di cui è reticente e non si riesce a fargli dire cosa fosse.
Tuttavia la polizia spera che alla lunga possa tradirsi e così lo arrestando e lo sottopongono a detenzione, sottoponendolo a lunghi interrogatori sperando che si tradisca, ma quello proprio non si tradisce. E alla fine la polizia, benchè riluttante, è costretta a rilasciarlo e ad archiviare il caso. Tuttavia prima che ciò fosse deciso, i due agenti incaricati dell’indagine, avevano fatto delle foto al sospettato e le avevano mandate negli angoli più remoti degli States, convinti che forse qualcuno avrebbe riconosciuto George Dillon e così loro avrebbero avuto la situazione del tutto chiara.
Alcuni mesi dopo arriva una notizia, quando ormai il caso è chiuso: un agente ha spedito loro un poster, perché qualcuno ha riconosciuto nella foto di Dillon il volto di qualcuno che aveva visto un giorno. E dopo aver visto il poster. Il poster di un fenomeno da baraccone, i due poliziotti capiscono come Dillon abbia ucciso Chillingham e come abbia fatto sparire l’arma. Solo che è troppo tardi.
Dico solo che il finale è veramente sensazionale: la rivelazione arriva all’ultima parola del racconto, come in ogni capolavoro che si rispetti. E la rivelazione è davvero stupefacente: mette alla prova qualunque studioso di Camere Chiuse, perché Pronzini ha ideato veramente qualcosa di unico.
Però una cosa bisogna dirla: il bossolo non c’è mai stato. 
Conclusione.. 
No, non lo posso dire, altrimenti l’arcano è rotto.
Inoltre, per quale ragione il segretario aveva sentito una detonazione attutita e la segretaria no?
Neanche un silenziatore c’era. E soprattutto…la pallottola, estratta dal collo della vittima, non era rigata. Significa che  l’arma è una…
Il racconto è teso,  essenziale; la scrittura è senza fronzoli, semplice, lineare. Illustra un problema, unico nel suo genere, parto di una mente fantasiosa, la cui soluzione è davvero unica, anche se ha un unico neo: la polizia non fa nessun tentativo per appurare se lui abbia sparato, come dice di aver fatto il segretario mentre lui nega, utilizzando la prova del guanto di paraffina. Strano! 
Tuttavia Pronzini, dimostra di avere dei punti in comune coi grandi del passato, in passato con Carr. Non a caso qual’era il massimo in Carr? Una cosa che svaniva nell’aria, in una stanza perfettamente chiusa: poteva essere l’assassino, come l’arma, una pietra preziosa o anche un testamento. Ora in Pronzini è proprio questo l’elemento in comune : l’elemento che sparisce, “Vanishing into the air”. In molti altri racconti sparisce un oggetto: The Terrarium Principle" (1981), "Booktaker" (1982), "Ace in the Hole" (1986) e "Cache and Carry" (1988); in altri spariscono esseri umani: Vanishing Act" (1975), "The Arrowmont Prison Mystery" (1976), "Dead Man's Slough" (1980), "No Room at the Inn" (1988), "Devil's Brew" (2006). Pur non volendo rivelare la soluzione, ora, e aspettando piuttosto che ci provino i lettori, ovviamente non barando, devo dire che io prima di leggerla, avevo pensato a qualcosa tipo l’escamotage di uno 007 di Fleming: The Man with the Golden Gun ( la pistola che Scaramanga usa, formata da un accendino, una penna, un astuccio di sigarette e un gemello ); avevo pensato al contrario, cioè ad una pistola capace di essere montata e smontata. Ora anche se quest’idea non è stata poi confermata, non era però tanto lontana dalla soluzione, perché Dillon in sostanza, compiendo una determinata azione, smonta l’arma che poi sparisce. Quindi in sostanza Pronzini ricorre ad una zipgun.
Come una zipgun possa sparire prodigiosamente, poi è la caratteristica di questo racconto. A ben vedere però il trucco è stato usato molte volte anche nella realtà, solo che il mezzo atto a smontare è assolutamente unico.
Da leggere.

