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mercoledì 30 marzo 2016

Origine possibile di The Crime in Nobody’s Room di Carter Dickson e possibili filiazioni



John Dickson Carr sotto lo pseudonimo di Carter Dickson, consegnò alle stampe, tra il 1938 e il 1940 , da pubblicarsi su The Strand Magazine, una serie di racconti aventi a personaggio principale il Colonnello March, che erano state scritte nel 1937. Della serie facevano parte anche The Empty Flat e William Wilson's Racket, due racconti che invece non furono pubblicati nella raccolta che li contenne, The Department of Queer Complaints e che apparvero invece nel 1963, contenuti nella raccolta The Man Who Explained Miracles. La ragione è da ricercarsi probabilmente nel fatto, che questi due racconti contenevano idee che vennero riprese, maggiormente elaborate ed ampliate in romanzi successivi. Per es. in  The Empty Flat viene applicato un metodo per uccidere che poi sarà riusato in maniera pedissequa in The Reader Is Warned; per non parlare di tante idee che poi saranno riusate posteriormente: ad esempio l’incontro tra due omonimi professori di storia, i Dr. Campbells, che verrà applicato posteriormente in un romanzo del 1941, The Case of the Constant Suicides (di cui tratteremo a presto); quella della casa infestata, e del docente morto di paura, che apparirà in He Who Whispers.
Della raccolta pubblicata in originale nel 1940, fanno parte i racconti:

Il nuovo uomo invisibile (The New Invisible Man)
Un'impronta in cielo (
The Footprint in the Sky)
Delitto in una stanza inesistente (The Crime in Nobody’s Room)
Denaro che scotta (Hot Money)
Il camerino della morte (Death in the Dressing-Room)
La cortina d'argento (Silver Curtain)
Errore all'alba (
Error at Daybreak)

Sappiamo anche che alcuni, vennero ideati come risposta ad opere di altri autori, anche amici di Carr. E’ il caso di The Footprint in the Sky,  ideato dopo The Footprints on the Ceiling, di Clayton Rawson.
Ma lo è anche per The Crime in Nobody’s Room, un racconto che è nella sua visionarietà, unico. E del resto esso non è che la naturale conseguenza dell’assioma carriano dell’assassino che svanisce nell’aria, vanished into the air. Infatti, dopo aver esaurito quasi le possibilità che costui si volatilizzasse, Carr cominciò a far scomparire dell’altro: diamanti (in  Behind the Crimson Blind), una preziosa coppa (in The Cavalier's Cup), la stessa arma del delitto, un pugnale (nel radiodramma The Dragon in the Pool contenuto nella raccolta The Dead Sleep Lightly), una via (in The Lost Gallows).

