martedì 28 giugno 2016

Carter Dickson : La casa stregata – I Classici del Giallo Mondadori N°1273 del 9 giugno 2011

Non tutti sanno che The Plague Court Murders, “La casa stregata”, romanzo di Carter Dickson (John Dickson Carr) del 1934, ha un sottotitolo abbastanza rivelatore: A Chief-Inspector Masters Murders. Significa, che Carr in un primo tempo, molto probabilmente, aveva pensato di incentrare una serie di romanzi, di cui il romaznzo succitato sarebbe dovuto essere il primo, non sulla figura di Merrivale quanto su quella dell’Ispettore Capo del CID, Masters. Del resto il fatto che in questo primo romanzo, Humphrey Masters dovesse avere in un primo tempo un ruolo molto maggiore rispetto a quello di Henry Merrivale, lo si desume anche dalla struttura del romanzo: infatti Masters è molto più calato nel mistero, è lui che interroga i vari testimoni tra cui si troverà il colpevole, e lo stesso Merrivale compare sulla scena del delitto almeno dopo una buona metà del libro. Inoltre, basta confrontare la figura di Merrivale con quella di Fell, per riscontrare come, morfologicamente, i due non è che si differenzino poi tanto. E infine, Masters viene presentato al lettore in ben due occasioni: la prima è quando lo si presenta come un cacciatore di falsi medium e falsi studiosi dell’occulto, pag.11: “durante il periodo della mania spiritistica che aveva invaso l’Inghilterra dopo la fine della guerra, lui era un sergente il cui compito principale consisteva nello smascherare i falsi medium”; e  il suo interesse per queste pratiche non si era mai sopito, tanto che per lui “si era trasformato addirittura in un hobby”, costruendo dei sofisticati trucchi e giochi di prestigio, nell’officina di casa sua, “circondato dall’approvazione calorosa dei figli”; la seconda è quando ne si fa una caratterizzazione fisica, pag.17: “Lo trovammo nella sala d’aspetto, in piedi: alto e grosso, con la sua espressione imperscrutabile e insieme sagace, chiuso nel suo cappotto scuro e con la bombetta stretta al petto come se assistesse al passaggio di un corteo. Portava i capelli grigi accuratamente spazzolati a coprire una chiazza di calvizie: le sue mascelle si erano un po’ appesantite e il suo viso pareva in generale invecchiato…ma gli occhi scintillavano di giovinezza….in lui non c’è nulla del modo di fare acido ed inquisitorio che di solito si attribuisce ai poliziotti”.
“La casa stregata”  è il romanzo di Carr che inaugurò la terza serie con protagonista proprio: in questa serie, quella contraddistinta dalla presenza di Henry Merrivale, H.M. altrimenti detto, soprannominato molte volte Il Vecchio, Carr ambientò la più vasta e approfondita realizzazione di Camere Chiuse della sua pur lunga produzione; e anche per non inflazionare il suo nome primitivo, firmò questi lavori con lo pseudonimo Carter Dickson.
Il Vecchio è un personaggio multiforme, sia per abilità sia per proprie anime: infatti è uomo di legge, ma anche dottore, e soprattutto nei primi romanzi appare spesso nelle qualità di Capo del Servizio Segreto Militare (detto anche MI6), anche se, quando viene presentato per la prima volta, si dice anche che fosse stato precedentemente a capo del Controspionaggio militare ( il cosiddetto MI5). Il fatto di essere a capo della “Intelligence” Militare, potrebbe spiegare il titolo nobiliare che spesso vediamo anteposto al suo nome: Sir, cioè Baronetto, anche se nel suo caso il titolo nobiliare non è acquisito in funzione di un suo merito operativo quanto piuttosto per discendenza.
In certo senso Carr è molto più tradizionale, in quanto a teoria del giallo, di quanto non lo siano altri autori: se in Bencolin la dualità conan doyliana rappresentata da Holmes e Watson è mascherata e non perfettamente visibile e semmai lo è solo intuibile, Bencolin e Jeff Marle, nelle altre due serie principali, quelle del Dottor Fell e di H.M., è molto più visibile, se non addirittura canonica. Infatti il Dottor Fell apparentemente è opposto, ma in realtà si accompagna, all’Ispettore Hadley, mentre per H.M. Holmes, il dottor Watson è rappresentato dallo sfortunato (che fa tenerezza in certo modo) Ispettore Capo Master: questo mi pare possa identificare uno dei tratti più caratteristici e geniali della scrittura carriana: la caratterizzazione dei personaggi. Siccome è un fatto incontestabile, che la coppia di investigatori, ma in generale la coppia di protagonisti, attiri più del singolo (Stanlio e Ollio, Gianni e Pinotto, Fred Astaire e Ginger Rogers etc..), Carr, inventati i protagonisti, si può dire che vi ricorra spesso; inoltre, se è tanto più innegabile che la spalla rinforzi e finisca per mettere sotto la luce dei riflettori il protagonista, il deus ex machina del romanzo, è altrettanto innegabilmente vero che di per sé la “spalla”, quando è tratteggiata sì da far intenerire, diventa molto simpatico ai lettori, perché in certo modo la totalità di essi tende ad identificarvisi. Anzi, in questo caso, Masters diventa, con la sua sfortuna ad imbattersi in delitti impossibili e camere chiuse, un personaggio quasi più simpatico di quanto non appaia lo stesso H.M.
Fatto sta che entrambi appaiono in The Plague Court Murders e il loro binomio caratterizzerà il meglio della produzione di Carter Dickson: si può dire che i primi 9 romanzi della serie raggiungano gli esiti più alti della produzione carriana (THE PLAGUE COURT MURDERS (1934), THE WHITE PRIORY MURDERS (1934), THE RED WIDOW MURDERS (1935), THE UNICORN MURDERS (1935), THE PUNCH AND JUDY MURDERS (1936) (The Magic Lantern Murders), THE PEACOCK FEATHER MURDERS (1937) (The Ten Teacups), THE JUDAS WINDOW (1938) (The Crossbow Murder), DEATH IN FIVE BOXES (1938), THE READER IS WARNED (1939); e tra i successivi qua e là vi siano straordinari capolavori, tra cui SHE DIED A LADY (1943), HE WOULDN’T KILL PATIENCE (1944), THE CURSE OF THE BRONZE LAMP (1945).
Il primo dei romanzi della serie, “La casa stregata”, vede l’entrata in scena di H.M. non all’inizio ma quando già il delitto si è consumato: infatti l’entrata in scena di H.M. segue la falsa riga di una entrata in scena in pompa magna del protagonista, come nel corso di una rappresentazione teatrale, dopo una sorta di introduzione, che qui è rappresentata da tutto ciò che accade prima che H.M. appaia sulla scena per risolvere l’enigma. E  H.M. appare per la prima volta a pag.148-149-150 (il romanzo tradotto consta di 271 pagine), solo perché il Maggiore Featherton pensa bene, rivolgendosi a Ken Blake (che è il narratore), di mettere l’indagine nelle mani di un vero esperto: “Sta a sentire, vecchio mio… – Intendete alludere a H.M…al mio vecchio capo? A Mycroft? – Sto parlando di Henry Merrivale, esatto…Pensai allo strano personaggio, straordinariamente pigro, straordinariamente garrulo e scimannato, sprofondato nella sua poltrona con gli occhietti assonnati, le mani intrecciate sul pancione, e i piedi sulla scrivania. Aveva la mania dei romanzetti da strapazzo, e si lamentava spesso che nessuno lo prendeva sul serio. Era avvocato e medico a pieno titolo, ma parlava con sovrano disprezzo per la grammatica. Era Sir Henry Merrivale, baronetto, e si piccava di fare il socialista militante. Era di una vanità colossale e aveva una provvista inesauribile di barzellette scollacciate..Avevano cominciato a chiamarlo Mycroft quando era il Capo del Dipartimento di Controspionaggio..adesso lui aveva a che fare  con i servizi segreti dell’ esercito”.
L’indagine riguarda una vicenda dai rilievi soprannaturali, quella di una dimora, un po’ inverosimile nella Londra degli anni ’30 (ma Carr sa rendere spesso verosimili delle situazioni che nelle mani di altri farebbero ridere i polli), in cui si dice alberghi un fantasma, quello del boia Louis Playge: è Plague Court, cioè in origine la sede di un tribunale. Tale dimora è di proprietà di Dean Halliday e della sua famiglia. Halliday ha chiamato in scena Ken Blake, suo vecchio amico, a presidiare ad una seduta spiritica, in cui sarà evocato lo spirito inquieto del boia, perché trovi pace; a gestire la seduta sarà uno studioso di scienze occulte, il Professor Roger Darworth, e il medium Joseph Dennis. Infatti lo spirito è uno di quelli malvagi e diabolicamente astuti e potrebbe impadronirsi del corpo di una certa persona a fargli fare quel che vuole: in vita infatti Plague non era stato solo carnefice per attività, quanto anche per vocazione: provava piacere a fare del male. Per cui era diventato il terrore di quelli che gli stavano vicino; finchè non si beccò anche lui la peste, come tutti i suoi compaesani. Suo fratello, lo cacciò dalla casa, e allora lui, prima di morire, lanciò la maledizione su chi avesse dimorato in quella casa.
Sul luogo della seduta spiritica è anche presente il Capo Ispettore Humphrey Masters, la cui presenza insolita è spiegata dal fatto che Darworth si sospetta sia un truffatore, un falso studioso dell’occulto. La notte della seduta spiritica, Darworth si chiude dentro Plague Court, mentre la seduta spiritica procede, e qui viene ucciso.
Fatto sta che il delitto è una classica Camera Chiusa: infatti la porta è chiusa e bloccata dal di dentro e le finestre altrettanto; a complicare la vicenda è il fatto che Darworth è stato pugnalato con lo stiletto originale di cui si serviva il boia, e attorno alla casetta di pietra c’è una distesa di fango, in cui non vi sono impronte : sembrerebbe quindi che la pista sovrannaturale sia la sola possibile. In realtà ci sarebbe un albero centenario, che con i suoi rami raggiunge il tetto della casetta, ma esso è talmente infracidito, che non reggerebbe il peso di qualsiasi persona che vi si arrampicasse, come dimostra bene il Sergente di polizia Bert McDonnell.
I protagonisti di questo dramma, cioè Lady Benning, Marion Latimer, suo fratello Ted Latimer, ed il Maggiore Featherton, assistono attoniti e spaventati agli eventi, tanto più che un gatto vien trovato con la gola squarciata e un grosso vaso di pietra viene lanciato dall’altro e solo per la prontezza di riflessi di Masters non becca in pieno uno dei presenti: questi fatti, dimostrano a tutti che le potenze in atto non concedono a nessuno sconti di qualsiasi genere: perché, la pesante giardiniera di pietra poteva essere stata lanciata solo da qualche spirito, giacchè sopra non c’era nessuno e l’unica via di fuga era solo ed esclusivamente la scalinata, davanti alla quale si è verificato l’incidente.
A questo punto, e qui finisce l’Introduzione al dramma, entra in scena H.M. : è una entrata plateale. H.M. viene presentato come un uomo calvo e corpulento, che fuma pessimi sigari (il modello cui Carr si rifa è Winston Churchill), che preferisce indossare cappellacci di ogni genere, che non è alto più di un metro e settanta, e porta sempre dei calzini bianchi;  e che conosce una quantità industriale di barzellette sconce: da questo punto, Merrivale ruba il posto sotto i riflettori, che prima del suo arrivo era stato riservato esclusivamente a Masters, e lo mantiene fino alla fine. Non prima però di aver sondato il passato di Darworth, perché è lì che si nasconde l’origine del dramma, e che un secondo delitto, ancor più terribile del primo, sconvolga tutti: verrà ucciso Joseph, il medium, compagno di Darworth. Non solo ucciso, ma anche intriso di benzina e buttato nella caldaia di una casa. E questo sarà la goccia che farà da contr’altare alla spiegazione di Merrivale, un vero pezzo di bravura, che lascia tutti (anche il lettore a bocca aperta). E tutti si chiederanno: possibile che…?
In realtà, la possibilità che tutto quadri è connesso al fatto che il puzzle sia completato e ogni suo pezzo, facilmente, vada al suo posto: una abilità che è legata esclusivamente alla spiegazione immaginifica di Merrivale che dimostra come quel mistero sia risolto.
A dire il vero, come ogni primo romanzo, anche questo è strutturato quasi come se fosse il primo e unico, oppure che lo stesso Carr non avesse le idee chiare sul prosieguo della serie: infatti, non solo il fatto che, solo dopo 150 pagine, Merrivale appare nel romanzo, costituisce una prova di una maturata diversa costruzione del romanzo in itinere, ma soprattutto quella misteriosa espressione che compare a pag. 161 e che non trova poi alcuna giustificazione successiva: perché infatti Carr sente il bisogno di dire che  si sta violando “le regole del romanzo poliziesco” se si pensa ad una certa maniera, se si consente l’entrata in gioco di una figura che dal di fuori, senza che nessuno la conosca, entri per ereditare le sostanze di Darworth, cioè la moglie? E perché subito dopo dice che “la persona che ha premeditato il delitto, lo ha concepito esattamente come un romanzo poliziesco”?
Secondo me è l’affermazione di chi (per l’appunto Carr), non sapendo ancora se il successo gli arriderà o meno dopo la pubblicazione di questo romanzo,  rivendica a se stesso la paternità di aver creato un romanzo perfetto, forse la soluzione al momento più geniale che lui avesse pensato: chi mai potrebbe premeditare un delitto, concependolo come se stesse scrivendo un romanzo poliziesco, se non uno scrittore di romanzi polizieschi, e in particolare colui che ha scritto il romanzo in cui si trovano queste riflessioni? Solo uno scrittore, che allestisce la trama, e che inventa un geniale delitto, che sulla carta funziona e di cui poi lui stesso, parlando per bocca di Henry Merrivale, possa rivelare la spiegazione, può premeditare il delitto, e concepirlo nella cornice di un romanzo giallo.
Insomma, può farlo solo John Dickson Carr!
Perché, nonostante la spiegazione lasci allocchiti, e spieghi tutto, questo è uno dei tanti delitti la cui estrinsecazione e spiegazione, può esser accettata solo nelle pagine del più grande inventore di camere chiuse, in un contesto letterario e d’invenzione, portati alla massima espressione.
Solo una cosa si deve ancora dire: di stare attenti a come i fatti vengano riferiti, perché essi non sono mai come nella realtà dei dialoghi vengono presentati: ogni affermazione, anche la meno discutibile, può celare un elemento di ambiguità, altrimenti..come si potrebbe spiegare tutto quanto e dimostrare che l’evento soprannaturale così sbandierato, in realtà non è mai esistito?
Pietro De Palma