P.De Palma

giovedì 4 maggio 2017

Alan Green: Dramma sull'isola (What a Body!, 1949) - I Giali del Secolo n.55, Casini, 1953



Per chi come me ha problemi di dieta, le palestre e un regime salutistico sono da sempre uno spauracchio: si vorrebbe avere sin dalla nascita un fisico tale che qualche pizza in più non significhi per forza un peso maggiore, un metabolismo efficiente e accelerato così da smaltire il grasso in eccesso, però poi immancabilmente si ricade nel richiamo della gola. Un romanzo pertanto in cui si parli di un’isola in cui si pratichi un regime salutistico e di dieta per rientrare nel peso e in cui proprio il fondatore di tale oasi venga ucciso, beh non poteva passare inosservato. Tanto più che è una Camera Chiusa!
L’autore?  Alan Green.  Nato nel 1906 e morto nel 1975, fu uno scrittore e  pubblicitario americano. Scrisse solo sette romanzi e una novella con cui cominciò una breve ma significativa carriera: Beauty on the Beat, 1932, novella; Death on the Limited, 1933 (pseudonimo Roger Denbie); Murder to Music, 1934 (pseudonimo Glen Burn); How To Do Practically Anything, 1943 (pseudonimo Alan Jack); What a Body!, 1949; They Died Laughling, 1952; Mother of Her Country, 1954. Proprio con What a Body! vinse nel 1950 l’Edgar per il miglior primo romanzo.
Roland Lacourbe inserì What a Body! nella sua lista delle 99 Camere.
Il romanzo si svolge su un’isola dove il guru delle diete e dell’esercizio fisico ad oltranza, Merlin Broadstone ha posto il suo quartiere generale in un villaggio con albergo, piscina, teatro e solarium, e dove whisky e fumo sono banditi. Tutti vengono da ogni remoto angolo degli States proprio in quest’isola, per ritrovare la forma perduta, per liberarsi dei chili in eccesso, per scolpire un fisico perfetto. Merlin vi abita con la sua famiglia, che egli domina con la sua indiscussa personalità e coi suoi soldi; e siccome non tutti vivono felici, ma ognuno vorrebbe una vita diversa da quella che conduce lì (chi come Carl vorrebbe sposare la cameriera Nancy; chi come Joanna non sa decidersi tra i due politici opposti, uno repubblicano e l’altro democratico; chi come Sandra, vorrebbe avere dei soldi e rifiutare la propria parte dell’eredità, pur di continuare a studiare ballo e vivere lontano da lì), finisce che  moventi per cui Merlin lo si vorrebbe defunto, così da assicurare una liquidità inaspettata ai suoi parenti, ve ne sono a bizzeffe. Tanto più ora che Merlin vorrebbe addirittura aprire una clinica, e impiegare tutti i soldi che ha.
Insomma per farla breve, un tale giorno, Merlini invece di scendere per la prima colazione alle sette, non si fa vivo. Per cui messi in allarme i suoi parenti, si trova la sua camera da letto chiusa dall’interno e nessuna risposta di Merlin alle grida. Quando si riesce ad aprire la porta con un passepartout, lo si trova morto con una ferita a livello della schiena: il proiettile ha raggiunto il cuore. Essendo egli un colosso, è evidente che per aver raggiunto il cuore passando dal basso schiena, chi gli ha sparato, l’ha fatto dal basso.
Viene inviato sul posto il tenente John Hugo, poliziotto di doti certamente non brillanti, tanto più che egli sembra un po’ l’anti-detective per eccellenza: appena arrivato, senza neanche passare in rassegna le varie deposizioni, si va a prendere una cotta per una delle indiziate maggiori, Sandra Lockhart figlia di Martha (sorella di Merlin) e quindi nipote di Merlin, e ne fa la sua assistente in certo senso, tradendo quindi ogni elementare cautela. Per di più è assai maldestro nelle indagini.
Certo è da dire che l’indagine non è facile: vi sono infatti oltre a Sandra, tutti gli altri eredi da vagliare e tutti, chi più chi meno, avevano motivi per uccidere Merlin, che non era certo molto amato; in più vi sarebbero gli eredi indiretti: Arthur Hutch marito di Hester Hutch, sorella di Merlin; Nancy, la cameriera che Carl ha promesso di sposare (dopo averne fatto la propria amante); Daniel Joyce, il legale di Merlin, che oltre che avere rancore nei confronti di Merlin per un affare andato a male, dovrebbe esserne esecutore testamentario e in quel caso intascare una bella parcella; e infine Ned Dumbrow, senatore repubblicano che fa la corte a Joanna, che è stato anche lui come Joyce truffato per una speculazione immobiliare andata male, ispirata indirettamente da Merlin. Insomma di possibili assassini ve ne sono a bizzeffe.