In The Crime in Nobody’s Room scompare un appartamento. O meglio compare un appartamento che non esiste per poi scomparire.
La storia è nota.
Roger Denham, di ritorno da una serata di bisbocce per un addio al celibato, accompagnato dal portiere all’ascensore, sale al secondo piano e si dirige al suo appartamento. Infila la chiave nella toppa e si trova in un appartamento che fatica presto a riconoscere, nonostante sia ubriaco fradicio: in quell’appartamento, in cui nelle stanze le luci sono accese, vi sono delle  cose che lui non ha mai posseduto: paralumi e una statuetta di bronzo. Inoltre alla parete c’è un Greuze color seppia che lui non ha in casa. Il fatto per cui non si sia subito accorto dell’ambiguità dei luoghi, è che il suo, come gli altri in quello stabile, è un appartamento ammobiliato, consegnatogli in quello stato, da Rufus Armingdale, il re degli appartamenti immobiliati, il quale richiede ai suoi inquilini che i mobili che egli inserisce nei suoi locali, non siano minimamente spostati, né che ve ne siano aggiunti degli altri; stessa cosa dicasi per gli oggetti di arredamento. Mentre sta per andare via, si accorge che non è solo: c’è un altro visitatore, seduto su una sedia dall’alto schienale, che indossa un impermeabile americano dal lato del risvolto, e che è..morto. Roger non ha modo di fare altro perché qualcuno provvede a mandarlo nel mondo dei sogni. Si sveglia, o meglio è svegliato, dal suo compagno di stanza, Tom Evans, che lo trova su una cassapanca nel corridoio del secondo piano, fuori dell’appartamento, con un vistoso bernoccolo. Roger afferma che in quello che credeva essere il suo appartamento c’è un cadavere: in sostanza dev’essere uno degli appartamenti del piano. Attirati dal rumore, escono dai loro appartamenti sul pianerottolo Anita Bruce, la fidanzata di Denham, e lo stesso Sir Rufus, e affermano che nei loro non c’è nessun cadavere. Tantomeno lo stesso Sir Rufus riconosce nella descrizione fornita da Denham uno qualsiasi dei suoi appartamenti. Esce infine anche il reporter Hubert Conyers: anche lui nega che un cadavere stia nel suo, anzi invita gli astanti ad accertarsene. A completare il quadro, si aggiunge il portiere Pearson, che dichiara di aver trovato nell’ascensore il cadavere scomparso, solo che ora indossa l’impermeabile dal verso giusto.
Ben presto su quel pianerottolo arriva la polizia: agenti, polizia scientifica, ed infine il Colonello March, messo a capo del Dipartimento D-3 di Scotland Yard, “The Queer Complaints Department”, il Dipartimento Casi Bizzarri, che qualcuno chiama “La casa dei matti”. Sbroglierà lui la matassa, capendo innanzitutto per quale motivo Dan Randolph, il re degli agenti immobiliari, con cui avrebbe dovuto avere un abboccamento lo stesso Sir Rufus, sia stato accoltellato. E come l’assassino sia riuscito a far sparire una stanza. Ovviamente l’assassino è uno degli astanti. Il colpo di genio di Carr sta nell’aver invertito il problema: non cambiare una stanza perché sembri un’altra, ma cambiarla perché non sembri. E quando il lettore viene informato su chi sia l’assassino, capisce come Carr abbia tratto in inganno il lettore, facendo svolgere all’assassino un’azione che avrebbe fatto una qualsiasi persona trovandosi in quel frangente; e capisce anche il perché l’assassino non abbia ucciso Denham, pur avendone avuta la possibilità.
In poche parole, il racconto è uno dei più affascinanti della raccolta (ve ne sono altri fantastici beninteso, come The New Invisible Man o The Footprint in the Sky o Death in the Dressing-Room per esempio), ma non tutti sanno che Carr potrebbe aver preso l’ispirazione da un racconto di Agatha Christie.