sabato 25 giugno 2016

Anthony Abbot : Il mistero di Madeline (About the Murder of a Startled Lady ,1935) – Traduzione: Igor Longo – I Classici del Giallo Mondadori N.1152 del 15 febbraio 2007 – Prima edizione – pagg. 222.

Qualche giorno fa ho riletto delle note che avevo steso sulla seconda versione di Lacourbe di 99 Camere (quella del 2007) e mi sono accorto che non avevo ancora letto il solo dei romanzi di Abbot che mancasse all’appello: About the Murder of a Startled Lady (1935). Lacourbe e gli altri intervenuti alla sua riunione del 2007, infatti stilarono una seconda lista che doveva in certo senso sostituire quella di 16 anni prima che lo stesso Lacourbe aveva esteso: 99 Novels for a Locked Room Library. In questa “libreria”, il primo posto venne riservato proprio a About the Murder of a Startled Lady, di Anthony Abbot, tradotto in Italia chissà perché col titolo “Il Mistero di Madeline”.
Antonio Abate è il curioso pseudonimo in italiano, Anthony Abbot in americano, sotto cui si celò 
Charles Fulton Oursler (1893-1952), nato a Baltimora. Non molti lo conoscono in Italia, ora che Mondadori ha pubblicato tutti i suoi romanzi; figurarsi prima che ciò accadesse: era un illustre sconosciuto! O almeno “misconosciuto”, in quanto in Italia, il suo nome diceva qualcosa solo a quelli come me che avevano sentito parlare di un leggendario romanzo poliziesco (leggendario ma non certo un capolavoro, semmai una curiosità), romanzo nato da una scommessa, nel 1935, durante una cena con l’allora Presidente U.S.A. Franklin Delano Roosvelt, cui era presente lo stesso Abbot, che con il suo vero cognome era il Direttore del giornale newyorkese “Liberty” : fu proprio lui pare a pensare che dall’innocente soggetto del Presidente U.S.A. si sarebbe potuto ricavare un romanzo; e quindi allertò una serie di scrittori, allora famosi, tra cui S.S. Van Dine e John Erskine, che assieme a lui avrebbero dovuto scrivere i vari capitoli.  Il romanzo fu poi pubblicato nel 1936, e in Italia apparve in alcune edizioni, tra cui una de Il Romanzo Mensile (Le due vite di Giacomo Blake, 1937); e due, una Mondadori, 1982, negli Oscar, e un’altra nel 1993 per conto di Edizioni Olivares, con l’uguale titolo “Il giallo del presidente”. Ecco perché qualcuno in Italia conosceva già Abbot: ma quanti? Fu un notevole colpo, quello che l’allora Direttore Editoriale delle pubblicazioni da edicola Mondadori (Giallo, Segretissimo, Urania, soprattutto) Sandrone Dazieri, portò a termine consigliato dai consulenti editoriali della collana gialla, anni fa. Tanto più che, se è vero che da noi, Anthony Abbot lo conoscevano pochissimi, in America, all’epoca del Vandinismo, Abbot fu uno dei più importanti scrittori, tra i meno noti.
Abbot scrisse otto romanzi a partire dal 1930 (About the Murder of Geraldine Foster): About the Murder of A Startled Lady, 1935, è il quinto.
La storia prende l’avvio da una seduta spiritica: i coniugi Lynn, sedicenti spiritisti, riferiscono al Professor Gilman, scienziato convertitosi alla parapsicologia, di aver saputo da uno spiritom di un delitto avvenuto tempo prima: una certa Madeline sarebbe stata uccisa, fatta a pezzi e chiusa in una cassa buttata nelle acque antistanti una nota spiaggia.
Thatcher Colt, Alto Commissario e Capo della Polizia di New York, solo per scrupolo, pur non credendo affatto ai medium e affini, invia in segreto dei suoi uomini ed un palombaro a verificare la notizia, e con suo grande stupore, la cassa viene trovata, e dentro un cadavere del tutto decomposto, uno scheletro insomma, fatto a pezzi: 200 e più ossa.
In casa dello stesso Colt viene ricomposto lo scheletro, ma non risultano dati che possano essere validi per una identificazione: gli abiti sono quasi del tutto distrutti, la cassa è dozzinale, i denti della vittima sono perfetti.
La vittima è stata uccisa con un colpo in fronte, ed infatti nel cranio si sente un rumore metallico quando lo si scuote: è il proiettile di una Calibro 32. E visto che non risulta esserci stata nessuna denuncia di scomparsa riguardante una giovane donna, Colt decide di affidarsi a Imro Fitch, uno scultore fallito e tuttavia genio al tempo stesso che, mischiando conoscenze antropomorfiche e sensibilità d’artista, ricostruisce basandosi su precisi rapporti antropometrici, il volto come presumibilmente sarebbe dovuto essere.
Fitch realizza una vera opera d’arte e da vita allo scheletro; non solo, basandosi sui pochi resti di vestiti, ne trova di simili, vestendo quella che sarebbe dovuta essere Madeline nel suo ultimo giorno di vita. Da qui prende le mosse l’indagine vera e propria: si arriva alla identificazione della vittima: Madeline Swift, 22 anni.
Gli stretti familiari della ragazza rivelano un ambiente fortemente represso: padre e nonno paterno fanatici religiosi: nonno, costruttore di amuleti; il padre, commerciante di spartiti e dischi; la madre, modista, asservita al padre; una sorella, Verna, ricoverata per esaurimento nervoso. Insomma un ambiente che mal sopportava l’esuberanza di Madeline, ragazza descritta troppo moderna per quell’ambiente così all’antica (una forma di reazione?): fumava, beveva e collezionava storie d’amore. Finchè..finchè si era innamorata di un certo Alfred Keplinger, uno studente universitario. E da lì era derivata una furibonda lite col padre, che non ne voleva sapere che la figlia frequentasse un tale individuo.. Insomma..emergono i primi moventi ed i primi sospetti.
Pare che la ragazza fosse spaventata: da chi? Non si sa. Diceva che un misterioso personaggio la stesse seguendo: viene scovato un tassista che aveva portato la ragazza: non sa dove fosse andata ma sa da dove l’avesse presa in macchina: la casa è quello di un uomo politico democratico molto influente,Daniel O’ Toole, collegato al Procuratore Distrettuale, le cui elezioni sono a breve termine.
Poi, interrogando Keplinger, si viene a sapere che era uno studente di medicina, che racconta come la sua Madeline fosse un’incompresa etc etc. Ma non dice tutto. Colt se ne accorge e mette sotto sorveglianza il centralino del palazzo in cui dimora e da qui viene confermato il suo sospetto: il giovane parlando alla sorella afferma di non aver detto tutto. Morale della favola: Keplinger viene fermato.
Dalle indagini si viene a sapere che:
- l’uomo politico ha distrutto un maglione sporco di sangue nella caldaia del suo palazzo;
-un uomo fantomatico seguiva Madeline;
-Madeline si era incontrata con un’altrettanta fantomatica signora all’Hotel Waldorf Astoria..;
-Keplinger risulta essere innamorato della sorella di Madeline;
-La sorella di Madeline, Verna, frequentava sedute spiritiche;
-nella camera di Keplinger viene trovata una pistola, una 32 che risulta essere compatibile con quella che ha sparato;
-Keplinger non ha alibi, mentre quello della sorella Josephine, che aveva detto di essere stata ricoverata in quel tempo, risulta fasullo, perché risultata dimessa dall’ospedale la sera prima dell’omicidio;
-l’uomo politico democratico, aveva una figlia compagna di Madeline: durante una gita, l’auto aveva subito un guasto e mentre la figlia andava a cercare aiuto e lui restava con Madeline, questa mentre lui si era appisolato, si era ubriacata. Così il padre di Madeline, in base alle testimonianze di coloro presso cui l’auto era stata trasportata per le riparazioni, pur conoscendo la figlia e sapendo che lui non c’entrava nulla, l’aveva ricattato, minacciandolo di rivelare lo stupro della ragazza (che non era più vergine..ma da tanto tempo!) e l’ubriacatura, tutte cose che avrebbero distrutto la sua carriera politica. Per molti anni l’aveva ricattato. Ed ora che la ragazza era arrivata alla maggiore età, il padre voleva che fosse lei a continuare a ricattarlo;
-nel bagno di casa Keplinger vengono ritrovati strumenti chirurgici e delle macchie di sangue vicino alla vasca da bagno;
- si scopre che la signora dell’Hotel era la sorella di Keplinger, fermamente decisa ad impedire in qualsiasi modo le nozze tra il fratello e Madeline;
-interrogati gli spiritisti, e soprattutto la medium Eva Lynn, Colt scopre che la voce che le aveva rivelato dove trovare la cassa con le ossa umane, non l’aveva sentita in trance né tantomeno l’aveva sognata, ma era una presenza nella sua camera; tuttavia la cosa strana è che nel momento in cui lei sentiva queste cose era sola: non c’era nessun altro, nemmeno il marito, e la porta era chiusa da un catenaccio internamente. Vien fatto un sopralluogo: se ad un primo tempo si pensa ad un microfono occultato e collegato al cavo dell’antenna, si scopre che la derivazione era ricoperta da una ragnatela, segno che era stata posta all’angolo della finestra un tempo antecedente all’arrivo dei Lynn. Questo spinge Colt a esaminare più approfonditamente la stanza, trovando un pannello rimovibile ed un foro al suo interno che comunica con l’appartamento adiacente.