La vicenda è per di più ingarbugliata in ragione della stessa dinamica dell’omicidio: essendo stato colpito dal basso verso l’alto, si presupporrebbe che l’assassino avesse colpito Merlin stando per lo meno accovacciato se non in ginocchio o sdraiato. Ma comunque a turbare ancor più la dinamica vi sono due fatti: primo, la camera è stata rinvenuta chiusa dall’interno (c’era la chiave nella serratura che rendeva impossibile aprire anche con un passepartout senza aver prima fatto caderela chiave dall’interno della stanza); secondo, la vittima, dopo esser stata uccisa è stata rivestita col pigiama: infatti esso non reca fori nella sua parte posteriore. Ma perché l’assassino si è dato la pena di rivestire il cadavere? Vengono supposte due possibili ipotesi: che Merlin sia stato ucciso mentre si faceva la doccia e allora chi l’ha rivestito ha voluto far credere che invece è stato commesso quando l’indossava già (ma i poliziotti dovrebbero essere davvero babbei); che il delitto sia stato commesso più tardi di quanto l’assassino non voglia far credere: avrebbe così senso il fatto di aver spogliato Merlin che si alzava sempre alle 6.30 del mattino e di avergli rimesso il pigiama. La prima ipotesi viene distrutta dal fatto che la doccia è asciuttissima, e quindi l’omicidio è avvenuto prima che egli se la facesse; mentre la seconda rimarrà in essere fino alla soluzione.
Intanto un’altra cosa è avvenuta prima dell’arrivo del tenente imbranato: la stessa mattina del ritrovamento del cadavere di Merlin, al quarto piano dell’albergo, laddove sono alloggiati tutti i membri delle famiglie delle sorelle di Merlin, dal cognato di Merlin, Arthur, il più sveglio della compagnia (anche del tenente), viene ritrovato al pianoterra del teatrino, il legale di Merlin, Daniel Joyce, con una vistosa ecchimosi in volto ed una gamba fratturata: dice di essere stato aggredito da un tale con un vestito verde che lo ha attirato colà con l’inganno e poi lo ha aggredito, dileguandosi.
In questo contesto viene a svolgere le proprie indagini il tenente Hugo. E ben presto deve accettare una prima novità: Carl, uno dei due figli di Athur, perennemente sbronzo, un fannullone perditempo che non sa far altro che bere e “scoparsi” Nancy, rivela che ha visto dalla finestra della sua camera una vampa di fuoco proveniente dalla piscina, che è sotto e dirimpetto alla camera di Merlin. L’ora? Alle 6.40 del mattino. Carl chiede tuttavia a Nancy, dopo aver passato la notte con lei, che lei “lo copra” dalle 5.30  in poi, testimoniando che è stato con lei fino alle 6.30, perché sarebbe stato impossibile in dieci minuti, rientrare nella camera di Carl, spogliarsi, indossare un costume da bagno, immergersi nella piscina, sparare, uscire dalla piscina, asciugarsi, aggredire Daniel nel teatrino e ritornare in albergo. Nancy con la prospettiva di sposarsi e finire di fare la cameriera, accetta di fornirgli una testimonianza ad hoc. La testimonianza è necessaria perché Car rivela che dopo essere uscito dalla camera di Nancy ancora un po’ sbronzo, si è addormentato sulle scale e si è svegliato solo dopo aver sentito la porta sbattere.
La testimonianza di Car che sia vera o no, tuttavia sposta le indagini ora dalla camera all’esterno: Merlin è stato ucciso da chi era immerso in acqua e gli ha sparato dalla piscina, tenendo la pistola sopra l’acqua, magari utilizzando qualcosa che galleggiasse. Allora non c’è una Camera Chiusa? No, quella rimane, perché nessuno si spiega come al momento del ritrovamento il cadavere presentasse un pigiama senza il foro di entrata della pallottola, una calibro 38. Quindi è evidente che dopo lo sparo, l’assassino o un suo complice è entrato nella camera di Merlin per rivestire il cadavere del pigiama, lasciandosi poi la camera chiusa dall’interno (sgombrate il cervello dalla possibilità che l’assassino o il complice abbia potuto fare un tuffo in piscina lanciandosi dal quarto piano, perché nel punto medio della piscina da dove Carl ha visto la vampa, ma non ha sentito il suono (particolare molto importante che nessuno si spiega al momento) dello sparo, l’altezza dell’acqua non supera il metro e ottanta e quindi chi si fosse lanciato dal quarto piano, si sarebbe sfracellato in acqua.