Qualche giorno fa, commentando un altro articolo sui racconti impossibili di Agatha Christie, Giordano Giorgi poneva l’attenzione su un racconto in particolare, affermando che secondo lui era il migliore dei “corti”. Io non ho risposto, perché avrei anticipato ciò che avevo già messo giù in questo articolo: cioè che è indubbio che un legame vi sia tra il Carr di The Crime in Nobody’s Room e la Christie di The Third Floor Flat (contenuto nelle raccolte Poirot's Early Cases, e Three Blind Mice and Other Stories. Solo che io rovescerei il commento di Giordano : “eco di Carr e la stanza che non c'è...”, nel mio:  “Eco, La stanza che non c’è di Carr, del racconto di Agatha Christie”.
Sulla filiazione dell’idea base potrebbero non esserci dubbi per quanto attiene alle date: infatti il racconto di Agatha Christie è del 1929, mentre quello di Carr è del 1937. Tuttavia se il racconto della Christie è parecchio simile, non presuppone tuttavia un Delitto Impossibile, ma uno…qualunque, anche se l’individuazione del colpevole da parte di Poirot è da lasciare allocchiti.
Due coppie salgono in ascensore dirigendosi all’appartamento di una delle ragazze. Arrivati a destinazione tuttavia la padrona di casa, non trova la chiave dell’appartamento nella borsettina di seta, accusando il suo accompagnatore di non averla messa a posto. L’altro uomo tuttavia è solidale con l’accusato, difendendolo. Insomma la chiave è andata persa. Cosa fare? La ragazza ha una trovata: servirsi non del montacarichi delle vettovaglie, dove i negozianti mettono i prodotti acquistati, perché è troppo piccolo, ma di quello del carbone, che serve anche a portare dabbasso i rifiuti. Il montacarichi si aziona tirando una fune. Se ne occupano i due giovanotti: mentre tirano la fune, uno conta i piani. Arrivati a destinazione, entrano nell’appartamento, ma, al buio, vanno a sbattere contro i  mobili, troppi, tenendo conto che nell’appartamento della ragazza ve ne sono invece pochi. Capiscono di essere entrati in quello immediatamente sotto il loro: mentre uno rimane nella prima stanza, quella che dev’essere una cucina, l’altro entra in un salotto, non essendosi accesa la luce nella cucina. Lì, hanno la prova che l’appartamento non è quello delle ragazze: è pieno di mobili, tendaggi. Con la coda tra le gambe scappano via, salgono di un altro piano e sbucano finalmente nell’appartamento voluto, che aprono dal di dentro. Fine dell’avventura? No perché una delle ragazze si accorge che la mano del giovane che è andato alla scoperta del salotto è insanguinata: come può essere se non vi è nessun  taglio? I due giovanotti capiscono che la ragione non può risiedere se non nell’appartamento sottostante: vi ritornano per la stessa strada di prima, e questa volta, facendo maggiormente attenzione agli interni, dietro la tenda del salotto, rinvengono il cadavere della proprietaria. Nella tasca dell’abito, un foglio con un appuntamento ed un nominativo, che poi si scopre essere inventato. Il giovane si era appoggiato al grande tavolo rotondo con una tovaglia rossa e lì non accorgendosene si era sporcato col sangue, non particolarmente in evidenza su una tovaglia pure rossa.
Poirot ricostruirà le  varie fasi, gli spostamenti dei quattro giovani, individuando chi avrebbe potuto uccidere l’inquilina dell’appartamento sottostante e perché. Ancora una volta la rivelazione è una mazzata.
Però non c’è nessun delitto impossibile.
Carr può aver preso l’ispirazione da Christie e poi averla variata.
I due racconti, simili nel fatto che in un appartamento preso per un altro si trovi un cadavere, ma non nella resa finale, cioè che nel racconto di Christie l’appartamento sia in effetti un altro, in quello di Carr no, differiscono anche nella impossibilità reale o assente; tuttavia, essi ebbero numerosi aficionados che vollero variare i due racconti in altri.
Non posso quindi non accennare a quello che altrove ho definito la migliore opera nel campo del delitto impossibile, di John Sladek, “By An Unknown Hand”, un racconto con delitto impossibile, che si aggiudicò il primo premio in un concorso di letteratura poliziesca, indetto da The Times, con presidentessa della giuria nientedimeno che Agatha Christie.
Il racconto di Sladek, assolutamente inedito in italiano, che ho letto avendomene fatto avere la copia in inglese Mauro Boncompagni anni fa, è un piccolo capolavoro. Su di esso, Stefano Serafini ha realizzato anche un articolo sul suo blog, dopo che io ne avevo parlato già in un articolo pubblicato sul Blog Mondadori, della serie “Dissertando per Camere Chiuse”. A mia volta io avevo sentito parlare di esso, avendo letto anni fa un commento, pure di Boncompagni, in cui si accentuava la particolare impossibilità dell’opera: si vede un uomo entrare in un appartamento, e poi non vedendolo uscire, lo si trova morto assassinato dentro di esso, senza che vi sia alcun altro nell’appartamento e senza  che egli sia potuto uscire da qualche parte. Insomma un’impossibilità pazzesca, visto che a testimoniare della bontà della testimonianza del testimone è il protagonista, dato che lui, proprio lui, è il testimone.
Questo racconto tuttavia pur essendo una classica Camera Chiusa, non discende tanto da Carr ma da Agatha Christie: direi proprio da The Third Floor Flat, di cui è un’elaborazione, assolutamente geniale. Infatti si vedrà che è avvenuto in altro appartamento, di altro piano, solo che la confusione sul piano dove è situato l’appartamento, ricorre a sua volta ad una variazione del racconto di Carr: variando in qualche particolare il luogo, lo rende simile ad un altro.
Altra variazione dei due racconti base è quella contenuta in un romanzo di Michael Innes, di cui parleremo prossimamente :  Appleby’s Other Story, 1974.
Altra variazione ancora si trova in un radio-dramma dello stesso Carr, in cui scompare una villa intera se non un sobborgo (nel radiodramma The Villa of the Damned, contenuto nella raccolta The Dead Sleep Lightly): infatti qui vi è uno dei trucchi ottici tanto cari a Carr (uno in The Hollow Man, un altro a memoria in The New Invisible Man), che consente di ingannare la vittima dell’inganno in modo che veda dall’unica finestra aperta in essa, prima una villa davanti, e dopo…il nulla.
Infine, cito un altro bellissimo racconto, questa volta di Edward D. Hoch, che deriva da quello di Carr, ponendosi ancora una volta come un delitto impossibile: The problem of the Phantom Parlor.



Ne parlerò, quando scriverò a riguardo; tuttavia, anticipo l’antefatto: una ragazza, in una casa definita stregata, vede la zia uccisa in un salotto con passamanerie e altro arredamento rosso, che tutti giurano non esistere in quella casa; ad un successivo controllo, il dottor Hawthorne pur accertandosi che questo salotto sembra non esistere, è sicuro tuttavia che la ragazza non è pazza perché in una delle mani della vittima viene rinvenuto proprio un brandello di quella passamaneria che la ragazza ha affermato di aver visto nel salotto fantasma.