Insomma come si vede, molti sospetti e poche prove. Colt capisce chi sia l’assassino/a, ma non può provarlo. E allora tenta il tutto per tutto: affidandosi all’ improvvisazione, saputo che O’Toole è morto per strada per un infarto, fa sapere in giro invece che l’uomo è stato ferito mortalmente per strada mentre gli stava portando la prova che lo scagionava, accusando il vero assassino. E così davanti al cadavere viene messo un microfono: Colt dice che sta dicendo il nome dell’omicida prima di morire, e l’omicida si rivela dicendo di non aver ucciso per volontà. Chi sarà mai?
Abbot comincia questo romanzo riallacciandosi idealmente all’inizio di About the Muder of the Clergyman’s  Mistress, secondo suo romanzo, in cui viene trovato un cadavere non identificato. Dal ritrovamento partono le indagini: l’atmosfera in entrambi è sinistra con delle punte di “macabre” che inAbout the Murder of a Startled Lady raggiungono toni parecchio accentuati. Se tuttavia potremmo dire che l’inizio sia pressappoco simile, da quel momento in poi i due romanzi divergono profondamente.
Diciamo subito che l’assassino si immagina molto tempo prima chi possa essere: Abbot si discosta abbastanza sensibilmente dai primi romanzi, laddove la rivelazione arrivava nelle ultime pagine.
E’ una cosa risaputa infatti che i romanzi di Abbot seguano due distinte maniere di concepimento: i primi quattro romanzi (scritti tutti entro il 1932) sono più o meno tutti riconducibili al vandinismo (plot molto spettacolari, rivelazioni nelle ultime pagine, descrizioni particolareggiate, indagini in luoghi ben definiti, struttura del romanzo in cui si conceda molto alla deduzione del soggetto e poco alle prove scientifiche): About the Murder of Geraldine Foster (1930), About the Muder of the Clergyman’s Mistress (1931), About the Murder of the Night Club Lady (1931), About the Murder of  the Circus Queen (1932); quelli che vengono scritti a partire dal 1935, se ne differenziano: plot meno spettacolari anche se sempre complessi, la deduzione viene messa in un angolo a favore di una indagine più serrata, lo stile è meno elaborato e più fluido, le prove scientifiche trovano sempre più spazio nell’indagine poliziesca: About the Murder of a Startled Lady (1935), About the Murder of a Man Afraid of Women (1937), The Creeps (1939), The Shudders (1943).
L’abbandono del vandinismo lo si nota chiaramente anche nell’abbandono della formula costruttiva del titolo, cosa che è sensibilmente tipica sia dei romanzi di S.S. Van Dine, sia di quelli di Ellery Queen fino a  Halfway House, “La casa delle metamorfosi”(il cui primo titolo sarebbe dovuto essere The Swedish Match Mystery): se è visibile a partire dal 1937, è però altrettanto vero che già prima di quella data Abbot aveva mutato il suo stile nella realizzazione di un romanzo poliziesco: più spazio all’indagine della polizia (già Abbot tende a differenziarsi da Queen e Van Dine, nel momento in cui crea il suo primo romanzo, in quanto il protagonista non è un dilettante colto e snob, quanto addirittura il Capo della Polizia: se in Van Dine la Polizia era rappresentata da chi era spalla semmai dell’investigatore, vero deus ex machina dell’indagine, nella figura del Procuratore Distrettuale Markham, e in Ellery Queen dal padre dell’investigatore, un Ispettore di Polizia; e se in altri autori, nati nel solco del vandinismo, il primo detective era sempre un investigatore proveniente da classe agiata, colto, e che aiuta la polizia (Rufus King, Stacey Bishop, Rex Stout, Rufus Gillmore), bisogna riconoscere ad Abbot l’aver inaugurato un altro filone vandiniano cui si uniformeranno altri autori, per esempio il Charles Daly King del Tenente Lord, il cui primo romanzo risale al 1932, Obelists at Sea, “In alto mare”. E’ curioso riscontrare, ma evidenzia evidentemente un mutamento di gusto a partire dalla abbondante seconda metà degli anni trenta, il fatto che sia Abbot, sia Ellery Queen, sia lo stesso C.Daly King, tutti autori nati nel solco del vandinismo puro, mutino il modo di costruire il titolo del romanzo: infatti anche C.Daly King, di cui parleremo un giorno più approfonditamente, presenta sino al 1935 la ricorrente ripetizione “Obelists” cui segue il sostantivo che identifica il romanzo, datando invece dal 1937, più o meno gli anni in cui gli altri due mutano il loro modo di intitolare le proprie opere, il cambiamento di intitolazione: di quell’anno è infatti  Careless Corpse: A Thanatophony.
Quello che emerge da “Il mistero di Madeline”, è l’azione investigativa che non è riservata esclusivamente all’investigatore di turno, quanto è la sommatoria di tutta una serie di indagini parallele che possono portare fuori strada ma anche a risultati concreti: Abbot inaugura in sostanza una specie di Procedural, che alleggerisce di molto la lettura, in quanto pur non essendo un Hard Boiled, gli si avvicina notevolmente, in quanto “ad azione”: è chiaro come questo nuovo genere tendesse in taluni scrittori ad influenzarne gli esiti creativi: Tuttavia, se la lettura risulta facilitata di molto, è altrettanto vero che la spettacolarità del plot subisce un colpo decisivo: l’atmosfera delittuosa non è mai la stessa che ci si possa aspettare e riscontrare nei primi suoi due romanzi, o anche nel terzo.
Il romanzo è stato purtuttavia, come dicevamo nella presentazione, scelto da Roland Lacourbe per la sua 99 Novels for a Locked Room Library: c’è quindi una Camera Chiusa? Sì, ma pur essendo importante per la soluzione, per gli sviluppi che ne conseguono, non è tuttavia collegata strettamente al delitto in quanto tale: se proprio devo esprimermi, secondo me la scelta di questa camera chiusa mi sembra essere stata un po’ forzata, come se non si trovasse altra novella che per tutti quanti i presenti potesse essere inserita appieno nella lista. Del resto la presenza di un foro che comunica con l’altra stanza, occultato da un pannello rimuovibile, all’interno di un armadio a muro, mi sembra un particolare alquanto risibile, perché si possa parlare di Camera Chiusa: è come se si introducesserod’amblè  anche i passaggi segreti, tra i modi per cavarsi d’impaccio!
Tuttavia l’impossibilità manifesta è data da un catenaccio che chiude internamente la porta, dall’assenza di altre persone al di là della medium, dal fatto che un qualsiasi microfono da collegarsi magari  al cavo dell’antenna della radio non fosse stato ritrovato e che ci fosse addirittura una ragnatela sul cavo di rame esterno alla finestra a significare che nessuno avesse trafficato da parecchio tempo, da ben prima che arrivassero ad abitare lì i Lynn. La presenza di una ragnatela potrebbe collegare idealmente questo romanzo ad uno di Halter (La tela di Penelope, nel titolo italiano) in cui la tela di un ragno, su una finestra, è tuttavia connessa direttamente alla camera chiusa, se non ci fosse altra opera di Talbot (molto rara: The Hanging Rope), del 1946, in cui una ragnatela, quella dell'argiope, caratterizza la Camera Chiusa, anche se giunge ad un traguardo opposto a quello di Halter. 
Se tuttavia metto in dubbio che questa camera chiusa potesse a tutti gli effetti competere con tutte le altre presentate in quella lista, è soprattutto però per un ragionamento psicologico: Carr, seppure statunitense era britannico di adozione, e gli inglesi hanno alle spalle tutta una letteratura sovrannaturale (letteratura fantastica, gotica, ghost-story) in virtù della quale la situazione impossibile di una Camera Chiusa, se viene razionalmente successivamente ricondotta ai recinti della ragione (salvo proporre una parallela soluzione ne La Corte delle Streghe), inizialmente a ben donde può avere una caratterizzazione sovrannaturale: si realizza pertanto quello scontro tra opposte nature, che determina uno sviluppo interessante dell’azione, all’interno della trama; pertanto anche uno sviluppo come quello messo in atto da Abbot, nel caso fosse stato praticato da Carr, forse, dico forse però, avrebbe potuto avere una scusante. Per Abbot, invece, statunitense anche lui, Thatcher Colt è un personaggio troppo razionalista e troppo sprezzantemente antispiritualista perché un espediente del tipo “seduta spiritica” potesse qui, in questo romanzo, avere un’influenza sul lettore, e sull’atmosfera del romanzo. Così se una seduta spiritica si verifica in Carr o in Christie, il lettore prova una certa inquietudine; se la stessa si verifica in Abbot, almeno in questi primi romanzi, il lettore non pensa minimamente alla possibilità che la seduta spiritica possa essere stata vera, e dà per scontato che la voce sentita sia stata il prodotto di qualche marchingegno nascosto.
Ecco perché a parità di situazioni impossibili, a me risulta essere molto più interessante come Camera Chiusa, quella presente in About the Murder of the Night Club Lady (1931) che, pur derivando dalla trovata inventata da Edgar Wallace ne The Four Just Men (1905), se ne differenzia parecchio.