Le deposizioni dei vari sospettati per di più, invece di diradare le nubi, non fanno che addensarle: Joanna, che a trentadue anni suonati, non fa nulla oltre la civetta con ambedue i politici, li mette inevitabilmente contro, nonostante il democratico Homer Bentley (che oltre che essere deputato è anche medico della polizia) sia già avverso al repubblicano Dumbrow; Dumbrow è innamorato di Joanna e le invia lettere compromettenti: una di queste scompare dalla camera di Dumbrow; un’altra che era stata cominciata e non finita viene anche sottratta; Nancy ritrova nei cestini della carta straccia delle varie camere varie cose interessanti, tra cui una nota di lavanderia (in cui si legge un capo di color verde) e l’inizio di una lettera strappata di Dumbrow; altra parte viene trovata da altri; Joyce relaziona sulla sua visita da Merlin la sera prima della morte affinchè liquidasse Sandra e la madre, e in cambio Sandra, per avvalorare la testimonianza di Joyce che gira in carrozzella e che parla di un tizio in abito verde, che nessuno ha visto, brucia sulla spiaggia una sottana di color verde; prima che si rinvenisse la stoffa bruciata, “i due colombi”, Hugo e Sandra erano andati sulla spiaggia dietro l’Hotel a fare un bagno e prendere il sole, e lì casualmente avevano trovato la pistola, una calibro 38, con matricola abrasa; infine dopo questo turbillon di situazioni tra il grottesco e l’inconcepibile, i due trovano anche in piscina un bossolo di cal.38
Che fa il poliziotto? Lo mette in tasca.
Non bastano i colpi di scena in questo stranissimo posto? No. Perché il giorno dopo la morte di Merlin, arriva sull’isola un giovane alto uno e novanta, tale Lovechild Jones Broadstone, che afferma di essere figlio illegittimo di Merlin, consegna uno stato di identità, confermato da suo nonno, e di essere arrivato a reclamare non solo la sua parte di eredità ma anche il posto che gli spetta come sostituto naturale del padre, cui assomiglia moltissimo, avendo seguito fino ad allora un regime salutistico.
Joanna a questo punto si innamora follemente di Lovechild anche perché lei è alta ed è attratta da un giovane che lo è ancor più di lei, e lui non ha mai sentito il richiamo sessuale e ora lo sente avvertendo che c’è chi stravede per lui.
John Hugo si mette anche lui a fare ginnastica, sul solarium sopra il teatrino, e perde il bossolo: lui sostiene che glielo ha sottratto Carl, perché lui nel frattempo ne ha trovato un altro, sempre in piscina: siccome è impossibile che vi siano due pistole e due spari diversi, perché una è la vampa e uno è il proiettile, è evidente che Carl deve averglielo rubato. Ma perché?
Intanto Dumbrow, conferma la tesi di Carl e parla anche lui di una vampa che ha visto con la coda dell’occhio, alle 6.40 del mattino precedente, emanarsi dalla piscina. Tutta via aggiune un altro particolare, che ingarbuglia ancor di più le indagini: ha visto Joyce sul solarium del teatrino affacciato alla ringhiera, nel momento in cui ha visto la vampa dello sparo. Che ci stava a fare Joyce sul terrazzo del teatrino? Allora non è vero che fosse entrato al piano terra del teatrino e lì fosse stato attirato da qualcuno. Troppe bugie. Daniel rivela che stava alla luce del sole, sistemando alcune carte per una faccenda legale. A sua volta dichiara che dal punto dove stava lui non ha riconosciuto nessuno in acqua.