Insomma…tanta carne sul fuoco, da analizzare ancora a fondo.

Pietro De Palma





martedì 22 marzo 2016

Agatha Christie: Problem at Sea, - trad. Lydia Lax ( in Il Giallo Mondadori presenta "LA MORTE SOTTO CHIAVE", 1996)



Problem at Sea a differenza di The Dream, è un racconto più leggero, più brioso. E ha anche un’atmosfera più gaia, laddove il primo è sostanzialmente plumbeo. Ma in agguato c’è sempre il Poirot che conosciamo che riserva un finale memorabile.
Il racconto apparve in due diverse raccolte: Poirot’s Early Cases del 1974, che conteneva racconti pubblicati tra il 1923 ed il 1935, e The Regatta Mystery and Other Stories, altra collezione ma di molto anteriore, essendo uscita nel 1939.  In origine era uscito per la prima volta nel 1936, nel supplemento settimanale This Week.


Poirot in questo caso è su una nave da crociera diretta in Egitto. Soffre per il mal di mare e quindi per non pensarvi, cerca di seguire le conversazioni degli altri passeggeri e se invitato, parteciparvi. Così, tra l’altro segue la conversazione tra la Sig.na Henderson, una donna già anziana che sta parlando col Generale Forbes, un vecchio militare, burbero ma dignitoso: l’oggetto di conversazione è il maggiore Clapperton, un ex showman che, ferito in guerra, è riuscito a fare un matrimonio da favola, sposandosi con una ricchissima ereditiera che impiega il suo tempo assistendo i feriti di guerra. Il generale ha per lui parole poco lusinghiere: lo definisce in parole povere un pusillanime.
La sig.na Henderson è segretamente innamorata del Maggiore, odiando la di lui moglie che lo vessa in continuazione rendendogli la vita un inferno e facendogli continuamente pesare la condizione di poveraccio, cosa che il marito non sembra prendere in considerazione, innamorato com’è della moglie. Anche due ragazze, a bordo della nave, cercano in tutti i modi di svegliare il piacente Maggiore, proponendogli l’indomani, che la nave attracca ad Alessandria, una gita a terra: la moglie ovviamente non verrà. Intanto è Poirot che attacca conversazione proprio con la moglie, ipocondriaca ed egocentrica, che cerca di spacciarsi per eterna malata senza esserlo. Liquidata la donna con una battuta arguta, Poirot raccoglie un frammento di carta con quella che sembra una pozione di Digitale. Anche altri passeggeri criticano la Signora Clapperton, giudicando pericoloso il suo modo di fare. La sera, si organizza una partita a bridge, ma il maggiore non affianca la moglie, e questa lo critica: la ragione è, come spiega lui agli astanti (le ragazze e Poirot) è che lui è un ex intrattenitore, abilissimo nel maneggiare le carte da gioco, tanto da saper distribuire carte ai giocatori riuscendo a dare a ciascuno dei quattro, compreso se stesso, quattro scale perfette dall’asso al Re, seme per seme. La sua abilità di prestidigiatore renderebbe assai sospetta la sua partecipazione a giochi di carte e per questo lui cerca di sottrarvisi elegantemente affermando falsamente di non saper giocare.
L’indomani mattina, mentre la nave sta attraccando ad Alessandria, le due ragazze cercano di tentare con la loro gioventù e freschezza il maggiore che, tentato, chiede tuttavia alla moglie, che si è chiusa dentro la loro cabina, se voglia unirsi a loro nella gita, ma la risposta è negativa. Al colloquio, casualmente assiste anche Poirot. Alcune ore dopo, quando il marito torna dall’escursione, non essendo ancora apparsa la moglie, vanno a svergliarla, ma la cabina è chiusa dal di dentro ancora e regna il più completo silenzio; dopo aver tentato invano di farsi aprire, buttano giù la porta e trovano la Sig.ra Clapperton uccisa con un coltello piantato nel cuore: per terra grani di collane.
La finestra è aperta ma è troppo piccola perché un uomo possa entrarvi, e per di più all’ora in cui il delitto deve essersi svolto, cioè in piano giorno, se qualcuno fosse uscito da lì avrebebro dovuto vederlo per forza e la sig.ra sicuramente non avrebbe aperto a venditori ambulanti la sua porta della cabina, quando essa aveva rifiutato di farlo a suo marito. E allora?
Il colpevole più ovvio sarebbe il marito, se non vi fosse il fatto che egli era fuori in compagnia delle due ragazze nel tempo presumibile in cui la donna è stata uccisa.
Poirot tuttavia arriva ben presto alla verità, supponendo come il delitto possa essere stato commesso e da chi, e giungendo a far tradire lo stesso assassino, facendolo assistere ad uno sketch teatrale, istruita una ragazza in tal senso: la brevissima rappresentazione fa capire all’assassino di essere stato scoperto, ed, essendo lui malato di cuore, cosa di cui si è accorto Poirot avendo osservato come le sue pupille erano dilatate come se assumesse della digitalina, muore per un attacco fatale di cuore.
Nell’apologo della storia Poirot riassume gli aventi, spiegando come la donna sia stata assassinata, e come lui sapesse che l’omicida era malato di cuore.
Il finale come ho detto è memorabile. Ellie Henderson mormora contrita, rivolgendosi a Poirot:
-E’ stato un trucco..un trucco crudele! E Poirot risponde: - Io non approvo il delitto.
In questo brevissimo dialogo fulminante è contenuta l’essenza del racconto: la sig.ra Henderson che aveva già capito chi fosse l’omicida ma aveva taciuto in qual modo addebitando alla vittima la colpa di essere stata alfine uccisa; e Poirot, che si assume la parte anche di chi avrebbe voluto che non vi fosse alcuno scandalo.
In sostanza, rapportando questo racconto a quello precedentemente esaminato, riscontro come quello avesse un metodo senza dubbio più originale di quello qui usato: il trucco del ventriloquo, era stato già esperito in Carr parecchi anni prima. Come sia stato attuato non lo dico, lasciando che il lettore si procacci il racconto e si gusti la storia.
Carr aveva già utilizzato la tecnica del ventriloquismo in uno dei suoi primissimi racconti (vedi mio articolo sui quattro racconti di Bencolin, in questo blog già apparso): The Ends of Justice, del 1927, per spiegare come in una stanza si fosse sentita la voce di qualcuno che in effetti non era presente. E di ventriloquismo si era ancora parlato, per esempio in The Red Widow Murders di Carter Dickson (sempre Carr) del 1935. Quindi di esempi non ne mancavano alla Christie che confezionò questo breve racconto. Il fatto che sia appunto estremamente succinto, condensa la soluzione in poche pagine, e toglie ovviamente parecchia suspence, perché l’omicida non può che essere o uno o l’altro di due persone: solo due avevano l’interesse a che la Signora Clapperton morisse.
Non a caso, nella serie televisiva britannica in cui Poirot è stato interpretato da David Suchet, l’adattamento televisivo di questo racconto (Stagione 1^ Episodio 7) ha dovuto tener conto di un rimpinguamento dei personaggi presenti nel cast e nel racconto originale con altri assolutamente inventati, perché altrimenti l’esiguo numero dei sospettabili non avrebbe tenuto  alta la suspence e la rivelazione finale.