Pietro De Palma

martedì 21 giugno 2016

Joel Townsley Rogers : La fune sospesa (The Hanging Rope, 1946) – trad. Alessandra Roccato – vol. 3 di Delitti Impossibili – Editrice Garden, 1994


Rogers è conosciuto soprattutto in Italia per La Rossa Mano Destra (The Red Right Hand,1945) opera che assomma in sè mistero, orrore, fantasy e una vena di bizzarria non certo poco evidente. E sicuramente quest’opera merita il favore del pubblico e della critica. Purtuttavia Rogers, non ha scritto solo quella cosa, ma..moltissimo altro. Anzi, The Red Right Hand, è solo una delle tante opere che scrisse. Rogers fu un autore non tanto di romanzi lunghi o brevi, ma di racconti: ne scrisse a centinaia. Ecco qui un’estratto di una lettera che scrisse negli anni ’60 ad un certo Mr. Vreeland:


How did I come to write stories? In college I’d done poetry and editorials and stories and articles for the college magazines. In the fall of ’19, fresh from the service, jobs were scarce, and so I began writing. For absurd magazines called Snappy Stories, and the like. Better than working at a job, I thought. For three years I wrote a little book-review magazine in New York, and became a kind of pundit….But I didn’t [stay with that job], because I’d got married, and the job didn’t pay enough. So I began writing reams and reams of imaginary war flying stories, for swarms of magazines which were popular at the time. And when the magazines died away, it was too late for me to get an honest job. In fact, if one says one has been a fiction writer, it is like saying one has been a strip-tease artist. You may have a brain, but it is doubtful.
E lo stesso The Red Right Hand fu un ampliamento di una storia scritta e pubblicata sullo stesso magazine sul quale venne pubblicato The Hanging Rope: infatti la prima storia breve da cui fu tratto il famosissimo romanzo, fu pubblicata nel Marzo 1945 su New Detective Magazine, a differenza di The Hanging Rope che fu pubblicato nel settembre 1946. C’è  tra le tante, un’altra storia che vale essere ricordata, di Rogers, che è il suo ultimo romanzo The Stopped  Clock, 1985: un thriller mozzafiato, giocato sulla speranza che l’assassino che ha abbandonato una donna morente non torni a finire il lavoro prima che ella sia riuscita a barricarsi in casa (in qualche misura, il lettore fa il tifo con la donna perché si salvi). Due romanzi quindi. Non unici. Ci sono infatti anche altri romanzi propriamente detti di Rogers, che sono Once In A Red Moon, e Lady With The Dice. Ci sarebbe anche Never Leave My Bed, che però pare sia una revisione di The Stopped Clock.
Però oltre a questi romanzi, ne ha scritto anche uno breve, una sorta di lungo racconto (ma io opterei più per l’accezione “romanzo breve” perché di poco, ma sempre sostanzialmente, l’opera supera la soglia delle 100 pagine che è accettata come un limite perché si possa cominciare a parlare di romanzo), The Hanging Rope. Il romanzo, è stato dimenticato per tantissimo tempo e solo nel 1990 è stato riscoperto da Robert Adey (autore della Bibbia delle Camere Chiuse, Locked Room Murders and Other Impossible Crimes: A Comprehensive Bibliography) e di Jack Adrian, che assieme hanno realizzato un’antologia vorrei dire storica, The Art of the Impossible,contenente novelle e racconti di assoluto valore, in cui accanto a opere più conosciute (ma non moltissimo) ve ne sono alcune quasi del tutto sconosciute. E’ il caso di quest’opera di Rogers.
In Italia, fu pubblicata nell’ambito del volume N.3 dell’edizione italiana, approntata dall’Editrice Garden di Milano (ma come fece a soffiarla a Mondadori?), consistente appunto in tre volumetti, intitolati “Delitti Impossibili”. Nel terzo appunto, oltre all’opera di Rogers, sono presenti opere di Walkmann, Perowne e Atkinson.
Daniel McCue vive al quarto piano di un grande palazzo lussuoso, in un grande appartamento signorile: è un ricco imprenditore che fa anche il politicante.
Ogni sera, e la sera del fattaccio pure, lo vanno a trovare due suoi amici: il suo avvocato Paul Bean, che oltre che legale è anche suo amico (il quale dopo averlo lasciato, per strada viene fatto oggetto di uno scherzo da parte di ragazzacci, cade, si sbuccia un ginocchio e le palme delle mani, e sanguinante torna a casa sua, senza che nessuno per strada sia stato presente al fatto né l’abbia pertanto aiutato) e Padre Finley, un prete devoto alla causa dei gatti abbandonati, mite e bislacco. Entrambi tuttavia, sono usciti dal palazzo ben prima che si appurasse che qualcuno avesse ucciso il vecchio McCue, e il testimone che lo conferma è Boaz, l’omino dell’ascensore. E quindi parrebbe che non c’entrino proprio con l’omicidio del vecchio compiuto con l’ausilio di una bottiglia di champagne che l’amico oltre che ex-genero Paul Bean gli ha portato in regalo per il compleanno, e poi con l’attizzatoio: ma, se Paul Bean ritorna a casa con le mani insanguinate, il prete entra in un palazzo poco distante da quello in cui è morto il vecchio McCue, in cui lui sa che non c’è nessuno, per trovare un gatto.
Tuttavia in quel palazzo, mezzo disabitato, in un appartamento spoglio, privo di suppellettili che non siano quasi solo  un letto, un tavolo ed una macchina da scrivere, vive anche il famoso commediografo Kerry Ott, sordo, lì dimorante, nel silenzio più assoluto, affinchè trovi l’ispirazione per la sua nuova commedia.
Tuxedo Johnny Blythe è quello che dà l’allarme. Ex tenente di polizia, proveniente da Washington, arrivato all’appartamento di McCue, di cui è ex genero avendo sposato la di lui figlia, prima che questa si risposasse a Paul Bean e se ne divorziasse, trova la maniglia della porta di casa sporca di qualcosa che sembra sangue. Spaventato dal sangue, scende le scale e trova che il portiere, tale Ignaz Slipsky che indossa l’uniforme della polizia di ronda, ma che anche lui dalla polizia è uscito (ma Tuxedo non lo sa).  A quello che gli conferma che nessuno è uscito, dice che la porta è bloccata, avendo provato ad aprirla utilizzando la sua chiave e non essendoci riuscito.
Insieme decidono di entrare in casa e quindi dal di fuori, dai balconi. Il custode, Rasmussen, altro tipo strano, dice loro che ha visto il diavolo uscire dall’appartamento del vecchio Dan: vi si sarebbe recato per riprendersi l’anima del vecchio indemoniato.
Quando Tuxedo e Slipsky arrivano sul balcone al quarto piano grazie alla scala antiincendio e rompono il vetro, si trovano davanti al cadavere di Dan: con le mani rattrappite nell’atto di afferrare i bordi del Bukkara persiano, vicino alla scrivania Luigi XV, e la nuca sfondata da una pesante bottiglia di Champegne (che gli ha portato Paul) e da selvaggi colpi di attizzatoio. Mentre Johnny va a vedere la porta d’ingresso (per accertarsi se sia chiusa dall’interno) e non si accorge che dietro a lui c’è Slipsky, si sente un grido lacerante proveniente da una delle altre stanze. Tuxedo si slancia verso una di essa, e un secondo dopo Slipsky lo trova frastornato presso il cadavere di Kitty Kane, la bellissima Kitty, cui qualcuno ha reciso la giugulare: il sangue caldo sta ancora uscendo a fiotti dalla mortale ferita del collo. Nessuno ha però visto l’assassino, che è sfuggito ai due in un niente. Sarebbe potuto uscire dalla porta, ma la trovano bloccata dalla catena interna, e dal balcone non è uscito perché Rasmussen lo avrebbe visto. E allora? Come ha fatto? Unica possibilità è la finestrella del bagno, che si affaccia però su una parete liscia e senza appigli. L’unica possibilità sarebbe una finestrella dirimpetto, appartenente ad un altro stabile: guarda il caso strano,  la finestra si affaccia nell’appartamento adesso abitato dal famoso commediografo Kerry Ott, che vive in un suo mondo privo di suoni: Ott infatti è sordo. Possibile che sia stato proprio Ott? Oppure sono stati Padre Finley, che pochi istanti prima è stato visto da Slipsky e Boaz, l’uomo dell’ascensore, andare via; o Paul Bean, andato via ancora prima di Finley, da casa di McCue? Il fatto è che i due uomini avrebbero un alibi inattaccabile che è dato proprio da Slipsky; eppure il primo, che abita nello stesso palazzo di Ott, e sul suo stesso pianerottolo, tra miriadi di gatti, è stato visto con i guanti sporchi di sangue (ma lui dice che era la carne che dà ai suoi gatti) ed uno lo ha perso a casa di Ott, dove è entrato ignorando che l’avesse presa in affitto il commediografo, da pochi giorni; invece Bean è stato aggredito per strada dai terribili figli di Kitty Kane, ferendosi e venendo rapinato del borsellino, che poi viene trovato a casa di Ott: sono stati loro a perderlo o è stato Ott, penetrato attraverso la finestrella? Il fatto è che per porre in comunicazione le due finestre sarebbe servita una scala o un’asse come quelle utilizzate dai pittori per dipingere le pareti delle stanze. E in effetti una, nell’appartamento occupato da Ott, viene trovata.