A questo punto Hugo, dopo aver prima provato ad accusare Carl, per non accusare Sandra; dopo aver formulato le accuse contro Sandra, con l’aiuto di Arthur, dopo una notte passata a sbronzarsi, quasi che il whisky aiuti a diradare le ombre anziché addensarle, riuscirà a inchiodare il vero colpevole, dopo che ancora una volta si sarà prodotto un rivolgimento dei fatti, avendo provato Arthur che lo sparo non era provenuto dalla piscina ma da altro luogo e che il bagliore era a sua volta il prodotto di un effetto ottico, e che la camera Chiusa era spiegabile nel modo più banale possibile, e che ancora il particolare del pigiama si spiegava con un determinato esercizio ginnico che Merlin stava facendo dopo essersi alzato.
Il romanzo lo dico subito, a me è sembrata una parodia, un trionfo delle parodie, un tentativo riuscitissimo peraltro, di dissacrare un genere ed in particolare il detective anni ’30: lì era coltissimo, esperto in numerose branche scientifiche, fine esteta e collezionista di manufatti il più preziosi possibile, riusciva a sondare l’animo umano attraverso processi molto elaborati di psicologia (Philo Vance, il primo Ellery Queen, il De Puyster di Rufus King, il tenente Lord di Daly King etc), qui invece troviamo l’antidetective: imbranatissimo, sbaglia tutte le possibili ipotesi; invece di tenere a distanza gli indiziati come farebbe almeno Archibald Hurst, amoreggia con una delle indiziate più sospettabili, la mette al corrente delle proprie indagini (ma il segreto d’ufficio dov’è?), addirittura trova con lei le prove (il bossolo lo trovano assieme in piscina: ma al buon Hugo non viene proprio in testa che proprio lei avrebbe potuto lasciar cadere il bossolo in acqua prima di individuarlo?), si comporta prima che come un tenente di polizia, come un ragazzotto ingenuo alle prime armi. 
Tuttavia la dissacrazione di Green abbraccia più fronti: non si è visto mai, prima di questo romanzo, che il detective, invece di esaminare i personaggi e le prove, si metta a fare ginnastica, avendo in tasca, nella tasca dei pantaloni, il bossolo, che poi perde, e viene ritrovato da Carl, e per di più lui invece di pensare di averlo perduto, insinua che gliel’abbia borseggiato (ma poi come avrebbe fatto?) lo stesso Carl; non si è mai visto che un ufficiale di polizia, in servizio, non solo beva whisky, ma addirittura si ubriachi; non si è mai visto che l’ufficiale di polizia che è colui che sembrerebbe essere il deus ex machina, sia messo sulla traccia giusta dallo zio della sua innamorata, che diventa per così dire lo Sherlock Holmes della storia mentre lui retrocede a Dottor Watson anzi a Lestrade, anzi peggio. Ma se leggero e inconsistente è il detective, stessa cosa sono tutti gli altri personaggi che si muovono in questo balletto, in questa operetta dove l'azione non è statica, caratteristica dei mystery, ma non è altrimenti dinamica come gli hard-boiled: è una via di mezzo,perchè tutto avviene all'interno dell'albergo. Qui c'è l'azione, ma è azione di porte di camere che si aprono si chiudono si riaprono si richiudono. E il bello è che come ogni commedia vaudeville, qui a corollario dell'azione drammatica (cioè dell'omicidio), vi è un insieme di azioni più leggere, inconsistenti come i personagi che le producono, e che non hanno alcuna connessione diretta con l'omicidio; semmai, proprio il fatto di non avere legami con l'azione oggetto di indagine, ha lo scopo di avvolgere come una nube vaporosa ma inconsistente l'azione principale, distogliendo l'attenzione da quelle che dovrebbero essere le linee tipiche di una indagine. Ma nel momento in cui abbonda di particolari nella esplicazione delle linee guida della bellezza fisica e nel rigore alimentare, dissacra  la vena salutistica della bellezza a tutti i costi, del fisico perfetto, delle diete. Lo si vede già nell'ironia del titolo inglese, che tradurremmo con un'esclamazione: Che bel corpo!
Il tutto con un ritmo irresistibile, da vaudeville fine secolo, con innumerevoli gag al limite del comico se non del surreale. 