Tuttavia, mi pare di cogliere uno dei lati meno scrutati della personalità di Poirot: la sua voglia di giustizia e come egli non approvi il delitto. In sostanza Poirot è espressione del ristabilimento dell’ordine e dell’applicazione della giustizia: egli si sente come un inviato da Dio, si sente investito, nel suo egocentrismo, di un potere enorme di cui disporre, quando non applicato da altri: il potere di vita o di morte. Questa tendenza a far giustizia, provocandola in certo modo, si estrinsecherà alla fine della sua carriera di investigatore in “Sipario” (Curtain, 1975), ultima avventura di Poirot ma risalente nella stesura alla seconda guerra mondiale, quando per punire un assassino che nessuno riuscirà a condannare, Poirot si assumerà il ruolo di angelo vendicatore.
In questo Poirot è certamente differente da tutti gli altri investigatori dilettanti, per cui fermare l’assassino non coincide con aiutare la giustizia ma in una partita a scacchi che si vuole vincere: ciò che accade dopo non è un problema dell’investigatore. Per Poirot questo non vale. Perché lui è un ex poliziotto.
Pietro De Palma

venerdì 18 marzo 2016

Agatha Christie : The Dream, 1937 - trad. Grazia Maria Griffini (in I Misteri della Camera Chiusa, N° 50, I Bassotti, Polillo, 2007)



Negli anni passati, la cosa migliore che sia accaduta in Italia, dal punto di vista della letteratura di genere, è stato senza dubbio il tentativo di Marco Polillo, di ritagliarsi un suo spazio di mercato, approfittando dell’assenza di titoli, del genere che lui avrebbe voluto imporre, da parte di Mondadori. Quest’assenza, col tempo, è divenuta quasi cronica, e così Polillo, se in un primo tempo avrebbe voluto creare una piccola biblioteca di pochi titoli, 50 per l’esattezza,  poi si è ricreduto per il successo dell’iniziativa e ha allargato gli orizzonti, creando una serie che ad oggi conta quasi duecento titoli.