A occuparsi delle indagini è “Big” Bat O’Brien, Ispettore della Squadra Omicidi, che girerà, annasperà, e sarà fuorviato nelle indagini finchè Kerry Ott, con la complicità involontaria di un’argiope, dimostrerà che quella finestrella non sarebbe mai potuta essere utilizzata, per via anche di una ragnatela che la ricopriva totalmente. E farà comprendere all’ Ispettore chi mai possa essere stato a compiere due delitti assolutamente straordinari.
Opera di assoluto rilievo, è un vero pezzo di bravura. Possiede una tensione che accompagna il lettore fino alla fine, fin anche dopo la stessa individuazione dell’assassino, perché il finale è costruito come un thriller: riuscirà l’assassino a farla franca oppure no? Riuscirà grazie alla via di fuga che ha messo a punto, appunto una fune sospesa, ad evitare di essere preso?
Nel finale si risolvono anche le morti del figlio di Dan e della figlia, sposatasi prima a Johnny Tuxedo Blythe e poi a Paul Bean, e morta a causa di un’infezione da tetano, rimediata grazie al graffio di un gatto, portato da Padre Finley. E lasciano intravvedere un piano assolutamente diabolico.
Il romanzo ha poi delle caratteristiche che lo rendono se non unico, almeno raro: il plot ha un’atmosfera fortissima, che quasi tramuta la vicenda poliziesca in un una di orrore, per la bizzarria della situazione e per le componenti che Rogers lascia intravedere, curando di dare a ciascun personaggio un’aria benevola che contrasta e stride con una più nascosta: in questo, e nel finale per nulla scontato, può ricordare Fredric Brown o Philip Bardin. Ma una caratteristica ancora più diretta e riconducibile esclusivamente a lui, differenziandolo da tutti: è il suo stile letterario, che utilizza una lingua desueta talora, con vocaboli esclusivi. La costruzione stessa dei periodi, si avvale di una sintassi fortemente ricercata, quasi che prima di scrivere la frase, ne pesasse l’impatto sul lettore Talora possono risultare anche grottesche se non surreali.
Una tale prospettiva farebbe pensare ad una lentezza di scrivere, ma evidentemente in Rogers era una caratteristica innata il saper e il voler scrivere in siffatto modo, se pensiamo alle centinaia di racconti che scrisse. Da un certo punto di vista, della bizzarria e dell’orrore, le sue opere mi ricordano anche quelle di Stanley Ellin.
The Hanging Rope , da un altro punto di vista è una sorta di sintesi di Mystery (i due delitti impossibili) e di Hard Boiled. Da questo secondo genere, prende l’atmosfera claustrofobica, realizzata quasi esclusivamente in ambienti interni, e i temi trattati:c’è il commediografo che  ricorda tanto il giornalista di turno, c’è il politicante inviso (Dan McCue), c’è la femmina fatale (Kitty Kane), c’è l’assassino triste.
Tuttavia al di là dello stile barocco e ricercato (un esempio, a pag.93, è la descrizione della ragnatela:“Non è la tela sciatta e disordinata, tessuta alla bell’e meglio in un quarto d’ora da un teridio, ma il lavoro paziente di un argiope, una tela ottagonale, geometrica, impeccabile, con quattro raggi di seta. Un lavoro che richiede tempo. E’ un’opera di alto lavoro artistico” ), è da dire che il modo di colloquiare, rapisce il lettore. Mi ha ricordato – paragone certamente ardito – il modo di impostare la scrittura de À la recherche du temps perdu di Marcel Proust, con una tortuosità semantica che gira e rigira su un determinato fatto fino a rivelarne gli aspetti nascosti oltre che quelli visibili. Questo girare continuo sulle situazioni, fa sì che i sospetti siano gettati anche per le cose che apparirebbero più ovvie, su tutti i personaggi che compaiono nella trama: per esempio Paul Bean, che cade per strada, sbeffeggiato dai terribili figli di Kitty Kane, donna amata in passato da più d’uno dei personaggi, e che si concede al vecchio Dan. Non ci sarebbe nulla di strano se cadendo, Bean si fosse sbucciato le ginocchia e si fosse graffiato le palme delle mani e quindi sanguinasse; ma..il sospetto che gli fa cadere addosso Townsley Rogers è che quel sangue possa essere anche quello del vecchio Dan (quindi Paul sarebbe ritornato dopo essersene andato, nell’appartamento di Dan).
L’ultima cosa che mi val la pena di sottolineare è che la brillantissima uscita di Orr riguardante la tela del ragno, che in sostanza conclude ante litteram il romanzo, perché il finale non è realizzato per catturare l’assassino ma per far sì che egli esca di scena in modo spettacolare (si osservi come l’incedere nella novella sul tema del sangue: sulla maniglia della porta, sulle piastrelle del bagno, che sgorga dal collo di Kitty, che sgorga da quello dell’assassino, è forse la caratteristica più evidente di un barocchismo orrorifico, che è nel tempo stesso molto spettacolare e cinematografico: ognuna delle sequenze è come se fosse concepita come una posa ben distinta dalla successiva). Tuttavia è interessante sottolineare il particolare della ragnatela dell’argiope in quanto mi pare sia la diretta fonte di ispirazione per altra ragnatela che in altro romanzo, a noi più contemporaneo, ricopre il telaio di una finestra, come un vero vetro: sto parlando de La toile de Pénélope, di Paul Halter.
In un colloquio che ho avuto con lui tempo fa, gli chiesi, sempre ossessionato dalle citazioni e dai rimandi presenti nelle opere dello scrittore alsaziano, quando egli avesse preso dalla novella di Rogers l’idea della tela del ragno (precedentemente pensavo egli avesse utilizzato l’idea della tela di ragno sul balcone della finestra in un romanzo di Abbot, ma che non copriva tutto il telaio, come qui e poi nel romanzo di Halter). La mia domando lo spiazzò, perché ignorava che un altro romanziere avesse avuto la stessa idea. Poi si ricordò che avrebbe dovuto avere un romanzo simile, e alla fine mi rivelò che aveva letto il romanzo di Rogers dagli anni ’80 ma che non si ricordava proprio di quel particolare.
Ecco la mia domanda, in inglese e risposta sua in francese (talvolta uso il francese altre l’inglese, così come mi viene):
DP – For some time I believed that you had invented La toile de Pénélope, applying the spider web, which is found in About the Murder of a Startled Lady by Abbot. Instead, a few days ago I picked up a collection edited by Adrian & Adey, and I read a short novel, of which I put off reading for a long time, written by Townsley Rogers: “The Hanging Rope”, in which there is a spider web which occupies the entire window, across which would pass the murderer, if the spider had not been there. The idea of applying the idea from Rogers was yours?
Prima mi rispose così:
PH – Bonjour Pietro
Pour répondre à votre question : non, je n’ai jamais lu ce livre.
Comme je vous l’ai dit, l’idée vient de Vincent Bourgeois, qui pensait – j’en suis sûr – sincèrement qu’elle était tout à fait originale. Igor lui-même le croyait aussi après avoir lu La Toile de Pénélope.
Sur ce, je vais voir si ”The Hanging Rope” a été traduit en français…
Amicalement,
Paul
Poi, qualche giorno dopo, aggiunse:
Juste ce petit mot pour vous dire que, chose incroyable, j’avais dans ma bibliothèque les deux livres que vous avez cités. Ce sont les noms en anglais qui m’ont trompé!
Ainsi, The haning rope, de JTRogers est : Cauchemar d’une nuit d’été. Je l’ai relu séante pour constater que, en effet, une des issues (immeuble voisin) était bloquée par une toile d’araignée ! J’avais lu ce livre fin des années 80 et vraiment je ne me souvenais plus de ce détail.
Traspare la sua incredulità che un altro abbia inventato la sua cosa parecchi anni prima. Più di quaranta! E quindi ci credo che non fingesse, per come lo conosco. No, sicuramente non si ricordava di aver letto della tela, quando scrisse La tela di Penelope! Ma io credo che il riferimento si fosse comunque sedimentato in lui, inconsciamente, e poi avesse prodotto la trovata della tela del ragno che occupa il telaio della finestra.
Comunque sia tuttavia i due romanzi differiscono nella soluzione che è diametralmente opposta: in Rogers, la presenza della ragnatela impedisce che la finestra possa essere stata utilizzata come entrata del fantomatico assassino; in Halter, la presenza della tela del ragno non è di per sé un fatto che impedisca l’azione, perché egli, superandone l’ostacolo, spiega attraverso Twist come quella finestra sarebbe potuta essere utilizzata. In sostanza in Halter c’è il superamento dell’idea base, realizzando il “plus ultra”, rispetto all’altro, tenuto conto che però in Rogers, a legittimare la ragnatela è poi la constatazione che la finestra comunque era bloccata e inchiodata.
Insomma, l’idea della tela del ragno è la stessa, ma cambia tutto il resto.
Pietro De Palma