John Hugo è un personaggio veramente unico: se non può essere idiota (perché poi si dovrebbe pensare che essendo diventato tenente, altra gente più in alto di lui, sarebbe dovuta essere molto più che idiota per promuoverlo a tenente!), è sicuramente un personaggio che cammina sulle nuvole. Per di più, questa levità e surrealtà non è caratteristica solo del detective principale, ma anche dei sospettati: le loro storie, i loro comportamenti, che generano continui malintesi, come nella miglior commedia fine secolo, sono alla base di certi eventi e nello stesso tempo annullano gli effetti di altri: per es. la lettera che il senatore repubblicano scrive per Joanna, è alla base di un subplot irresistibile, che non c’entra nulla col colpevole, anche se anche lui, ha una parte in esso: la lettera viene scritta e poi strappata e buttata nel cestino, da cui viene recuperata da Nancy e data a Carl; Joanna vorrebbe entrarne in possesso per non dare a Lovechild l’immagine di una civetta; la lettera si capisce che non è quella vera, ma Joanna pensa che Carl non gliela voglia dare, per altri motivi. Quando gliela da, ci accorge della sua inutilità, mentre quella vera, che era nella camera di Dumbrow, nel frattempo è stata sottratta (rubata) dal deputato democratico (che poi è medico della polizia: ???)  per servirsene in prospettiva politica ed impedire che egli venga rieletto al senato nel suo distretto; mentre Dumbrow lo accusa di avergliela rubata, qualcuno mette sulle tracce Carl e Nancy che a sua volta, rubano la lettera dalla stanza di Bentley, il quale a sua volta chiede che al polizia intervenga per arrestare il ladro che ha rubato la lettera (ad un altro ladro, lui, che l’aveva rubata a Dumbrow). Insomma un casino mondiale.
Vorrei inoltre richiamare un parallelismo presente nel romanzo: così come personaggio leggero è il tenente Hugo, così personaggio leggero e ingenuo è il redivivo figlio illegittimo Lovechild Jones, vissuto per vent'anni nella fattoria del nonno, enorme, muscoloso e con la sensibilità e la purezza di un bambino, che conosce benissimo gli animali ma le donne proprio per nulla, che appare vestito di una toga romana e coi coturni ai piedi (quesi fosse un semidio).
Il plot surreale di questo romanzo e tutte le sue variazioni, deve inoltre farci considerare il fatto che se tutti questi segmenti narrativi fossero stati inseriti in una commedia, non avrebbero destato alcuna sorpresa, mentre generano sgomento e stupore se inseriti in un romanzo poliziesco a enigma che dovrebbe avere un certo portamento distinto quantomeno e non invece grottesco.
Nonostante questa prospettiva surreale ma veramente divertente (il romanzo è di un gusto raro, anche in una traduzione tagliata come quella di un romanzo Casini de I Gialli del Secolo), l’enigma è veramente interessante, e nonostante la soluzione della Camera Chiusa sia banale (mi ha ricordato in un certo senso la soluzione di quella nel romanzo di Peer & Wahloo di quarant’anni dopo), come Merlin venga ucciso e come si possa spiegare il pigiama non presentante traccia di sparo, è geniale, e geniale è anche la spiegazione del luogo vero dove è stato esploso il colpo, che ci rimanderebbe a soluzioni carriane basate sulla fisica ottica, se lo stesso Commings non avesse esemplificato esattamente il principio su cui si basa la soluzione di questo romanzo in un suo racconto spiegando a sua volta così una sparizione impossibile.Sorprendente poi è il fatto che le due opere, il racconto di Commings e il romanzo di Green, che risolvono la bislocazione alla stessa maniera, furono punbblicate nello stesso anno, 1949: una volta individuato il vero luogo, come e perché il bossolo sia trovato in piscina, lo si può anche immaginare.
Se vogliamo la Camera Chiusa è risolta in maniera assai banale, allorchè si risolva l’enigma concernente il rivestimento post mortem di Merlin: ne è la conseguenza diretta.
Qualche anno fa in seno al Blog Mondadori (era il 2010 se ricordo), Boncompagni ricordò questo romanzo (e altro di Green, scritto come Denbie, di ambientazione crocieristica simil cdalykingiana), aggiungendo che Luca Conti ne aveva parlato con Polillo, il quale aveva dimostrato tiepido interesse per la sua pubblicazione. A questo punto c’è solo da sperare che Polillo nel frattempo abbia cambiato parere. Perchè il libro di Green, come si può desumere da quanto ho detto sopra e come ricordò lo stesso Boncompagni, "è un gran bel romanzo".

Pietro De Palma