Nell’ambito di questa serie, parecchi sono stati anche i volumi di racconti. E tra questi, oggi voglio segnalare uno, che a mio parere, è un’autentica perla: I Delitti della Camera Chiusa, un volume uscito col numero 50 nel 2007 ( uno dei pochi che ha goduto di una edizione successiva a dimostrare il suo successo di vendite), che racchiude alcuni dei migliori racconti in assoluto:

- Robert Arthur Jr., La 51a stanza sigillata (1951, The Fifty-First Sealed Room)
- Matthias McDonnell Bodkin, Omicidio per procura (1897, Murder by Proxy)
- Fredric Brown, Mistero all'obitorio (1943, The Spherical Ghoul)
- John Dickson Carr, Il terzo proiettile (1937, The Third Bullet)
- Agatha Christie, Il sogno (1937, The Dream)
- G.D.H. e M.I. Cole, Il gufo alla finestra (1923,
The Owl at the Window)
- Joseph Commings, I delitti di X Street (1962, The X Street Murders)
- Lillian de la Torre, La prima camera chiusa (1950, The First Locked Room)
- Richard Austin Freeman, Il pugnale d'alluminio (1909, The Aluminium Dagger)
- Edgar Jepson & Robert Eustace, La foglia di tè (1925, The Tea Leaf)
- C. Daly King, L'episodio del chiodo e del requiem (1935, The Episode of the Nail and the Requiem)
- Ronald A. Knox, Dopo accurata ispezione (1925, Solved by Inspection)
- John F. Suter, A mille miglia, nel cielo (1956, The Thousand Mile Shot).

Col tempo, ne vaglieremo alcuni.  In questa sede, però, voglio esaminare il racconto di Agatha Christie.  Anzi, annuncio in questa sede, che questo sarà il primo dei racconti con Camere Chiuse scritti da Agatha Christie, che esaminerò.

Apparve nel 1939, nella raccolta The regatta mystery and other stories, nonostante il racconto fosse stato scritto nel 1937: in italiano, la corrispondente raccolta è quella intitolata “In tre contro il delitto”.
Noto tuttavia come della Christie, sull’onda del successo, per poter trarre il massimo dai suoi scritti, siano stati messi in vendita vari volumi, sia per il regno Unito, sia per gli Stati Uniti, con titoli diversi, che possedevano però alcuni identici racconti. In sostanza, quelli che si riteneva fossero i migliori tra i racconti della scrittrice inglese, venivano ri-usati  e uniti assieme ad altri inediti: così è il caso del celebre The Adventure of the Christmas Pudding, che è presente sia nella raccolta Double Sin and Other Stories (apparsa solo in USA nel 1961e non già in UK), sia in The Adventure of the Christmas Pudding and a Selection of Entrées (apparsa in UK nel 1960 e non invece in USA), raccolte che è bene dirlo contengono oltre quello citato, racconti completamente diversi; e così è il caso del nostro racconto in questione, The Dream, che venne pubblicato in due raccolte diverse: appunto The regatta mystery and other stories, nel 1939; e proprio in The Adventure of the Christmas Pudding and a Selection of Entrées, nel 1960, nonostante non fosse una Entrée.

Poirot viene invitato, con tanto di lettera scritta, a presentarsi alle 21,30 in casa dell’eccentrico miliardario Benedict Farley, cosa che egli fa. Il maggiordomo lo introduce in una stanza dove il magnate lo sta aspettando. E’ proprio come le poche cronache lo descrivono: degli spessi occhiali, un naso adunco (come quello di un avvoltoio), radi capelli bianchi, avvolto in una vestaglia a patchwork. L’uomo è seduto ad una scrivania, ma la potente lampada da 150 watt che proietta la luce sul visitatore, rende le pareti quasi sfumate, nella penombra della stanza.

Dopo una presentazione durante la quale Farley intende assicurarsi che il visitatore sia proprio Hercule Poirot, il celebre investigatore, viene esplicitato il motivo per il quale Farley abbia voluto convocare Poirot: avere un suo parere circa un sogno che da alcune settimane lo terrorizza: sogna di prendere una pistola dal cassetto della sua scrivania e di spararsi, alle 15,28. E ogni volta il sogno ripete la sua litania: apertura del cassetto, pistola impugnata, sparo alla tempia, e immediatamente dopo Farley si sveglia di soprassalto. Poirot non sa che pesci pigliare: non è uno psicanalista, e consiglia il suo interlocutore di recarsi presso uno specialista. Farley  gli confida di temere che qualcuno possa ipnotizzarlo per riuscire a farlo suicidare, perché egli è in condizioni tali che il suicidio sarebbe proprio l’ultima cosa cui penserebbe. Però è possibile che in tale condizione psicotica, poi finisca veramente per suicidarsi.