sabato 18 giugno 2016

Edward D. Hoch: Il delitto impossibile (The Impossible Murder, 1976) - trad. Alessandra Roccato - contenuto in "Delitti Impossibili vol.2", Garden Editoriale, 1993

Le serie di Edward D. Hoch sono 14, ma di queste, quelle più conosciute, sono principalmente 4, cioè quelle che hanno per protagonista: Nick Velvet, un ladro professionista, che ruba oggetti insignificanti per non meno di ventimila dollari ad impresa; il Capitano Jules Leopold capo della Squadra Crimini Violenti, che opera nell'inventata città di Monroe assieme ai suoi assistenti il Tenente Fletcher e il Sergente Connie Trent, che normalmente ha a che fare con precedurals, ma talora si trova a risolvere crimini impossibili e camere chiuse; il Dr. Sam Hawthorne, che risolve esclusivamente Crimini Impossibili e Camere Chiuse; Simon Ark, un uomo sui sessanta anni, che in realtà vive da 2000 essendo un apparternente alla chiesa copta, che sconta una maledizione: quella di non aver aiutato Cristo a portare la croce, e per questo deve cercare il male sulla faccia della terra e sconfiggerlo: ovviamente le storie in cui si trova coinvolto hanno caratteristiche sovrannaturali anche se poi risolve pur sempre omicidi umani.
Oggi presentiamo una storia col Capitano Leopold - che è contenuta in una splendida antologia di Bob Adey & Jack Adrian, pubblicata da Garden Editoriale, anzichè  da Mondadori (chissà perchè poi !) e  più precisamente nel volume 2 dei tre che furono messi in in vendita - dal titolo: Il Delitto Impossibile. Di questa storia vi sono due  edizioni diverse: la prima in EQMM del Dicembre 1976, col titolo in inglese rispecchiante il titolo italiano tradotto : The Impossible Murder; la seconda apparsa altrove, col titolo Captain Leopold and the Impossible Murder. E' infine da notare come questa storia non appartenga alla raccolta pubblicata nel 1985, Leopold's Way (con introduzione di Nevins Jr.), che riuniva 19 storie di Captain Leopold.