Poirot chiede di poter vedere la pistola, ma Farley dice che non vuole ora entrare nel suo studio e fargliela vedere, e che deve bastargli quanto lui ha appena detto. Fatto sta che Poirot comunque non sa cosa fare e quindi va via, non prima che Farley si sia da lui fatta restituire la lettera d’invito e non prima che Poirot abbia confuso il suo biglietto con quello della lavandaia di cui Poirot si serve per lavare i suoi capi e in special modo le camicie.

Una settimana dopo il dottor Stillingfleet, che è il medico di Farley, e che conosce Poirot personalmente, lo contatta perché Farley si è suicidato alle 15,28. E tra le sue carte hanno trovato il famoso biglietto in cui chiedeva a Poirot di andarlo a trovare. Tutti sono impazienti di sapere il motivo e Poirot lo rivela. Interrogati in merito anche i familiari, figlia e moglie, la consorte ammette che da alcune settimane il marito era ossessionato da un sogno ricorrente, descritto secondo le modalità note a Poirot, e che si era rivolto invano a tre specialisti, ma che lei non sapeva chi fossero. Poirot chiede come sia avvenuto e tosto l’Ispettore Barnett gli spiega le modalità così come sono state ricostruite: il miliardario stava aspettando due giornalisti per una intervista in merito alla fusione di due società cui era interessato Farley. Essi erano arrivati, erano stati fatti accomodare fuori dal suo studio in attesa che Farley si disimpegnasse delle sue cose e potesse riceverli, ma erano lì ad aspettarlo da parecchio. Alle 16 passate da un pezzo, il segretario di Farley, che ha una stanza adiacente allo studio, uscendo da essa e recandosi da Farley per fargli firmare delle carte e notando i due visitatori ancora assisi fuori, era entrato nello studio, solo per trovare morto il suo principale, con un foro di pistola nella tempia e la pistola per terra accanto a lui. Tutto qui. L’ora della morte presumibilmente le 15,28 dato che il medico che aveva esaminato il corpo aveva fissato l’ora della morte ad un’ora prima, quindi intorno proprio a quell’ora.

Interrogato in merito, Hugo Cornworthy, questo il nome del segretario, conferma quanto già anticipato; inoltre afferma che lui del sogno non sapeva nulla, e che aveva solo scritto a macchina l’invito a Poirot su ordine del suo principale.

Poirot entra nella stanza e ricorstruisce con le sue famose cellule grigie il modus operandi non del suicidio, ma del delitto, un omicidio accuratamente premeditato: qualcosa comincia a muoversi quando egli trova giù ai piedi del muro in cui si affaccia la finestra di Farley, parecchi metri sotto, un gattino di pezza; e quindi comincia ad armeggiare, nella stanza di Farley, con delle mollette estensibili,  quelle usate per afferrare delle cicche di sigaretta da terra senza chinarsi.

Farley era un uomo insopportabile, tollerato solo dal suo segretario, mentre la figlia non vedeva l’ora che morisse per intascare l’eredità. All’ora presumibile in cui era morto, tutti erano presenti. Ma sulla pistola erano state trovate le impronte solo di Farley, quindi…

E’ il “quindi” che però non soddisfa Poirot, che sulla base di quello che pensa e di quel gattino di pezza e delle mollette estensibili, e del perché Farley non aveva voluto mostragli una settimana prima la sua pistola, firma la sua ricostruzione che inchioda l’assassino e il suo complice.

Ancora una volta ci troviamo dinanzi ad una messinscena accuratamente preparata: sono queste le Camere Chiuse che mi affascinano: problemi logici la cui spettacolarità è assicurata da un concorso di cause e di azioni svolte da più persone. Eppure le impronte sul calcio della pistola erano proprio di Farley; e nessuno sarebbe potuto entrare dalla finestra, pure lasciata aperta, perché sul muro su cui si apriva non c’era nessun appiglio e non correva neanche il tubo della grondaia: era un muro liscio impossibile da scalare. Davanti alla finestra c’era un altro muro, quello di uno stabilimento. Nient’altro. E nella strada, sempre traffico rumoroso, cosicchè nessuno aveva sentito lo sparo. Ma i due testimoni, fuori dalla porta, avevano giurato di non essersi mossi e che nessuno era entrato o uscito dalla porta dello studio di Farley.

Ma Poirot sottolinea, nella sua ricostruzione, come, fondamentale per la riuscita del piano, fosse stato il “sogno”:  senza che ciò si fosse verificato e senza che fosse stato raccontato, il delitto probabilmente non sarebbe avvenuto. Ed esso non è solo avvenuto con una messinscena accuratamente preparata (che non riguarda la morte spostata in avanti o indietro rispetto alle fatidiche 15, 28), ma anche è stata operata altre messinscena, che agli occhi del lettore attento, potrebbe non essere sfuggita (io l’avevo supposta).

La soluzione, devo dirlo, è semplice e spettacolare al tempo stesso, anche se mi sembra che la Christie volontariamente lasci nebulosi alcuni indizi, per non dare subito un indirizzo ai sospetti, che altrimenti sarebbero lampanti, primo fra tutti lo sparo e l’uccisione del povero Farley:  la ferita  mortale alla tempia è stata a bruciapelo o no? Il guanto di paraffina perché non è stato fatto? Perché si supponeva che fosse stato Farley ad uccidersi. Ma la ferita era compatibile con una a bruciapelo? E’ stato usato un silenziatore o no? Se non è stato lui a spararsi, chi lo ha fatto? Il segretario non può averlo fatto sicuramente, simulando che fosse morto e poi uccidendolo (come per esempio in un famoso racconto di Chesterton, portato sul piccolo schermo dal nostro Renato Rascel; e in quel caso perché poi?) perché la morte era effettivamente antecedente di almeno 30-40 minuti l’orario di rinvenimento del cadavere, né vi erano cause che avrebbero potuto in qualche modo alterare l’ora della morte (diabete, eccessivo calore nella stanza) anche per il fatto che la finestra era stata trovata aperta. Gli unici che avrebbero potuto farlo sarebbero potuti essere i due giornalisti, o presunti tali (erano stati davvero inviati lì per intervistare Farley) rimasti da soli fuori dalla porta. Ma poi perché l’avrebbero fatto?

Poirot come in un puzzle, sposta i vari pezzi fino a farli incastrare perfettamente gli uni con gli altri e ricostruisce tutto il quadro: se vogliamo, l’unica cosa che avrebbe potuto rendere più plausibile la morte per suicidio, sarebbe stata la finestra chiusa; ma anche la finestra aperta era congeniale al piano, perché lo sparo altrimenti uno si sarebbe chiesto per quale motivo non si fosse sentito, se fosse rimasta chiusa. E del resto, la finestra era un elemento essenziale per la riuscita del piano. E il gattino di pezza in cosa entra nel piano di uccidere il magnate? Ha il suo valore, che è anch’esso determinante, perché Farley odiava i gatti.

E come c’entrano le mollette estensibili?

E che valore ha il fatto che Farley una settimana prima non avesse riconosciuto subito il biglietto della lavandaia che Poirot distrattamente gli aveva dato, prima di rendergli quello vero? E che valore avevano avuto la lampada e gli occhiali? E la stessa coincidenza che una settimana prima, quando era avvenuto l’incontro tra Farley e Poirot, nessuno era presente in casa, tranne Farley stesso ed il suo maggiordomo (tutti gli altri, segretario e familiari erano usciti per andare al cinema o a teatro), mentre al momento della morte erano tutti presenti (chi nella stanza adiacente, chi al piano superiore a riposare, e chi altro sullo stesso piano a dipingere)?

Due persone saranno assicurare alla giustizia, mentre la restante sarà riconosciuta innocente.

Un racconto bello, succinto, con un mucchio di indizi (non tutti esplorati a fondo), una successione dei fatti appassionanti e splendidamente resa in poche pagine, ed una soluzione avvincente.

Il racconto è stato drammatizzato nella splendida serie interpretata da David Suchet (1^ stagione, 10^ episodio) poi rieditata in dvd da Malavasi.


Un particolare che metto  in risalto è il fatto che la Christie, com’è risaputo, usasse i suoi racconti molto spesso come una sorta di laboratorio per le storie più estese; e che dei personaggi venissero riutilizzati, sia nei romanzi che nei racconti. Qui è la volta del dottor Stillingfleet,
che oltre che comparire in questo racconto, comparirà in Sad cypress del 1940 (solo marginalmente: infatti lì sarà Peter Lord, il medico della vittima, Laura Welman uccisa con una dose mortale di morfina, a rivolgersi e chiedere a Poirot di occuparsene, visto e considerato che proprio dal dottor Stillingfleet, suo conoscente, aveva saputo della brillante soluzione fornita in The Dream da Poirot), e in seguito, molto tempo dopo
in Third Girl nel 1969, in cui sarà uno dei personaggi della storia.



Pietro De Palma