Mentre sta tornando a casa, il Capitano Leopold viene avvisato dal suo assistente, il Tenente Fletcher, che in una complanare della superstrada, hanno trovato il corpo di un uomo strangolato, alla guida di un'auto, imbottigliata, come le tante di una interminabile fila, nel traffico di fine giornata. 
A trovare il corpo era stato l'automobilista dell'auto che la seguiva che, innervosito dal fatto che l'auto davanti alla sua,  ai ripetuti colpi di clacson non si muovesse, era sceso dalla sua auto e aprendo la portiera dell'auto aveva trovato l'uomo strangolato, con un pezzo di corda ancora stretto al collo. Non era stato possibile muovere alcuna accusa all'uomo, un idraulico, perchè l'automobilista dell'auto immediatamente dopo quella dell'idraulico aveva confermato la dinamica dell'accaduto, e per di più la morte dell'uomo risaliva a oltre mezzora prima. 
Leopold si trova dinanzi un altro delitto impossibile, anzi il più impossibile dei delitti impossibili che gli siano mai capitati: quello di un cadavere che andava girando da solo in auto, a meno che non si consideri l'altra ipotesi, altrettanto strampalata, che cioè Vincent Conners, un agente di cambio che guadagnava molto bene, volendo suicidarsi chissà per quale recondito motivo, abbia deciso di farlo strangolandosi con una corda mentre guidava l'auto nel caotico traffico di fine giornata.
Non sapendo da che parte iniziare, Leopold va a casa  della moglie di Vincent, Linda Cornell che, pur affranta dal dolore, gli racconta la storia della famiglia di Vincent e di come il padre di Vincent, a sua volta, fosse morto in auto, dissanguato dopo un incidente di caccia. Oltre lei,e i figli, i parenti più prossimi di Vincent sono le sue due zie, Zia Flag e Zia Gert, due vecchiette arzille, sorelle del padre: zia Flag è la più giovane delle due, e assiste da molti anni zia Gert, la più grande e l'unica che in casa, negli anni immediatamente posteriori alla seconda guerra mondiale, avesse un'automobile. Da questo e dalla sua osservazione della proprietà di famiglia, capisce che la famiglia di origine di Vincent, il padre e le due zie, era di estrazione abbiente. Qui gli viene confermata la storia della morte del padre di Vincent, dissanguato sul sedile posteriore dell'auto, che le due sorelle ancora conservano come un cimelio, in un vecchio garage monoposto vicino alla loro casa.
Leopold non sa che pesci prendere ma gli comincia a frullare una certa idea: e se qualcuno, sulla base del delitto antico, per qualche motivo avesse deciso di simulare un'altra morte in auto? Decidono di investigare sulla moglie e su un collega del marito, di cui hanno colto degli atteggiamenti molto confidenziali con la donna. Non approdano a nulla: la moglie sembra irreprensibile, e il collega del marito pure. Ma comunque vengono tenuti sotto controllo, e qualche giorno dopo lei viene beccata ad uscire dal retro per incontrarsi con qualcuno che però non è il collega del marito ma...
Leopold ha capito la dinamica dell'omicidio e come esso sia potuto diventare un delitto impossibile. Ma ha capito anche come sia avvenuto l'omicidio e non l'incidente di caccia, del padre di Vincent, molti anni prima. La molla del ragionamento gli era stata data da zia Flag: al momento dell'incidente, il fratello era con la moglie. Sulla base di ciò, lui sarebbe stato posto sul sedile posteriore e lì sarebbe morto mentre la moglie guidava per salvarlo, e questa è la storia che gira; tuttavia Leopold non pensa che sia andata così, e zia Flag dice che ad uccidere George era stata la moglie Jane, per poter essere libera di risposarsi, come in effetti aveva fatto successivamente. Interrogata Jane per telefono (risiede in Messico da molti anni), Leopold viene a sapere che ella non lo aveva ucciso, come aveva supposto zia Flag, perchè amava George, anzi.. lui era morto tra le sue braccia: e allora se lui era morto tra le sue braccia, chi guidava la macchina?
Leopold troverà così l'omicida di un delitto recente e scoprirà l'autore di un delitto affondato nel passato.
Il delitto presente collegato ad un delitto affondato nel passato non è un'idea originale. Un anno prima, Richard Forrest aveva pubblicato un bellissimo romanzo, A Child's Garden of Death, contenente un'altra bellissima camera chiusa - peraltro romanzo incluso nella Lista di Lacourbe e da me analizzato anni fa in un articolo sull'altro mio blog - in cui un delitto del passato si collegava a qualcosa che accadeva nel presente. Non mi pare fuori luogo, quindi, ipotizzare che Hoch avesse letto il romanzo di Forrest e avesse utilizzato l'idea base per un suo racconto. Tanto più che il racconto di Hoch come il romanzo di Forrest sono dominati da una nota melanconica di fondo, quella del delitto passato.
Da riscontrare nel racconto di Hoch, sono due cose:
-innanzitutto, che inizialmente, nessuno aveva pensato di inscenare un omicidio impossibile, ma solo un incidente che, come nel passato, avrebbe mascherato un omicidio: solo che l'incidente del passato si era potuto facilmente scambiare con un incidente perchè in battute di caccia, di incidenti talora ce ne sono, mentre nel caso si fosse trovato il cadavere non perfettamente carbonizzato, in seguito al premeditato incidente stradale che si voleva inscenare, come si sarebbe potuto spiegare lo strangolamento ? Quindi in sostanza che un delitto orchestrato non molto accuratamente, si trasforma per un caso, il traffico che dalla superstrada viene convogliato sulla complanare, in un delitto impossibile, dopo che l'omicida decide che in poco tempo deve necessariamente far fronte ad un diverso scenario. E' un po' quello che accade in molti altri esempi di Camere Chiuse e Delitti Impossibili in cui il caso, sotto forma di un accidente qualsiasi, modifica la situazione originaria, complicando la scena e al tempo stesso modificandola, cosicchè l'incidente che doveva aver luogo, non avviene più, e la dimenticanza (in questo caso aver tralasciato di togliere la corda dal collo della vittima) diventa il presupposto che si pensi ad un suicidio.
-che ancora una volta, perchè sia inscenata una situazione paradossale che sconfina nell'impossibile, siano necessarie più persone, che collaborino assieme, ognuna con un proprio compito, per realizzare un certo piano: nel nostro caso, che qualcuno, ucciso almeno mezzora prima, si possa trovare alla guida di un'auto, imbottigliato nel traffico di fine giornata di una complanare.
Il plot di Hoch è assolutamente geniale e spiega tutta la sequenza: per certi versi, si potrebbe pensare anche ad una filiazione di Hoch da Carr, il Carr di uno dei romanzi con Bencolin, il celebrato The Lost Gallows, in cui un cadavere, guarda caso strangolato, sembra che guidi un'auto (in quel caso l'automobile procede, e non sta invece ferma). Qui, per spiegare la dinamica, una persona deve fare quel che nel romanzo di Carr fa chi ha ucciso colui che è al volante dell'auto, e un'altra deve agire da supporto, guidando una seconda auto. Più non dico e lascio all'immaginazione di chiunque, riuscire ad individuare l'assassino del presente e quello del passato: quello del presente è più semplice di quello del passato, perchè l'interesse costituisce un movente più semplice di uno invece nascosto nel cuore di chi odia.

Pietro De Palma

giovedì 16 giugno 2016

Clayton Rawson: Gli uomini che vengono dalle stelle (Nothing Is Impossible, 1958) - contenuto in Estate Gialla 1970



Sapete come la penso: se non si fossero persi fiumi di denaro e non si fossero sprecate occasioni vanamente, oggi i lettori di mystery in Italia sarebbero prima di tutto molto più numerosi, secondo non si sarebbero allontanati da Mondadori via via negli anni, e ultimo  - e non meno importante –sarebbero in possesso di molte più opere importanti (invece delle tante banali prodotte), che invero oramai è meglio reperire in originale, giacchè i tempi non sono più maturi, mi sembra, per coltivare speranze.
Mi riferisco in particolare alle opere che Clayton Rawson firmò con lo pseudonimo di Stuart Towne: le due raccolte di racconti Death Out of Thin Air  e Death from Nowhere, che hanno rivestito per i molti aficionados del delitto impossibile, un alone quasi leggendario dal tempo della loro pubblicazione,  e che sono state ripubblicate in ebook da mysteriouspress qualche anno fa ( http://mysteriouspress.com ). Tuttavia tanti anni fa mi fu rivelato – molto prima della gestione Altieri – che ci fu la possibilità che gran parte dei racconti di Rawson venissero pubblicati, ma ahimè uno dei consulenti allora esistenti stroncò le opere e da allora non si è più pensato ad esse; anche perché esisteva un meccanismo – mi dissero – per cui, una volta ricevuto un giudizio negativo, per cambiarlo e riprendere in mano l’opera, sarebbe dovuto passare del tempo. Ora che questo sia vero o non, non è importante; quello che invece mi sembra doveroso sottolineare è che un modo di procedere siffatto mi sembra alquanto singolare: uno legge un’opera e sulla base di quello che argomenta l’opera viene accettata o meno. A parte che si accetta un giudizio come se esso fosse verità colata dalla bocca di un dio, è anche inconsueto che un giudizio puramente soggettivo si trasformi istantaneamente in oggettivo, e non invece sottoposto ad un contraddittorio. Altri avrebbero potuto avere una opinione diversa da chi l’aveva bollata come non presentabile in una pubblicazione:  come possiamo infatti essere perfettamente sicuri che quel giudizio così stroncatorio non fosse viziato da una qualche riserva di gusto? Fatto sta che piangere sul latte versato è inutile, e allora sarebbe meglio almeno procurarsi quelli di Rawson, tra i racconti con Merlini, che siano stati pubblicati da Mondadori. In passato ho introdotto “From Another World”, oggi invece parlo di “Nothing Is Impossible”, tradotto e pubblicato in Italia come Merlini e gli extraterrestri.
Albert North è stato un pioniere dell’industria aeronautica ma gli anni sono passati, si è scocciato di occuparsi di commesse per l’aviazione e si vuole ritirare a vita privata: così si è riservata la carica di Presidente del Consiglio di Amministrazione, lasciando al genero Charles Kane la direzione della baracca.
Una volta ritiratosi cerca di passare il tempo, e così prima costruisce modellini di aerei, poi comincia ad occuparsi di UFO. E lo fa alla grande, impiegando energie non solo fisiche ma anche economiche. Cosa che non è digerita dal genero, che osteggia queste pratiche che tolgono risorse anche importanti alla loro impresa.
Ross Harte, giornalista amico di Merlini, lo va a trovare presso il suo negozio per avere un parere, proprio in merito alla materia dei dischi volanti e del perché pare egli venga pedinato. E’ stato inviato dal giornale proprio ad intervistare Albert North, e chiede a Merlini di accompagnarlo, in quanto è l’esperto di cose impossibili. A casa North fanno conoscenza dapprima con Kane, poi con lo stesso North (che sul più bello è disturbato proprio da Kane con cui poco prima ha avuto un battibecco, per via della firma di certe commesse governative), poi infine con Anne, la segretaria maggiorata dello stesso North, che si dimostra però molto più intelligente ed informata delle attività del suo principale di quanto ci si potesse attendere prima, dopo averla vista muovere le gambe. Li informa su certe richerche fanta-archeologiche che North sta svolgendo con un certo Professor Price, un sedicente archeologo dell’Università della California, che avrebbe testimonianze certe di un atterraggio alieno nel deserto e di certi geroglifici di provenienza extraterrestre impressi a fuoco sulla roccia.
Mentre li sta edocendo su tali e altre attività, i tre sentono un colpo di pistola provenire dallo studio. Provano a entrare ma la porta è bloccata dall’interno, e deve merlini sbloccare la serratura facendo ricorso ad una serie di grimaldelli. Quando la schiudono si trovano dinanzi uno spettacolo tremendo: North è prono sulla scrivania, seduto e morto, mentre il genero è disteso per terra, con gli abiti meticolosamente ripiegati dopo essere stati abbottonati e infilati gli uni negli altri: la maglia intima nella camicia e questa nella giacca, le mutande nei pantaloni, le calze nelle scarpe. E Kane? Steso per terra completamente nudo, svenuto: su un mobile, per di più, nella polvere, vengono rinvenute delle impronte di piedi a tre dita, e sul muro a circa sessanta centimetri da terra, strani geroglifici verdi. A complicare la faccenda, il fatto che North sia morto ma che non si riesce a capire per cosa: c’è del sangue, ma il foro di uscita del proiettile sparato non si trova, e tantomeno si trova l’arma.
Ci vuole l’esame del medico legale arrivato con l’Ispettore Gavigan richiesto da Merlini, per riscontrare come North sia stato ucciso con un proiettile di una Colt & Wesson cal. 38, che è penetrata nella testa tramite l’orecchio: una volta estratto, si rivela un normalissimo proiettile. Tuttavia, la pistola non si trova. E non si trova neanche il bossolo, pur dopo una minuziosissima perquisizione: sembra volatilizzato, come la pistola.
Kane è perquisito e costretto a porgere la vestaglia che gli ha dato la segretaria per coprire la sua nudità, ma non c’è nulla ed è costretto anche ad una ispezione tendente ad esclude che abbia potuto ingoiare il bossolo.
E’ chiaro che al di là che siano stati gli alieni, i poliziotti ritengono che sia stato Kane ad uccidere il suocero, perché la stanza oltre ad avere la porta chiusa dall’interno non ha altre uscite e il laboratorio interno che comunica con la stanza tramite una porta, a sua volta non ha aperture: quindi, sempre che non siano stati i nanetti verdi a tre dita che abbiano attraversato i muri, è chiaro che sia stato Kane. Sempre che non sia stato Prince, che poco dopo che il corpo è stato trovato è sorpreso mentre cercava di abbandonare lo studio: peraltro si viene a sapere che è una vecchia conoscenza della polizia, in quanto truffatore: ogni volta che si presenta l’occasione di fare soldi, diventa all’occorrenza pittore, artista, archeologo. Quindi è un ciarlatano. Chi sarà l’assassino?
Merlini dimostrerà come sia stato possibile ottenere quellel impronte a tre dita, e come sia stato possibile sparare a North non avendo a disposizione una pistola: un altro gioco di prestigio firmato Clayton Rawson.
Qui si esplora non tanto la possibilità che l’assassino si sia volatilizzato  da una camera chiusa dall’interno che non ha altre aperture oltre la finestra e un minuscolo laboratorio di elettromeccanica, cieco senza finestre, ma che si sia volatilizzata l’arma e anche il bossolo del proiettile: innumerevoli gli esempi nella letteratura poliziesca, che del resto ho fatto recentemente, allorchè ho parlato del racconto di Daly King.
Certo, se per un attimo si pensa, ma solo per un attimo, che responsabili siano i marziani, perché non si vede il foro di entrata del proiettile, e North è indubbiamente morto, dal momento in cui viene riscontrato il foro di apertura e viene estratto il proiettile, presumibilmente sparato dal una cal.38, è chiaro che la pista aliena comincia a traballare e perché traballi del tutto è necessario che si spieghi l’arcano delle orme a tre dita. Una volta risolto anche questo quid (vengono prodotte usando il dorso della mano, in una posizione particolare e con l’aggiunta dell’impronta di due dita), e scomparsa del tutto la pista degli omini verdi, tutto il resto può essere visto sotto altra luce: i geroglifici sono stati fatti da mano umana, lo stesso ritrovamento di Price è una bufala, e il ritrovamento degli abiti tutti stranamente chiusi e abbottonati e infilati gli uni negli altri atto a far supporre che una presenza aliena avesse smaterializzato gli abiti indosso a Kane materializzandoli altrove chissà per quale motivo, è anch’esso il tentativo di aggiungere ulteriore casino a quello già esistente.
La caccia all’assassino è presto conclusa.
Del resto, come abbiamo già detto precedentemente, questo non è un racconto basato su sparizione impossibile dell’assassino, ma dell’arma usata. Perché uno sparo si è sentito, anzi…due, quando Merlini viene sorpreso a sperimentare come riprodurre uno sparo e come uccidere una persona utilizzando non una pistola ma un marchingegno, creato assemblando due elementi e agendo dall’esterno con un terzo: sembrerebbe un po’ la pistola – che Francisco Paco Scaramanga usa in The Man with the Golden Gun, film della serie 007 interpretata da Roger Moore – formata da una penna, un accendino, un portasigarette ed un gemello da polso, tutti d’oro placcato. Qui invece si deve pensare ad  un gioco di prestigio, realizzato utilizzando degli elementi semplici presenti in un laboratorio elettro-meccanico. Non dico di più, perché questo è  puro divertimento dell’illusionista. Del resto, lo abbiamo detto altre volte, Rawson non è interessato a creare un’atmosfera reale che si attacchi quasi addosso, come se fosse una nebbia (come avviene in Carr), ma al gioco di prestigio in sè per sé, a stupire. Per certi versi è molto vicino al romanzo ad enigma francese, che si basa su medesimi presupposti: una volta che hai scoperto l’inghippo, trovare l’assassino è elementare, perché non ci sono tutte le difficoltà tipiche della scuola anglosassone (alibi inattaccabili, tempi dell’assassinio, moventi inesistenti, ritorno dell’erede, etc..); solo che l’inghippo è di virtuosismo tale che non è facile da sbrogliare.
La sparizione del bossolo, che è necessaria perché nessuna prova sia possibile portare in giudizio che provi in maniera assolutamente definitiva che il calibro usato fosse proprio il N.38, a sua volta si basa su un gioco di prestigio tipico degli illusionisti, per esempio la moneta che aveva IN MANO IL PRESTIDIGIATORE VIENE TROVATA ADDOSSO AD UNO SPETTATORE: L’ARTIFICIO è LO STESSO. L’omicida, sapendo che tutti verranno perquisiti e tutto verrà perquisito, soprattutto di se stessi, cerca il nascondiglio in ciò che non verrà perquisito perchè… In sostanza il trucco è quello stesso che si vede attuato nel film Fracture: un uomo viene assassinato e la pistola, viene scambiata con quella di un poliziotto, cosicchè la pistola che ha sparato, identica a quella del poliziotto, viene portata via addosso a sé dall’agente, mentre quella dell’agente, lasciata sul luogo del delitto, è incompatibile col bossolo trovato sulla scena del delitto. Nel nostro caso, tuttavia, il bossolo viene nascosto addosso non ai poliziotti (sarebbe troppo semplice!), ma a… Tuttavia come è possibile sparare un proiettile utilizzando un semplice tubo di ottone, che non abbia le rigature interne di una pistola e  che non abbia un percussore che faccia esplodere la mini-carica di un bossolo? Semplice la domanda, ma ..la risposta? Soprattutto poi quando il proiettile estratto le rigature che allora non dovrebbe avere, le ha invece?
Una piccola curiosità: non so perché ma noto l’uso ancora di una agenda telefonica in entrambi i racconti che ho presentato in questo blog. Nel primo, l’agenda veniva strappata per similare il suono di una striscia di carta che nello stesso istante venga strappata, mentre qui è usata per stordire la vittima, prima di ucciderla sparandole con un marchingegno degno della fantasia di John Rhode.

Pietro De Palma